Lettere in redazione Modica 08/06/2015 21:00 Notizia letta: 2029 volte

Bella mostra di Guccione, nel gelo del carrubbo

Riceviamo e pubblichiamo
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Modica - Basterebbe stabilire, una volta per tutte, che agli uomini e alle donne di questo mondo è più facile e naturale dire “carrubbo” anziché “carrubo”. Ai ragusani è ancora più consono aggiungere un paio di “b”, per arrivar infine a “carrubbbbo”.
E però, fin quando i dizionari, tutti nessuno escluso, impongono l’uso di una sola “b”, dovremo scrivere “carrubo”, per quanto poi, nella fonetica, potremo aggiungere altre quattordici, anzi “quartordici” b. Si sappia, anzi, che molti dizionari sostengono che “carrubo” può dirsi (e quindi scriversi) anche “carubo”: e perciò non solo nessuno ci regala la doppia b, ma addirittura qualcuno vorrebbe toglierci una delle due erre.
Come che sia, per il momento scriveremo carrubo con due erre e una b. Non la pensano così i curatori della mostra sugli ottanta anni di Piero Guccione allestita nell’ex convento carmelitano di Piazza Matteotti a Modica. In tre o quattro quadri del maestro sciclitano è chiaramente scritto, nelle targhette poste alla destra dell’opera, “carrubbo” (uno per tutti: “il carrubbo di Sampieri”). E però, e questo qualcuno dovrebbe spiegarlo, in un quadro, solo in uno, appare “carrubo”.
Maggiore attenzione, please.
Non saprei invece quanto c’entri l’attenzione in un altro, stupefacente quadro dell’ottantenne artista caposcuola di quel “Gruppo di Scicli” che da decenni è alla ricerca della bellezza nella terra del Sud-Est. È il quadro, datato 1984, al quale è stata riservata una intera, seppur piccola parete di un delle sale della mostra. Nel quadro, di un metro e mezzo circa per sessanta o settanta centimetri, con la tecnica guccioniana che “vanta innumerevoli tentativi di imitazione”, si osserva il tipico paesaggio dell’altopiano ibleo. E infatti, con la calligrafia di Guccione, com’è nel suo stile e in quasi tutti i suoi quadri, in calce alla tela è scritto, e si legge molto chiaramente: “Ombre sugli iblei visione (o forse “vallata”, non si comprende benissimo) di Ragusa”.
Ripetiamo: “ombre sugli iblei, vallata di Ragusa). E infatti si vede in primo piano la “costa” modicana, in secondo piano la vallata dell’Irminio e in fondo l’altopiano ragusano con, in alto a destra, il profilo del capoluogo con quelle che sembrerebbero le ciminiere dello stabilimento cementiero di contrada Tabuna.
Chiunque avrebbe scritto, nella targhetta a destra: “Ombre sugli iblei, vallata di Ragusa”. E invece nell’apposita targhetta è scritto “Ombre sugli iblei”. E basta. Punto. Perché non aggiungere “Vallata di Ragusa” che pure l’autore del quadro ha voluto scrivere in calce allo stesso? Mistero.
Ma nella bellissima mostra (approfitto per congratularmi con Guccione, ca va sans dire, e con il professore Paolo Nifosì che l’ha ideata e curata) si riscontra un altro, ben più insondabile mistero: la temperatura. Intendo proprio la proprietà fisica che ci fa dire che in un dato luogo in un dato momento ci sia freddo, oppure caldo.
Bene, nei locali dell’ex convento carmelitano di Piazza Matteotti a Modica ho girato in manica di camicia ritrovandomi poi raffreddato (e mi è andata bene): un freddo polare, un ghiaccio che – mi hanno spiegato gli addetti – è voluto dai privati che hanno fornito i quadri di Guccione. Ho subito pensato che in quelle case si potranno anche godere gli oli, le tempere e gli acquarelli del maestro di Scicli in pace e quando si vuole, ma bisognerà farlo in cappotto e sciarpa.

Saro Distefano