Attualità Scicli 02/05/2015 23:17 Notizia letta: 3815 volte

Matteo, Angelino, la lettera e le infigghiolate di Zia Lisetta

Scacce solo per i nipoti di Roma? Infigghiolate per gli sciclitani!
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Scicli - In cucina c’erano vampate di caldo che parìa il quindici di ferragosto. I pensieri, poi, bollivano in testa come l'acqua della pignata scordata in capo al fuoco; fatto sta che quella mattina la donna aveva una smania che non gli dava rizzetto. E in casa di zia Lisetta era tutto un gran ‘cchiffari.

«Matteuzzo e Angelino quest’anno si sono persi il Maschio», bofonchiava Lisa a denti stretti, tra sé e sé, quasi a smozzicarsi le labbra che maisìa ci poteva uscire una parola di troppo dalla sua bocca, «ma le scacce no, quelle non se le perderanno».

I giovanotti non erano potuti calàre a Catania per Pasqua e non avevano visto la festa del Paese, la Maschiàta.

Era tutta una prescia la povira Lisetta, che si era messa già di bonóra a impastare le scacce per i due picciutteddi che stavano a Roma.

Nonostante il caldo e la gran trafichiàta, le impastate ci stavano venendo bellissime: «cipolla e pomodoro, cipolla e ricotta, e poi quella col baccalà, per Angelino, che è la morte sua!».

Ci volevano occhi per talìarle le scacce di Lisetta. Vero è, lo dicevano tutte le donne del quartiere, con tanticchia d’invidia, però.

Invidia per le scacce e invidia per i nipoti che avevano fatto le scuole alte e adesso lavoravano a Roma: uno era diventato ministro e l’altro Presidenti, addirittura. Ci davano tante soddisfazioni a quella povera fimmina, i due giovanotti. L’aria del continente, poi, non li aveva cangiati di niente.

Matteo e Angelino erano molto legati alla zia e alle tradizioni del paese, tanto che, raccontano gli sproloquianti del quartiericchio, con le scacce di Lisetta davanti non guardavano in faccia nessuno e, tra una mangiata e l’altra, si lasciavano andare a rutti non proprio educati, fuori ordinanza ma comunque liberatori, anche per gradire e ringraziare Lisetta che per farli felici e contenti ci appizzava ogni volta davanti al forno una giornata e cento anni di salute.

Il cerimoniale del rutto liberatorio iniziò quando i due erano ancora picciriddi e a Matteuccio ci andò di traverso un pezzo di scaccia con le patate, tanto che si misi a tussiri, tussiri così assai che ci stavano uscendo gli occhi di fuori. Angelino, che allora era tanticchia più sperto di oggi, gli gridò: «cugino, fai un rutto che ti passa!»

Matteo preso dalla disperazione non se lo fece ripetere due volte, si sforzò di allargare appena appena la bocca che ci uscì fuori un rutto che ancora al quartiere San Cristoforo se lo ricordano tutti. A San Cristoforo e alla Playa, perché a zio Michele, da quel giorno, la lapuzza che aveva posteggiato sotto il faro del porto non ne volle più sapere di caminari. Tutta colpa del rutto di Matteo, nessuno glielo potè mai levare dalla testa.

E i due giovani, con le scacce di zia Lisetta e la gazzosa che pure ci mandava a casce intere un amico di Spaccaforno, andavano a colpi di rutti che anche le campane di San Pietro in Vaticano, a Roma, suonavano a gloria! Suonavano che pareva ogni volta la santa Pasqua! Mancavano solo le maschiate, per sentirsi a casa, in Sicilia.

A Scicli, però, questa storia che Angelino e Matteo mangiassero scacce e bevevano gazzosa tutto l’anno, alla facciazza bedda di tutti, non andava proprio giù.

Non ci calava proprio che zia Lisetta avesse cuore e occhi solo per i due nipoti che, con tanticchia appena di scuola, erano diventati una potenza. Ai paesanotti ci era venuta la mmiria.

E allora, con una voci lastimiosa, la stissa di un puvireddu che domanda la limosina, tanticchia imparpagliata, però, decisero di prendere carta e penna e scrivere a quella povera fimmina, a Lisetta, per avere lo stesso trattamento che lei aveva riservato da sempre ai cari nipoti.

«E che, la zia Lisetta manda le scacce a Roma, e a noi al Paese non ci porta niente? È chista ‘a democrazia?»

La lettera partì da Scicli con la posta ordinaria e senza francobollo; fu una gran botta di fortuna se arrivò, pulita pulita, a destinazione.

La donna all’arrivo del postino si scantò, ci pareva che a scriverle fossero stati quelli del telefono che ancora la bolletta, bella e scaduta da una quindicina di mesi, non l’aveva pagata: «Signora Lisetta, c’è posta per lei, una lettera da Scicli, scinnissi che c’è da firmare».

«Madunnuzza santa, quant'è lunga!» esclamò Lisetta quando aprì la busta e tirò fuori il papello. Ma che vogliono da me questi signori?

E soprattutto, «ma cu’ su’ chisti?» Non lo disse, ma lo pensò ad alta voce.

Forse era meglio chiamare i nipoti per informarli della strana lettera ricevuta che li citava anche in causa e, specialmente, del fatto che aveva dovuto sborsare sei euro di tasca sua per rimborsare il costo del francobollo che i mittenti si scordarono a pagare. Cose di pazzi, per davvero.

Nella littra c’era scritto di tutto, un pasticcio che pareva la reclama di un supermercato dove assieme alla pasta e alle cotolette già impanate puoi trovare ammischiate le fotografie di trespoli, sedie a sdraio e ombrelloni per il mare.

Che confusione, Lisetta non riusciva proprio a venirne a capo, anche perché lei non era tanto pratica di lettere e in tutto questo commercio di preghiere, parole, opere e omissioni, seppur scritto con bella calligrafia, lei che ci azzeccava?

«Le scacce, Zia, vogliono solo le scacce» rispose Angelino al telefono tanticchia infastidito, quando la donna finì di leggere la gran littira ricevuta da Scicli, mentre Matteo, tra un rutto e l’altro tanto per tenersi in allenamento, rassicurava Lisetta in viva voce che ci avrebbe pinsato lui ad assistimari i paisàni.

«La ‘nfighiolata! facci ‘na gran bella infigghiolata con la ricotta, Ziuzza bedda, e ce la spedisci per raccomandata direttamenti a casa di tutti ‘sti signuri ca’ ti scrissunu la littira, accussì i paisani ‘stutunu subito subito i friscaletti e si acquietano i pensieri».

Lisa calò testa, si muzzicò li labbra cu’ li denti, fece, insomma, come il buono cristianu ca’ voli beni a Gesù ed è ubbidienti, si mise subito al lavoro e non dissi nenti.

Chi maraviglia di infigghiolata che ci venni a Lisetta!

C’era un problema, però: a chi spedirla? L'indirizzu sopra la busta non pirsuadìa la donna, pirchì pareva scritto da tanti picciriddi con manu scantuse e trimolanti: a farla breve, nun si capiva nenti.

Per non sapere né leggere e mancu scribiri, e soprattutto per essere certa del recapito in paese, Lisetta spedì la infigghiolata di ricotta al Comune, con una dedica di accompagnamento: «i caddozzi di salsiccia sono a pagamento, ci accorderemo dopo sul prezzo, la infigghiolata è gratis e ve la manda con tanto affetto mio nipote Matteo con il parere favorevole di suo cugino Angelino: spero gradirete». Firmato, Zia Lisetta.

E chissa fu infigghiolata ca’ cu scrissi e spedì la littira nun potti digiriri.

Socrathe