Cultura Al Cinema 01/06/2015 10:04 Notizia letta: 4859 volte

Il racconto dei racconti e il labirinto di ossessioni di Matteo Garrone

Un fantasy horror
  • http://www.ragusanews.com/resizer/resize.php?url=http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/01-06-2015/1433145927-0-il-racconto-dei-racconti-e-il-labirinto-di-ossessioni-di-matteo-garrone.jpg&size=541x500c0
  • http://www.ragusanews.com/resizer/resize.php?url=http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/01-06-2015/1433146855-1-il-racconto-dei-racconti-e-il-labirinto-di-ossessioni-di-matteo-garrone.jpg&size=447x500c0
  • http://www.ragusanews.com/resizer/resize.php?url=http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/01-06-2015/1433145927-0-il-racconto-dei-racconti-e-il-labirinto-di-ossessioni-di-matteo-garrone.jpg&size=541x500c0
  • http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/01-06-2015/1433146855-1-il-racconto-dei-racconti-e-il-labirinto-di-ossessioni-di-matteo-garrone.jpg

Ragusa - “Tutte le fiabe sono uscite dalle profondità del sangue e della paura”, Franz Kafka.

“L'Italia possiede nel Cunto de li cunti il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari. Il Pentamerone è il libro italiano barocco più bello”, Benedetto Croce

GIAMBATTISTA BASILE

Conoscevate Giambattista Basile? Avete letto “Lo cunto de li cunti ovvero lo tratteniemento de peccerille”? Avete nella vostra biblioteca l’edizione curata da Croce, o magari quelle di Rak, di Guarini, della Stromboli?
Se avete risposto tre SI, siete pronti per superare con 30 e lode l’esame di Letteratura Barocca. Altrimenti avete la fortuna di poter scoprire uno dei più grandi libri europei di tutti i tempi: “Quando si dice ‘Lo cunto de li cunti’ si vuol dire il primo e il piu' grande di tutti i racconti (cosi' come si dice ‘il Cantico dei Cantici’ e ‘il Re dei Re’” (Raffaele La Capria); sono 50 fiabe, raccontate da 10 novellatrici in 5 giorni; le fiabe sono collocate in una cornice che segue il modello del Decameron, ma “al posto delle elette gentildonne favolatrici, Pampinea, Fiammetta,… qui troviamo Zeza sciancata, Cecca storta, Meneca gozzuta, Tolla nasuta, Popa gobba…” (Praz). Il “Pentameron” è l’opera più antica d’Europa nel suo genere, pubblicata nel 1634 in napoletano e fonte di ispirazione per Perrault, Gozzi, Tieck e i Grimm.
In Basile abbiamo la mescolanza tra reale, fantastico, comico e tragico; “la trionfante stranezza, la corposa evidenza e la scintillante espressività, la corposa fisicità e il capriccioso artificio” (Ferroni); abbiamo “metafore iperboliche, fantasiose e paradossali” (La Capria), metafore continuate da cui sgorgano altre metafore: “le vecchie si erano otturate le orecchie, il che gettava legna nel fuoco del re, che si sentiva scaldare come un ferro nella fornace del desiderio, stringere dalle tenaglie del pensiero e martellare dal maglio della tortura amorosa, per forgiare una chiave che riuscisse ad aprire la cassettina dei gioielli che lo facevano morire consumato”.

IL FANTASY-HORROR DI GARRONE

Per rendere questi contrasti, per “scatenare sentimenti violenti e contrastanti, stupore, estasi, ribrezzo, ilarità” (Marchesi) il regista Matteo Garrone – come un equilibrista che attraversi un abisso levitando su una corda (nella pellicola ci sono due significative mise en abyme di funamboli) - ha inventato una fiaba dark, un fantasy-horror; si è ispirato a Mario Bava, a Pasolini, all’“Armata Brancaleone”, al “Pinocchio” di Comencini, al “Casanova” di Fellini, al “Trono di Spade”, ma pure a “Excalibur”, Tim Burton, Syamalan, “Il Signore degli anelli” (il ragno gigante de “La regina” - non presente nella fiaba originale, “La cerva fatata” – viene direttamente dalla mostruosa Shelob de “Il ritorno del Re”). Se in passato Garrone partiva dalla realtà per poi trasfigurarla in chiave fantastica, ora è partito dalla fantasia tramutata in una dimensione realistica: più che di realismo magico si può parlare della magia realistica indispensabile per esprimere la vitalità e la ferocia caleidoscopiche di un Sud sontuoso e sordido (“il fasto sbrecciato che allora era lo stile del Regno delle due Sicilie”, Tomasi), orrido e tenero, sanguinario e ambiguo, arrogante e povero, funebre e appassionato, ingannevole e concreto, crudele e generoso, cupo e luminoso. La commistione di generi di questo fantasy partenopeo era obbligatoria per palesare “la festosità del narrare e l’ebbrezza dell’illusorio” (Celati).
Per un film che è artificio puro Garrone s’è avvalso delle professionalità più coerenti: basti pensare a il direttore della fotografia Peter Suschitzky (The Rocky Horror Picture Show, Guerre stellari–L’impero colpisce ancora, Cronenberg), che per i chiaroscuri - oltre che a Caravaggio e a Rembrandt - si è ispirato ai “Capricci” di Goya: basti pensare al musicista Alexandre Desplat (La ragazza con l’orecchino di perla, Harry Potter e i doni della morte, Grand Budapest Hotel); al costumista Massimo Cantini Parrini (“La fabbrica di cioccolato”, “I fratelli Grimm e l’incantevole stega”); ai curatori degli effetti speciali Andrea Eusebi, Elio Terribili, Andrea Giomaro e Leonardo Cruciano.

L’OSSESSIONE

Garrone (con gli sceneggiatori Albinati, Chiti e Gaudioso) ha intrecciato – ariostescamente - tre storie: “La cerva fatata”, “La vecchia scorticata” e “La Pulce”, reinterpretandole liberamente e inventando anche delle cose (e già in “Estate romana” e in “Gomorra” Garrone usava l’entrelacement, ovvero l’intreccio di più storie che avvengono contemporaneamente). I protagonisti sono tre sovrani, vittime delle proprie pulsioni e ossessioni: la possessività, la bramosia, l’eccesso; 1) una regina ossessionata dalla smania di avere un figlio; 2) un re erotomane ossessionato – e accecato - dal desiderio di possedere una donna; 3) un re ossessionato da un animale surreale al punto da ignorare la figlia: scambiando la cupidigia per amore, sono ossessionati come tutti i personaggi di Garrone: si pensi a Luciano, il pescivendolo di “Reality” che, ossessionato dal desiderio di partecipare al “Grande fratello”, sprofondava nella paranoia e nella follia (en passant, segnaliamo che Luciano vive nella villa Pignatelli di Montecalvo, barocca e cadente, e che cinemaevideo.it definiva il film una “favola napoletana”); si pensi all’ossessione del tassidermista per il bellissimo ventenne ne “L’imbalsamatore” . D’altronde “le fiabe sono archetipi, e gli archetipi sono sempre moderni e universali” (Garrone). In comune fra le tre storie c’è la figura della donna in tre diverse età, con allusioni pure al tema dell’eterna giovinezza e della chirurgia estetica ("Ma venuta la notte che aveva come la seppia gettato il nero, la vecchia tiratesi tutte le grinze della persona e fattene un nodo dietro le spalle legato stretto con un capo di spago, se ne venne al buio dentro la camera del re e si schiaffò dentro il suo letto"). E il doppio e la (ovidiana) metamorfosi corporea sono fra i temi prediletti da Garrone (“Primo amore”, ma anche l’attenzione maniacale dei camorristi per il proprio corpo in “Gomorra”).

USCIRE DAL LABIRINTO

I protagonisti per trovarsi devono attraversare ardue prove da cui usciranno drammaticamente trasformati. Infatti la fiaba, col suo “fascino oscuro” (Guarini), fa scontrare il Bene e il Male, “evoca le forze terribili che governano la Modernità: il Potere violento delle corti, della Bellezza e del Desiderio. Per sopravvivere a questa tenaglia non resta ai personaggi che affrontare un viaggio fuori dalla famiglia e superare tutte le prove, dei boschi, delle strade e dei castelli” (Rak). Significativa la scena nel labirinto di Donnafugata, con la regina interpretata dalla Hayek che insegue il figlio fortemente desiderato, ormai sedicenne: questo riesce a uscire dal labirinto, la regina invece vi rimane dentro, simbolicamente prigioniera, ma della propria possessività che non le consente di uscire da sé: vorrebbe imporre pure al figlio di rimanere rinchiuso dentro il carcere della famiglia: Eco ne “Il nome della rosa” ci insegna che “nel labirinto, come accade nei labirinti, ci si perde”. E “Il mondo come labirinto (maniera e mania nell'arte europea dal 1520 al 1650 e nel mondo di oggi)” è un libro di Hocke dedicato proprio agli anni di Basile, fra Manierismo e Barocco.
E’ significativo che alla fine a vincere e a rovesciare carnevalescamente il mondo degli stolti adulti (Bachtin) saranno i giovani, che hanno dimostrato il coraggio e la forza di mettersi in gioco, sfidando e sconfiggendo – prima che i “grandi” – i propri limiti.

LA GRANDE BELLEZZA DEL SUD

Basile “è puro barocco sofisticato e per questo può essere popolare” (Rak), il “Pentamerone” è “il sogno di un deforme Shakespeare partenopeo” (Calvino), un fastoso arazzo seicentesco: in questo anno in cui i Taviani ci hanno fatto riscoprire Boccaccio e Martone Leopardi, Garrone ci ha rivelato pure un’alternanza tra orrore e bellezza, incubo e sogno, che sbalordisce: si pensi solo alle location: il castello di Donnafugata, Castel del Monte, Andria, il villaggio Petruscio,…: è un film “immaginifico, corporale, visuale. Le sue scene ci portano nell'Italia del Sud. Quella dei muri di pietra secca, dei boschi, dei giardini, dei labirinti e dei castelli” (Rak).

LETTERATURA E’ CINEMA

Infine: un piccolo spunto per gli inevitabili confronti fra il testo letterario e il film: nella fiaba “La cerva fatata” la regina non riesce a rimanere incinta: perciò un gran sapiente rivela ai reali che dovranno far strappare il cuore a un drago marino, farlo cucinare da una vergine e darlo da mangiare alla regina, che subito resterà gravida, come la serva vergine; “e così cento pescatori, mandati sul mare, prepararono tanti arpioni, chiusarani, paragranfi, buole, nasse, lenze e cime e tanto girarono e voltarono finché catturarono un dragone e, cavatogli il cuore, lo portarono al re, che lo diede da cucinare a una bella damigella” (traduzione di Rak). Bene, nel film è il re, indossato uno scafandro, che si immerge per uccidere il mostro, in una scena carica di tensione lunga una decina di minuti, alla fine della quale il re sopprime il drago ma da questo è allo stesso tempo ucciso: è chiaro il “tradimento” del testo e contemporaneamente il suo efficace inveramento: infatti nel film 1) il re, per amore della moglie, non delega ma rischia e si sacrifica in prima persona: alla sua morte corrisponde la vita del/i figlio/i; 2) la vestizione del re, la discesa nelle acque, la ricerca del drago, la lotta con questo, il suo esito creano una notevole suspense; 3) il film corregge un’incoerenza del testo del Basile: difatti nella fiaba il re poi non appariva più, ma l’autore non ci diceva perché; inoltre la morte del re, nel film, motiva in qualche modo l’attaccamento morboso della madre al figlio. Incidentalmente: sarà un caso, ma Elias e Jonah, i due gemelli albini nati dalla regina e dalla serva, fanno pensare a Rick Deckard, il replicante di “Blade runner”.

P. S.
Ottimo il cast: Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones, John C. Reilly, Alba Rohrwacher, Ceccherini, Franco Pistoni.
E fra questi grandi interpreti ben figura anche la sciclitana Luisa Ragusa: complimenti, Luisa!

Giuseppe Pitrolo
http://www.ragusanews.com//immagini_banner/1505383848-3-peugeot.jpg