Cultura Scicli 07/04/2015 00:07 Notizia letta: 9900 volte

Palazzo Bonelli. Un pezzo di città proibita, aperto al pubblico

Da Il Giornale di Scicli
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Scicli - Si aprono per la prima volta i battenti di Palazzo Bonelli, acquistato due anni fa dall’imprenditore Mario Patanè, e affidato in gestione alla Cooperativa “Nessuno escluso” che gestisce il Cento diurno del Monastero del Rosario. L’apertura al pubblico del Palazzo costituisce un importante tassello turistico della città.

Il Palazzo Bonelli è costruito tra l’ultimo decennio dell’Ottocento e i primi del Novecento dai coniugi Ignazio Bonelli e Maria Peralta, “sulla casa degli Alfieri, proprietà un tempo dell’antica famiglia Ribera; annessa a quella casa – scrive il Vindigni - evvi un giardinetto in cui scaturisce una fontana appellata anticamente Fontana dei Ribera”. Il prospetto, a due ordini, è molto sobrio, con modanature manualistiche secondo moduli stilistici neorinascimentali. L’interno, invece, è ricco di stucchi, di pregiati mobili, e soprattutto di dipinti, eseguiti tra il 1928 e il 1938, da Raffaele Scalia. I primi interventi sono voluti nel 1928 da Ignazio Bonelli e dalla moglie mentre il testimone, come committenti, passò al cav. Francesco Bonelli e a Raffaella Papaleo che si sposarono il 27 dicembre del 1931. Da quel momento furono loro i committenti per la decorazione del piano nobile del palazzo sulla base dei disegni di Raffaele Scalia, sia per quanto riguarda le pitture dello stesso Scalia, sia per i disegni relativi ai mobili, alla tappezzeria, al pavimento. Se i dipinti dello Scalia sono da riferire al decennio 1928 – 1938, gli arredi saranno realizzati in un arco di tempo più lungo che arriva fino al 1960.
Il palazzo nella sua magnificenza rappresenta l’ultima testimonianza di una civiltà aristocratico- borghese. Le stanze principali del palazzo ubbidiscono ad un unico stile con un programma iconologico che intende esaltare i fasti della famiglia, che trae la sua ricchezza dalla gestione dei loro fondi agricoli. Il ciclo decorativo comincia con l’androne al piano terra, nella cui volta si trovano quattro medaglioni raffiguranti quattro ragazze in parte coperte da veli svolazzanti, con qualche ghirlanda di fiori intorno. Fanno da cornice putti alati e motivi fogliacei.
Sulle pareti dello scalone principale si trovano quattro medaglioni ovali in cui sono dipinte quatto ragazze che dialogano con quattro amorini, a suggerire, a mio avviso, quattro stadi diversi dell’amore femminile: la seduzione, la ritrosia, la serenità, la devozione. I volti sono uguali e a far da modella probabilmente sarà stata una delle figlie dell’artista. Sopra i quattro medaglioni, altri quattro medaglioni, più piccoli nelle dimensioni, in stucco, col tema agropastorale di un satiro che suona lo zufolo e un bambino che raccoglie frutta da un albero. Nella volta dello scalone, in un tondo, si celebrano le fortune della famiglia. In alto due putti reggono lo scudo araldico (una torre, un leone rampante e nel cielo tre stelle). Al centro tre figure femminili allegoriche: quella di destra sta per filare; quella di centro reca in mano una bilancia (la Giustizia), quella di sinistra ha affianco una cornucopia. Le tre donne si collocano su una nube, insieme a tre putti alati che reggono ghirlande. Nella parte bassa del tondo contadini e contadine lavorano e raccolgono i frutti della terra. Motivi decorativi di putti e racemi fioriti si trovano lungo i bordi. In basso a sinistra la firma R. Scalia e la data 1938.
Nel piano nobile la prima stanza è costituita dal salone principale in azzurro nella tappezzeria (manifattura di Vinciguerra di Catania), il salone delle feste, nella cui volta sono raffigurate quattro scene in cui l’amore coniugale si manifesta anche con la festa a indicare le relazioni sociali della famiglia. Sopra la porta d’ingresso il dipinto raffigurante una festa pagana, Il baccanale, ambientato in una cornice architettonica classica, tra colonnati e bagliori notturni in lontananza; la festa è animata da seducenti ragazze nude, sdraiate su letti di rose, tra danzatrici e suonatori, mentre su una barca approda una coppia di giovani innamorati tra musici inghirlandati. Di fronte a questo dipinto si trova la raffigurazione del Minuetto, il ballo di una coppia, in abiti ottocenteschi, danza dentro un parco ricco di alberi, statue, fontane, tra familiari, amici e ragazze che portano canestri di fiori; l’assieme suggerisce un ballo di nozze. Sui lati corti, sempre sulla volta altri due temi: il primo vede in un cielo azzurro, tra nubi bianche e rose, un giovane che avanza con lo sguardo rivolto verso l’alto mentre sostiene con il braccio sinistro una donna dolorante, e col braccio destro un bambino, probabile allegoria delle possibili difficoltà di una famiglia; il secondo rappresenta sulla sinistra quattro ragazze nude, tra sogno e realtà, sospese tra drappi fluttuanti, una corona, uno scettro, un vaso con monete d’oro, mentre in lontananza, nel cielo un cavallo in corsa porta un gruppo familiare con tre figure; la donna mostra incertezza nel volto, chi le è affianco ha lo sguardo sorpreso; il terzo uomo con una mano indica la speranza; nel cielo la luna. In basso, a destra la data 1928, indizio che l’intero ciclo della stanza sia da riferire a quell’anno. I due temi, probabilmente alludono alle ansie e alle speranze, agli auspici della famiglia. Nei quattro angoli della volta, dentro cornici dorate, quattro putti alati reggono ghirlande, in un contesto di fiori, di motivi fogliacei e campi dorati. I mobili in stile neoclassico sono stati realizzati nel 1960 ad opera dei fratelli Assenza di Modica e dipinti con doratura da Bartolomeo Militello. Le scelte stilistiche degli arredi sono dello Scalia.
Sul lato destro del salone si entra nel salotto rosso, decorato nella volta da un ovale centrale, una tela in cui sono raffigurate, in un cielo azzurro, due ragazze coperte solo in parte da veli svolazzanti, circondate da cinque putti che suonano. In basso a destra la firma R. Scalia e la data 1938; affiancano l’ovale centrale due piccoli ovali con due figure femminili, allegorie dell’architettura, della scultura e della pittura.
A seguire la terza stanza è la camera da pranzo, decorata nella volta con un grande dipinto che raffigura il Trionfo di Diana Cacciatrice, un tema che traduce in forme vaporose neobarocche modelli del classicismo tardorinascimentale e barocco. Diana su un cocchio dorato trainato da due cavalli. E’ circondata da cinque ragazze, da un ragazzo, da un satiro, da alcuni cani e da putti. In basso a destra un grande canestro di frutta e in alto, sempre a destra, altri putti assistono alla scena. Di spalle un lago, una collina alberata e montagne a distanza. In basso a sinistra la firma R. Scalia e la data 1937. Intorno al tema centrale della volta si trova una fascia con finte architetture, conchiglie e vasi; una sottostante fascia con putti reggi-cartiglio in stucco dorato e un’ulteriore fascia, in cui sui lati lunghi si trovano due pannelli, con al centro un nudo femminile dentro una conchiglia, affiancato da maschere manieristiche e due putti che reggono ghirlande; sui lati corti tre putti reggi-ghirlande tra nastri azzurri, festoni di fiori e motivi fogliacei. Le pareti della stanza sono tappezzate in legno; arredano la stanza mobili in legno massiccio in stile classicistico e manieristico. Dovrebbero essere opera dei fratelli Foti di Siracusa, residenti a Modica, aiutati dai fratelli Assenza.
Dalla stanza da pranzo, in seconda linea rispetto alla piazzetta di via F.M. Penna, si accede al salotto giallo, nella cui volta troviamo una tela con la Nascita di Venere, una sognante e avvenente ragazza nuda trasportata su una conchiglia da nereidi, tritoni, sirene e circondata da amorini in un mare di intenso colore blu. Il tema e una interpretazione alquanto fedele del dipinto del pittore francese Bouguereau. I mobili sono in stile neorococò. L’itinerario si conclude con la stanza da letto nella cui volta è dipinta una ragazza nuda dormiente, innocente ed invitante tra nubi, in un letto di nuvole, con una coperta ricamata, sostenuta da putti come un baldacchino, tra veli ricamati, petali di rose ed amorini, un ulteriore rimando ad un altro pittore francese, al Cabanel.
Le stanze più importanti hanno un pavimento a linoleum su una base di sughero, una scelta della fine degli anni trenta, che volle essere più moderna rispetto ai pavimenti in pietra bianca e nera di Ragusa, considerati allora stilisticamente superati.
Raffaele Scalia (1876-1948), dopo la formazione all’Accademia di Belle Arti di Napoli, si trasferisce nel 1899 negli Stati Uniti, dove rimane fino al 1922. Oltre ai suoi interventi ad Avola, a Scicli lavorerà sia nel Palazzo Bonelli che nel Palazzo Penna e nel Palazzo Spadaro; inoltre, a Donnalucata, nel Villino Guarino e nella chiesa di Santa Caterina. Nelle dimore patrizie propone una pittura che ancora si rifà sia ai pittori accademici francesi del secondo Ottocento Bouguereau, Cabanel, sia alla pittura di epoca vittoriana ed edoardiana inglese; in particolare si può citare Lawrence Alma-Tadema, probabilmente in voga in certi ambienti americani dei primi del Novecento.
La visita al palazzo sarà completa allorquando sarà possibile visitare i magazzini del piano terra, con ambienti interessanti che testimoniano la civiltà contadina. Cito la cantina, le stalle, la stanza del granaio con i “cannizzi”, unica per dimensioni e qualità, a quanto ne sappia io, in area iblea. Nel complesso un brano architettonico ed artistico di particolare rilevanza nel cuore del centro storico.
Paolo Nifosì

Bibliografia: P. Nifosì, Scicli, Una città barocca, 1997; C.Apolloni, Avola liberty, 1985.

Fotografie di Peppe Occhipinti

Paolo Nifosì