Cultura Madrid 19/04/2015 15:03 Notizia letta: 3119 volte

I cacò di Scicli. Fiat voluntas Dei. Et Dia

Cacò antichi, cacò moderni
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“Signuri ca facisti li citrola
e li facisti cu li cula amara”

“Signore fautore dei cetrioli,
dei loro amari posteriori Autore!”

Dicesi di persona stupida, che, nella sua insipienza, è infatti priva di sale in zucca.

Madrid - Tra le tante curiosità che ho potuto soddisfare nel corso di uno studio approfondito del Seicento spagnolo nella Contea di Modica vi è la ricostruzione della storia di una parola tuttavia tanto viva e presente nel dialetto sciclitano oggi parlato: “cacò”.
“Cacò” significa, infatti, persona poco affidabile con sfumature di vigliaccheria e viltà. In parole povere ladro e/o pusillanime.
Ma nel nostro utilizzo dialettale l’aggettivo “cacò” assume un significato leggermente diverso rispetto alla sua radice etimologica, prima greca e poi latina, che tramanda il significato di brutto, cattivo.
In siciliano, i “cacò”, per quel poco che ne sappiamo, sono dei tontoloni che vorrebbero far passare per buono ciò che buono in realtà non è. I “cacò” sono quelli che, in letteratura spicciola, hanno perduto il controllo del proprio “fanciullino” e s’appassionano in battaglie perse in partenza.
Cacò sono pure quelle stimatissime e brave persone, ecco perché l’aggettivo κακός non c’entra alcunché, che vorrebbero nascondere il sole con un fazzoletto.
Proviamo allora a capire da dove questa parola è arrivata fino a noi e perché è così radicata nella nostra memoria.
Scicli fu una delle principali piazze d’arme della Sicilia.
Nel 1580 era annoverata tra le cinque piazze d’arme dell’isola e veniva per importanza dopo quella di Mazara e Girgento, seguita dalle altre di Melile e Lentini.
Nel 1594 Filippo II, re di Spagna, riforma la “caballería ligera” e crea cinque nuovi distretti militari di fanteria spagnola (cuarteles de infantería española): Mazara, Sciacca, Terranova, Scicli e Taormina.
La compagnia di Mazara rispondeva a Carlo d’Ávalos; quella di Girgento a Pedro Zapata, quella di Sicle a Diego Ortíz; quella di Melile a Pedro de Aragón; l’ultima di Lentini a Juan de Osorio.
Nel 1635 anche la Caballería ligera sarà definitivamente dissolta per fare posto al Tercio propriamente detto.
Scicli in quanto piazza d’armi, dunque, pullulava di soldati che godevano di un “sueldo” (uno stipendio cioè), spesso ospitati in alloggi requisiti dall’università (= comune, ndr).
Lope de Vega fu costretto –è noto- a cedere una cameretta al secondo piano della sua “casa de malicia” nel quartiere de “Las Letras” a un funzionario reale quando nel 1561 Madrid divenne capitale e corte. Come Lope, molta gente era precettata non solo a Madrid ma anche da noi.
Agli inizi del Seicento, il quartiere spagnolo coincideva pressappoco con la parte “moderna” della città di Scicli. Un interessante fenomeno urbanistico aveva permesso per tutto il Cinquecento lo scivolamento dell’antico abitato dalla rocca verso le fertili pianure in fuga verso il mare. L’abbandono dell’abitato rupestre, a mio modesto avviso, è inscindibilmente correlato alle mutate condizioni di sicurezza offerte da un importante presidio militare: l’istituzione della Quarta Sergenzia.
La zona militarmente requisibile era compresa tra via Fiumillo, via Botte e Scifazzo. Il vecchio Corso San Michele era il cuore pulsante del quartiere spagnolo. Su di esso aggettavano, infatti, importanti monasteri dove vivevano recluse le figlie della nuova élite cittadina, importata direttamente dalle due Castiglie o dal Nord della Penisola Iberica.
Il nuovo centro urbano si distingueva, dunque, per vivacità e ricchezza ma anche per malcostume e loschi traffici.
Fiorirono taverne e bordelli, fondachi e bische.
Con una certa frequenza ho trovato in documenti del Archivo Histórico Nacional di Madrid che a Scicli, e solo a Scicli, era “ingabellato” il gioco delle carte.
Il 14 aprile del 1681, per le numerose intemperanze della soldatesca, a tutti i muri della città fu affisso un bando con il quale si proibiva il gioco delle carte soprattutto nelle feste, compresa quella del Patrono San Guglielmo.
Ma già prima, spesso, erano stati proibiti “carte, dadi, gallette, firrioli”. Per i ruffiani era comminata la pena della frusta con onze dieci di multa. Una multa pesantissima se si compara al salario del Sergente Maggiore di onze dodici e all’altro del Sindaco di onze sei del 1701.
Nel 1723 il Governatore Giovanni Rosino fu costretto a emanare un altro bando nel quale proibiva di giocare “a carte, a pallette in fondachi, botteghe, taverne” con l’intento di prevenire disordini in città.
E non mancavano pure le lettere anonime se il 13 novembre del 1732 si era reso necessario emanare un bando contro “il libello malefico ai danni di uomini probi”.
Ritorniamo al “caco” (leggermente accentato nella “o” finale).
Il termine sciclitano nulla ha a che spartire con l’eroe mitologico al quale Eracle inflisse una punizione esemplare, bensì molto deve, quindi, alla storia militare della città. Tra le bische del suo passato, nelle penombre, si nascondevano “ladrones que roban con destreza (ladri che rubano con destrezza, ndr) e “hombres muy tímidos, cobardes y de poca resolución” (uomini molto timidi, codardi e di poca affidabilità, ndr). Così registra il prestigioso e incontestabile “Diccionario de la Lengua Española de la “Real Academia Española” alla voce “caco”.
E il Grande Dizionario di Spagnolo Hoepli sempre alla stessa voce così traduce:
“caco [sm] 1 ladro, borsaiolo 2 topo d’appartamento 3fig. codardo”.

I cacó nella mitologia non si contano, tanto è il numero dei poveri di spirito, chiamiamoli così, che hanno inseguito la chimera della gloria e sono rimasti bruciati.
Cacó epici sono stati Dedalo e Icaro che s'intestardirono di poter volare come gli uccellini, cacó pure i troiani che gioirono alla vista del cavallo di legno donato dai greci.
Restando in quel di Troia, come non citare Menelao che reggeva la candela alla sua distinta signora, prima, dopo e durante il ratto. Cacó con la corona!
Anche la storia politica recente è piena di Cacó: basti pensare a Enrico Letta che si fida delle rassicurazioni di Renzi sulla durata del suo governo: cacó.

Purtroppo di “cacò” a Scicli ne abbiamo avuti tanti, troppi! e il presente non ha nulla da invidiare al passato. Anzi, dalla lettura dei fatti quotidiani, di “caco”, con la “o” finale leggermente accentata, ce ne sono a josa. Cacò antichi, cacò moderni. Cacò in buona fede, che tengono la candela ai cacò che tengono anche moglie. 
Ma se una volta si facevano bandi per tener ben lontana questa particolare gentaglia da qualsiasi forma di partecipazione attiva alla vita civile, oggi, invece, si resta inerti a guardare il baro che vorrebbe stravincere al tavolo da gioco cavando spudoratamente l’asso falso dalla sua miracolosa manica. Cacò, appunto.

CREDITI
Archivo Histórico Nacional Madrid
Archivio di Stato di Ragusa sez. di Modica
Los soldados, del Rey, Enrique Martínez Ruiz, nota a pag.742 e ss.
Conflictos de poder entre el centro y...., Belloso, pag. 365


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