Cultura Silvana Grasso narra 09/03/2015 00:10 Notizia letta: 2056 volte

La Madonna? Il più grande mito della modernità

L'8 marzo
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«Penso sia opportuno che le donne siano tenute lontane da tutte le magistrature, i luoghi di comando, i giudizi, le assemblee pubbliche e i Consigli, così che esse si occupino solo delle loro faccende donnesche e domestiche» (De Republica, Libri Sex). Così nel 1586 santificava l'imparità della Donna il politologo Jean Bodin, liquidando sic et simpliciter il genere femminile, consegnato, meglio tumulato, al recinto del «donnesco e del domestico».
Certo per l'epoca era fortemente rassicurante il concetto di donna in clausura, sia clausura reale, conventuale, segregante, sia metaforica, clausura-sequestro dalla Vita e, soprattutto, dalla gestione della res publica.
Nel Diritto scritto tutto è cambiato da allora, ma nel "Diritto di fatto", esercitato ovunque, in barba alle Leggi scritte, suonano lapidariamente moderne le parole di Bodin, quasi una stele tombale sulla Donna.
Non vogliamo farne una questione politica: oggi, 8 marzo, affidiamo la Donna, la Memoria della Donna, a una evocazione poetica, letteraria, inconsunta oltre ogni rozzo diktat di Politica e Storia che, stoltamente, scelleratamente, ne abbiano decretato la tumulazione sociale. L'ergastolo.
Ma prendere questa strada è per noi impresa disperata. Di Donne straordinarie è fatto il Mito, la Santità, il Martirio, la Storia, l'Arte, la Letteratura, la Scienza, la Filosofia.
La Madonna, Maria, è il più grande Mito della Modernità. Ci lasciamo allora condurre da Maria, dalla sua santità umana, alla ricerca di donne comuni che vivono, quotidianamente, la santità dell'esistere come status di normalità.
Donne, fonte di ispirazione straordinaria non solo per i loro uomini, ma per gli uomini di ogni geografia del Mondo. Oltre ogni suggestione anagrafica. Donne che hanno sussurrato, senza piedistallo, né megafono, né coturno di scena, la pietas, l'etica, la magnanimità agli uomini. Sussurrato senza squille, senza primi piani, senza proclami, che non fossero l'esempio e la virtù.
Pensiamo allora a Cornelia, madre dei Gracchi. Pensiamo a Monica, senza cui non avremmo avuto sant'Agostino, ma solo Agostino. Senza questa Donna e madre, infatti, Agostino, confuso smarrito, non avrebbe cercato, trovato, la conversione, non avrebbe redento la sua balorda vita e l'altrui, "rivestendosi" del Signore Gesù Cristo «quasi luce securitatis infusa cordi meo, omnes dubitationis tenebrae diffugerunt» (Confessiones).
Se Monica, madre di Agostino, è ispiratrice della conversione del figlio, lo è ispiratrice e, quindi, madre spirituale, di migliaia di altri convertendi e convertiti, in tutto il mondo. Da allora a ora, senza soluzione di continuità. Madre non di utero, ma di coscienza, di fede, di palingenesi alla vita dello Spirito.
Monica, Saffo, Nerina, Silvia, Cleopatra, Madre Teresa di Calcutta, Elvia, madre di Seneca, Beatrice, Laura, Lucia, e infinite altre Donne hanno, forte o debole che sia, una eco universale. Non hanno eco, invece, Elsa e Pauline. Donne senza eco, donne che hanno vissuto il mistero dell'amore, dell'orrore, della sofferenza, della solitudine, della santità laica, e persino della morte, sommessamente, dietro le quinte della vita, come il più delle Donne.
«Ero una ragazza tedesca, ragazza di campagna / avevo gli occhi azzurri e la pelle rosa / robusta e felice di cuore. Ed il primo lavoro che ho trovato / fu nella casa di Tommaso Greene /. Avvenne il pomeriggio d'una estate / la padrona era uscita / egli s'intrufolò nella cucina / senza che io m'accorgessi di nulla / e così mi afferrò tra le sue braccia / e mi baciò nel cavo della gola / e io voltai la testa… E cominciai a piangere per quello / che sarebbe avvenuto di me / e piansi ancora più del mio segreto / che cominciava ad essere palese /. Ma un giorno la signora Greene mi disse / che lei capiva tutto / e restassi tranquilla… era senza bambini / avrebbe preso questo /…e il bimbo nacque. Più tardi sposai Gus Wertman / e gli anni sono passati. / Ma nelle adunanze cittadine / quando la gente credeva io piangessi / per l'eloquenza di Hamilton Greene / oh! no, non era per questo / ma volevo gridare: / È il figlio mio! / Mio figlio! » (Antologia di Spoon river, Edgar Lee Masters).
Dopo un secolo esatto, l'antologia fu pubblicata nel 1915, noi diamo voce a Elsa. Alla sua maternità negata, violata, mentita. Diamo voce all'amore sacro per un figlio nato da amor profano, lo stupro d'un padrone, la violenza del più forte sul più debole. Madre oltre ogni violenza, Elsa, madre oltre ogni menzogna. Madre, Elsa, oltre lo scippo d'un figlio, parto delle sue viscere, da lunge e in silenzio, convertito all'amore dal suo amore, non dichiarato mai.
È ridotta a una larva di donna Pauline, «dopo l'operazione». Dieci anni sono passati dal matrimonio, e per l'anniversario, seppur quasi morta, va a passeggiare con lo sposo nel bosco: «Il sentiero era soffice di muschio / ed erba / che i passi non facevano rumore» (ibidem). Va Pauline, ma nel silenzio
del bosco rimbomba l'illusione spezzata che tutto sia come dieci anni prima. Mentre nulla lo è. Rimbomba fragorosamente come valanga che precipita a valle. «Non potevo guardare nei tuoi occhi / e tu nei miei / tanta la nostra angoscia / un po' di grigio / fra i tuoi capelli / e io quasi una larva / di me stessa» (ibidem).
La malattia, ormai terminale, è avvertita da Pauline come un diaframma tra il suo animo, rimasto fanciullo, e il suo corpo, devastato. «Come eri buono nel tuo tentativo / di fingere e rivivere un delirio / che non esisteva più».
Le attenzioni del marito sono l'ennesima cartina di tornasole del suo disfacimento fisico, del suo esserci solo come piccolo ingombro d'ossa che stanno per transitare all'Ade. Uno scheletro in cui, però, ancora palpitano, scorrazzano cuore, ricordi, desideri.
Ma la malattia ha travolto, stravolto, persino il linguaggio tra i due, e la gentilezza dello sposo traveste goffamente la sua finzione. Il suo sgomento.
È questione d'un attimo, il marito la lascia sola nella stanza coniugale, quella che fu stanza d'amplessi d'abbracci. Sola «per un attimo… / come agli anni che ero la tua sposa». Ma in quell'attimo Pauline decide per un atto d'amore, ultimo, grande, estremo, per se stessa? per il marito?, non lo sapremo mai.
«Mi guardai nello specchio e qualcosa mi disse: / «Bisognerebbe essere tutto morto / quando uno è morto a metà» /. E lo feci guardando nello specchio: / caro, lo hai compreso? ». Noi sì, noi l'abbiamo compreso, Pauline.

Silvana Grasso