Cultura Modica 27/05/2015 19:02 Notizia letta: 2259 volte

Piero Guccione. Le suggestioni di una automobile o di un aeroporto

La mostra antologica
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Modica -  Si pensa prevalentemente a Guccione come artista della natura. Eppure nella sua ricca e varia attenzione al mondo vi sono cicli pittorici che riguardano temi che con la natura hanno un rapporto dialogico o che vanno in tutt’altra direzione. Mi riferisco ai cicli sulla Volkswagen, o alle Attese di partire. Il primo (tra il 1965 e il 1979) comprende dipinti che rappresentano il cofano o lo sportello di una Volkswagen, con titoli ancora una volta significativi: Città riflessa, Sul far della luna, Macchina-paesaggio, I platani sulla Volkswagen, Alba sulla città, Paesaggio solare nella macchina nera: è la natura riflessa, sulla superficie di una macchina, sono le complesse e inedite relazioni della luce naturale rispetto ad una superficie artificiale; imprevedibile scelta per un omaggio alla pittura, alla contemporaneità.

La mia prima domanda fatta a Guccione, nei primi anni Settanta, fu quella di chiedergli perché la scelta di dipingere la Volkswagen. La risposta come per schermirsi o forse no, in quanto verità, fu: «Perché è una bella superficie». Annoterà più tardi: «Per me la natura è un veicolo di bellezza e anche di orrori. Non ho mai privilegiato in toto la visione della natura, bensì alcune cose che di essa mi colpiscono. Ma nello stesso modo potrei essere affascinato da un’automobile».

Natura ed artificio, natura e contemporaneità di una macchina, a voler dire che non vi sono scelte a priori, non ideologie, pure culturalmente discusse negli stessi anni, non domande, pure ragionate sul che cosa è l’arte, sul dove va l’arte, ma coinvolgimenti emotivi che ti portano a risolvere ed organizzare una veduta-visione, a esaltare e dare senso al quotidiano, a dire dei platani, delle nuvole di un particolare di una macchina, e al contempo a porsi nello spartiacque tra figurazione e astrazione, guidato solo dalla sicurezza del disegno e del colore. Avverto questo ciclo come un tentativo di dialogo coi dibattiti che si svolgevano intorno a lui e a cui darà una risposta col ciclo delle Attese di partire, dove non la superficie ma la profondità degli spazi diventa la protagonista. Spazi architettonici contemporanei, fatti di rigorose geometrie, di sale di attese aeroportuali, di aerei dipinti sulla pista, di sagome di uomini e donne in controluce, tra la penombra degli interni e la solarità dello spazio aperto delle piste e del cielo. Le memorie figurative rimandano agli Addii, a Quelli che vanno e a Quelli che restano di Boccioni: ma qui prevale l’immobilità e non il movimento e se sono possibili rimandi sono a De Chirico e ad Hopper, ad una metafisica ritrovata, a quel vuoto dello spazio che contiene speranze e malinconie, gioie improvvise e dolori trattenuti. All’immediatezza, talvolta gestuale della pittura di qualche anno prima, si sostituisce la netta definizione, il rigore sia delle geometrie che del colore. Comincia, a mio avviso, un processo creativo che si è posto già tante volte nei classici. Vivere un’emozione, uno stato d’animo, alimentarlo tra inconscio e coscienza, e dopo, l’inizio di un lungo processo di costruzione di un’immagine che comunque deve riuscire a incorporare la prima emozione.

La bellezza percepita in un momento e successivamente il lungo lavoro per strutturare “realizzare” quel momento; «dare forma, dare spazio, è dare vita alla meraviglia del mondo» scriverà in un passaggio di una sua riflessione pubblicata nel 2005. Meraviglia, stupore sono termini che sempre più spesso Guccione ha usato davanti ad una natura solare, ma penso che questo atteggiamento sia di lungo corso, sia nel suo DNA, pur nella consapevolezza della complessità dell’esistenza e dell’animo umano. Grandi spazi in controluce, sedili, ombre portate, fusoliere, ali, code di aerei della compagnia di bandiera, una pista aeroportuale in cui le linee eleganti e le rispettive ombre nello spazio luminoso ed omogeneo anticipano le linee del mare che da lì a qualche anno diventeranno oggetto di pittura. Lo stupore è quello di vivere l’esperienza dell’attesa, o dell’arrivo, l’incanto di un luogo della contemporaneità allora poco frequentato ed in parte magico, che può anche essere malinconia, o gioia, tutto mediato dai rigorosi spazi. La data di quel ciclo assume un particolare significato: 1969, anno di tensioni sociali in Italia ed in Europa. Guccione ne resta fuori o se si vuole dà una risposta come pittore. Per lui siciliano dell’estrema periferia pensare al viaggio nella sua esistenza e in quella di tanti voleva dire Freccia del Sud, tempi lunghi in seconda classe.

Eppure dipinge gli aeroporti.

Dipinge quel presente che sarà futuro, dipinge la bellezza di quegli spazi, celebra, e non sarà un caso alquanto raro, la bellezza dell’architettura contemporanea, la bellezza delle forme degli aerei, riappropriandosi di uno spazio antico nella pittura, lo spazio prospettico.

Paolo Nifosì