Cultura Genesi 26/04/2015 23:24 Notizia letta: 1823 volte

Tutta colpa di Onan

Le monache “pajilleras”
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Onan fu il secondo figlio di Giuda che raggiunse la notorietà per non aver voluto ingravidare la cognata, vedova del fratello.
Nel Libro della Genesi, infatti, si racconta che, per la legge del levirato, qualsiasi figlio generato con la vedova del fratello sarebbe stato considerato a tutti gli effetti figlio legittimo del defunto e, dunque, candidato alla primogenitura.
Il birbante di Onan, allora, usando la tecnica del coitus interruptus prendeva la donna evitando poi di fecondarla.
Dio punì –è ovvio- con la morte l’escamotage adottato dal furbacchione.
Ho sempre riso di Onan e della sua interessata masturbazione.
Chi doveva dire, però, che questo personaggio biblico, peraltro poco evidenziato nel Libro della Genesi, avrebbe consegnato alla Storia il suo nome per distinguere e qualificare un esercito sterminato di ammiratori e di seguaci?
In effetti, la sua furbizia, considerata al di fuori della legge del levirato, ha contraddistinto per millenni una sana pratica erotica tutta rivolta alla soddisfazione di un istinto personale.
Ma pare che prima di Onan altri avessero sperimentato con profitto la particolare tecnica. E non per raggirare una legge bensì per passare qualche mezz’oretta in allegria e relax.
E qui potremmo discettare a lungo sugli antichi precursori di Onan o sui suoi illustri seguaci se nel secolo XVIII non ci si fosse messo di traverso un opuscolo, rigorosamente anonimo, nel quale si attribuivano colpe gravissime all’innocente massaggio quali cecità e danni irreversibili alla colonna vertebrale.
Timori subito ripresi, ovviamente, dagli ambienti clericali, sempre abili a spaventare gli ingenui nel segno di un inferno sbandierato e accessibile.
Sta di fatto che neppure Freud è ancora riuscito a sdoganare le paure delle quali gesuiti e affini hanno riempito le notti degli onirici fornicatori.
Eppure durante le guerre carliste in Spagna, in un ospedale di Malaga, squadre di monache “pajilleras” (=masturbatrici), alleviavano, coperte di un velo nero che le rendeva irriconoscibili e lontane, le nervose intemperanze procurate da astinenze sessuali forzose ai pazienti feriti.
Sarà stato vero? Chissà? Personalmente sono convinto che questa sia una trovata di qualche anticlericale buontempone.
So soltanto che le tasche dei pantaloni dei fanciulli oggi non si cuciono più per render loro impossibile ogni manuale frizione e che le lenzuola dei loro lettini ormai non si rimboccano strette quasi a soffocarne il respiro.
Altri tempi, altre mode e, soprattutto, altre conoscenze e maturità.
Ma il ricordo di quel verecondo gesto notturno, colpevole e sfuggente, provocato da una fantasia carpita al cartellone dipinto del Cinema Italia che mostrava il bacio di due teneri amanti, resta intatto e indelebile nella mia coscienza di vecchio.
Come resta vergognoso e sorpreso il primo timido approccio, consumato su un muretto dell’abbandonata Villa Penna, tra ragazzi in fila in un giorno di splendida “cália” (caliári=marinare la scuola, ndr).
Per me, apprendista neofito, compagnetti allegri dalla voce mutata e già roca, ricoperti nel corpo da una peluria infestante, sperimentavano tra mani sorprese e veloci una resistenza ad oltranza in un gioco erotico che speravo non finisse mai.

Un Uomo Libero.