Cultura Libro 31/03/2015 11:00 Notizia letta: 4551 volte

In treno, in Val di Noto, da Ragusa a Siracusa

Un racconto di Federico Pace
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Ragusa - Quando ci arrivo sono passate da poco le due. E’ la controra. La stazione è arrampicata sul punto più alto di Ragusa. Nell’atrio non si vede nessuno. C’è una panchina d’epoca. Vuota pure lei. Ad aspettare il treno, al binario due, c’è solo un omino insecchito dal sole e dall’arsura. Mi chiede se sono andato a vedere il Duomo di San Giorgio. Non faccio neppure a tempo a rispondere, che comincia a raccontare di Rosario Gagliardi. Un abile architetto, mi dice. Si mise a ricostruire chiese e case. Fece il barocco. Venne al mondo solo qualche anno dopo il terremoto, quello della fine del Seicento che da queste parti ha distrutto tutto. Arrivò fino a Ragusa per compiere l’ultima opera. La più perfetta. E pensare che è morto prima di vederlo eretto, il Duomo di San Giorgio.

Con una lieve cadenza dialettale, parla di un uomo scomparso oltre duecento anni fa, e sembra raccontare, pieno di compassione, di un parente che è venuto meno da pochi giorni. Il tempo qui segue cadenze sconosciute. Dopo qualche istante, arriva una piccola automotrice. E’ il trenino per Siracusa e arriva da Gela. L’intero percorso che arriva fino a Licata venne ultimato pochi anni prima che iniziasse il Novecento. L’obiettivo era di mettere in contatto il mar d’Africa con la costa orientale. La ferrovia, di fatto, finì per aprire un varco per accedere alla Sicilia più segreta. Fino ad allora chi arrivava in quest’isola, si limitava ad ammirarne i profili delle coste. Da allora, si ebbe agevole accesso anche alle gole e alle grotte più recondite.

Sul vagone mi ritrovo in compagnia di un uomo col volto chiuso in un libro, una giovane coppia, un padre cinese con un figlio e un nonno con due nipoti. L’omino filiforme, alla fine, non è neppure salito. Il treno prima passa lentamente tra le rocche, poi la sua marcia diventa più spedita. La città, d’improvviso, appare a sinistra. Un vertiginoso sovrapporsi di tegole e bianco. Case arroccate quasi una sull’altra. Le avvolge un riverbero giallo. Si direbbe una cittadella nel deserto. E’ solo un attimo, poi scompare nel buio di una galleria.

La ferrovia in questo tratto compie una linea elicoidale discendente. Dal treno, si può solo intuire la forma dell’unico complesso artificio di una linea che per altro venne realizzata cercando la semplicità. Si racconta che l’ingegnere, che per realizzarla mise insieme binari, trincee, controripe, acquedotti e gallerie, finì per gettare via la propria vita. Con un solo gesto, prima ancora di portare a termine il lavoro. Ogni vita, suggeriscono le storie legate a questa ferrovia, rimane sempre un’opera incompiuta.

Intanto le valli incrociano le loro linee. Si scende negli spazi aperti dal fiume Irminio. Si vede la pietra bianca, le ripide pareti di alberi, gli sterpi e i muri a secco che delineano i confini dei campi. Lassù, da qualche parte, ci sono gli enormi antri delle cave Gonfalone e Santa Domenica. D’estate, dai finestrini di questo treno si vede la Sicilia della Magna Grecia, quella dell’oro bruciato e dell’azzurro assoluto. Ma se arrivi d’autunno, fin dentro queste valli, quando il sole si cela, ti viene rivelata un’altra realtà. Più introversa e raccolta. Un mondo dove le tinte virano verso il verde scuro e il grigio cenere. Ed è difficile dire quale delle due sia più vera. O più affascinante.

Il treno discende tra cactus e pietre che spuntano come ossa dal corpo dei monti. Le gallerie si susseguono. Spiragli di luce si aprono d’improvviso. Negli spazi si compongono valli dall’eleganza geometrica. Distese di alberi da frutto in linee ordinate. Precipizi e viadotti. Il treno piega un po’ e curva verso sinistra. Ancora i muri di pietra, il degradare di terrazze e le gallerie. Questo è un treno che va comodamente, eppure si ha la sensazione che, per lasciare vedere ogni cosa, dovrebbe rallentare ancora di più.

Pochi minuti e si arriva a Modica. Più in alto di tutto svetta il campanile della Chiesa di San Giovanni Evangelista. In una manciata di chilometri siamo scesi di duecento metri di altitudine. Qui puoi vedere le rimesse dall’aspetto ottocentesco per i vagoni e le locomotive. Il capostazione che fa avanti e indietro. Un secolo fa, quando questa linea era nata da poco, il capostazione di qui era il padre del poeta Salvatore Quasimodo. Ora un bimbo, giù sulla banchina, sta fermo a guardare il treno. Uno dei due addetti esce dalla cabina di guida, tira fuori un mazzo di chiavi, ne sceglie una e apre le portiere. Allora, l’uomo con il libro scende. Al suo posto sale una donna dai lineamenti orientali. I due fanno appena a tempo ad incrociarsi con lo sguardo che vengono già separati dal semplice movimento del treno. Ciascun viaggio, anche il più breve, anche questo che scorre attraverso il Val di Noto, tra questi frutti superbi del barocco europeo, sembra essere sempre una sorta di addio a qualcosa. Ai luoghi che si visitano. Alle persone che si incontrano. Persino a quello che noi eravamo prima di partire. E non saremo mai più.

Quando Quasimodo si trovò, molto lontano da qui, a vivere la sua vita d’adulto a Milano, sembrò acquisire presto l’amara consapevolezza che non basta neppure ritornare nei luoghi per riprendersi ciò che si è perduto nei meandri del tempo. Dalle praterie dove si trovava, in quelle “acque annuvolate dalle nebbie” del Nord, confessava di avere “dimenticato il mare, la grave conchiglia soffiata dai pastori siciliani”. Eppure continuava a gridare il suo “assurdo contrappunto”, il suo lamento per il sud, “di dolcezze e furori”. Un lamento che, dopo tutto quel tempo, tutta quella separazione, non poteva che essere “un lamento d’amore senza amore”.

Il treno si muove e si apre davanti agli occhi, lassù, l’arco ampio del viadotto panoramico. I dieci minuti che ci separano da Scicli è facile trascorrerli sempre in piedi. Al pari del capitano di una nave, passo da un lato all’altro. Per guardare verso le gole appena discese e l’inerpicarsi ripido delle valli, verso le pieghe di questa terra profonda. Si va verso sud-ovest e i binari seguono la Fiumara di Modica, il corso d’acqua che da qui arriva fino al mare. Si direbbe di scendere lungo le linee profonde di una mano. E’ qui che ci sono le grotte di Chiafura, una città di pietra abitata fino a qualche decennio fa.

Nel maggio del 1959 arrivarono qui Pier Paolo Pasolini e Carlo Levi, due scrittori sensibili a persone e luoghi. Uno era anche regista cinematografico. L’altro, pittore. Erano due che si guardavano intorno per capire meglio quel che stava diventando l’Italia. Nel cielo non doveva prevalere l’azzurro. I siti rupestri non li lasciarono indifferenti. Nelle pagine autobiografiche Pasolini, descrisse questo spazio come “una specie di montagna nel purgatorio, coi gironi uno sull’altro, forati dai buchi delle porte delle caverne saracene”. Da lì riuscì a vedere tutta Scicli che gli apparve “come un vecchio giocattolo, sul calcare, la città di uno scolorito ex voto”.

Qualche anno fa, questo antro di mondo, prezioso e a rischio, è stato messo sotto l’ala protettrice dell’Unesco. Questi paesi sistemati sulle pieghe di dolci valli come grumi di case, per chi viaggia in treno, sono soprattutto quello che si vede dal filo ferroviario. Alle volte, dal basso. Altre, dall’alto. Per questo alle stazioni, nelle persone che partono e in quelle che vengono a salutare, si cerca anche l’ombra di una strada o la vista di una finestra. Elio Vittorini, l’autore che scrisse di treni e di città, anche lui figlio di un capostazione, si trasferì quando era bambino proprio qui. Questo centro, allora intoccato, dovette sembrargli da subito fantastico. Nel romanzo che rimase incompiuto (Le città del mondo), ne ha rievocate le immagini con gli occhi del protagonista-bambino che vaga per queste terre dietro al padre pastore. Scicli, in quella narrazione letteraria, gli apparve con le sembianze di un Paradiso. Un Eden che muta aspetto a seconda se ci si arrivi dai monti o dal mare. Dall’alto sembrava “festosa di tetti ammucchiati”. Dal basso invece mostrava “diecimila finestre nere in seno a tutta l’altezza della montagna”. Da allora, ne è trascorso di tempo. Dal vagoncino provo a scorgere qualcosa di più. Ma le città sono elusive. E non si sa qual è la giusta distanza per scoprirne il vero volto.

Ancora qualche chilometro e il treno ha compiuto la sua discesa verso la costa Iblea. Da qui attraverserà un paesaggio più disteso. Davanti alla Punta del Corvo, il vagone, che fino ad allora si era diretto verso il sud, prosegue inseguendo l’est. Per la prima volta, sulla destra, vedo l’ampia distesa del mare. Poi un parcheggio pieno di automobili, gli alberi di ulivi, gli aranceti, le case, le piccole gobbe collinari. Poi l’azzurro e le serre. Sulla destra sempre il mare. Un cavallo, quasi immobile, sta chiuso in un recinto. Anche lui, a quest’ora, non ha molte energie. Qualche minuto dopo le tre si arriva alla stazione di Sampieri. La ferrovia ora prosegue parallela alla costa. Sulla destra, seppure sullo sfondo un poco lontano, il mare è un gigante addormentato. Il treno ora sembra alzarsi come una ballerina sulla punta delle dita dei piedi. Scorre sui binari rialzati e fino a Noto lo sguardo può cogliere paesaggi più ampi.

Poi ancora ulivi. Balle di fieno e qualche piccolo muro a secco in pietra. Silos in lontananza. Ai passaggi a livello, le strade sono le tracce in cui l’occhio cerca la via di fuga. Si arriva a Pozzallo. E’ il punto più vicino al mare da Ragusa. Le abitazioni sono sempre più moderne. Le seconde case di chi qui viene al mare. La stazione piena di scritte colorate. Poi il treno si mette quasi alle spalle la distesa azzurra e, mentre comincia a tagliare longitudinalmente il “dente” di Capo Passero, risale verso nord-est in direzione di Siracusa. A Ispica si arriva poco prima delle tre e mezza. Un gancio vuoto, a cui appendere la giacca, sollecitato dal moto, batte contro la struttura portabagagli un continuo “ten-ten”.

L’automotrice uscendo dalla stazione di Ispica accelera decisa. Serre di viti. Ancora ulivi. Alberi da frutto. Mandorleti e aranceti. Questa ferrovia ha servito a lungo i viaggiatori e, forse soprattutto, le merci. Tanto che è al trasporto della frutta e dei prodotti della terra che si deve il merito, a partire dal secondo dopoguerra, che non sia stata soppressa. Fuori dal finestrino scorrono pendii con balle di fieno come grandi ruote ferme. Qualche piccolo campo coltivato. Ulivi. Un albero di fichi. Delle piccole palme. Alberi giovani in un campo che danno l’idea di scolari portati prematuramente in una classe. Dopo un passaggio a livello, si arriva a Rosolini. Poi si attraversa il fiume Tellaro. Ancora gallerie. Allevamenti di bestiame. Cactus e ulivi. D’estate la terra pare bianca. Tanta la luce. Tante le pietre. In autunno la ricopre invece un manto di un verde cupo e denso.

Il treno, andando verso nord-est, si avvicina di nuovo al mare e al Golfo di Noto. Poi, sulla destra, si intravedono in alto le strade e le case. Si passa su un ponte di ferro ed ecco la stazione. Da qui, Noto non si riesce neppure a vederla. Una città, sembra di capire quando il viaggio sta per arrivare alla sua meta, la si coglie solo quando è lontana. Quando si è vicini, già non la si vede più. Si coglie il dettaglio di una casa, la cura con cui è stato edificato un palazzo, ma è difficile coglierne il vero profilo. Per vederla, mi sembra di intuire, si deve tenere una certa distanza. Alla stazione il rito del capotreno con il mazzo di chiavi. Si riprende il viaggio. Da qui ci sono ancora una trentina di chilometri. Sulla sinistra le grandi groppe dei monti Eblei. I mandorleti. Il cielo è tutto intero. Non è fatto a pezzi come accade tra i palazzi delle città. A destra, il mare e ancora agrumeti. Greti asciutti di fiumi divenuti pietre bianche.

A pochi minuti alle quattro siamo a Avola. Anche qui la stazione ricalca i modelli di stile umbertino, lineari e senza eccessi, di fine ottocento. D’ora in poi il treno riprende a correre parallelo, e vicinissimo, alla costa. A sinistra la Riserva naturale Cavagrande del Cassibile con i canyon scavati dall’andare del fiume. Gli invasi, le cascate e le necropoli antiche. A destra i villini in costruzione, e gli alberi da frutto. Sentieri bianchi che s’aprono la strada. Terra appena smossa. Molti passaggi a livello. A sinistra, conforta la persistente presenza, dei monti Eblei. Ecco la stazione di campagna di Santa Teresa Longarini. Una signora, salita a Noto, sgrana lentissima il suo rosario e guarda fuori. Poi si ferma e, seguendo chissà quali pensieri, riprende a contare i chicchi della sua malinconia.

Ibn Hamdis, uno dei più chiari esempi della poesia arabo-siciliana, più di seicento anni fa venne costretto a fuggire per sempre da Siracusa per colpa dell’invasione dei normanni. Da allora, anche lui come Quasimodo e tutti quelli che lasciano questa terra, visse di struggimento per quella lontananza. Tanto da scrivere: “Chi partendo ha lasciato il cuore. In quella terra, con il corpo desidera tornare”.
Così, ora, ci si sente quasi privilegiati ad arrivare fino a qui. A destra scivola la Penisola della Maddalena. Un passaggio a livello arrugginito. Un corso d’acqua e poi, subito dopo, Siracusa appare sulla destra. Tutta per esteso. Fino a Ortigia. Poi l’orizzonte viene occupato da altro: casolari, la punta piramidale di una chiesa, i giganteschi loghi di un rivenditore di elettrodomestici e di un fast food. Un’altra e ultima galleria, e infine, il muso ravvicinatissimo di Siracusa sul mare.

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“Senza volo, storie e luoghi per viaggiare con lentezza” da Einaudi
“Giro in Italia” (Touring Club Italia)

Federico Pace