Attualità Ragusa 10/06/2015 21:48 Notizia letta: 2200 volte

L’automobilista nervoso e offensivo. E leghista

A quando “figo” per dire “spirtuni” e “volpino” per dire “cacuorciula”?
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Ragusa - Attraversavo – a piedi - una strada secondaria della mia città. E lo facevo sulle strisce pedonali. Lo faccio sempre, colla fondata speranza che nel malaugurato caso un mezzo mi mettesse sotto, potrò far valere la mia ragione di pedone che ha diritto a passare proprio da quel punto, dove sono le strisce “a zebra” che obbligano (non è un consiglio, è un obbligo) gli automobilisti a fermarsi per far passare il pedone da uno all’altro marciapiede. Nel caso soccombessi, lo racconterò a San Pietro.
Quando ero a metà carreggiata arriva non velocissima ma nemmeno lenta una macchina che mi è parsa molto grande. E scura.
Istintivamente, come avrebbe fatto chiunque al posto mio, ho sveltito il passo, per quanto possa, considerata l’età e gli acciacchi. Ma non avevo ancora il piede sul marciapiede mia meta agognata e sperata che quell’automobile, nel frattempo arrivata a pochi centimetri dalle mie gambe, si pianta con una rumorosissima frenata, amplificando il mio spavento: come diceva mia nonna “risautaii”.
Da un finestrino aperto a metà intravedo un volto e sento perfettamente chiara una voce che mi apostrofa: “vecchio, ma vai a c...gare”.
D’accordo sull’aggettivazione (è oggettivamente tale un uomo molto avanti con gli anni, e a nulla vale mistificare con “anziano”, o, peggio, “maturo”) e grato dell’auspicio intrinseco al verbo, ho evidentemente avuto una reazione forse inaspettata per un vecchio come io sono. Ho infatti approfittato del fatto che la macchinona fosse di fatto ferma e mi sono avvicinato, tornando sulla carreggiata. A pochi centimetri dal finestrino ancora mezzo aperto mi sono azzardato in una domanda rivolta all’automobilista: “scusi, come ha detto?”.
E di rimando il mio concittadino: “vai a c...gare!”. A quel punto, non ho più avuto dubbi: il mio conoscente, perché lo conosco, ragusanissimo come me, ha voluto riprendermi (forse perché ero stato lento nell’attraversare la strada). E ci può stare (direbbe l’allenatore spagnolo del Napoli), ma quanto invece mi rimane tuttora oscuro è il fatto che il mio concittadino, seppure di classe sociale molto più elevata della mia (cosa per nulla difficile, posto che chi scrive appartiene al proletariato urbano) abbia detto “c...gare”. Ha quindi utilizzato un verbo italianissimo, una imprecazione mutuata dalle civilissime lande padane. È evidente: fosse stato uno come me, legato alla propria terra e, diciamolo, ricco in villania, avrebbe detto “o caca!”, come quel giocatore della Sampdoria (nel senso che il centravanti genovese si chiama proprio così: Stefano Okaka) o, al limite, avrebbe scimmiottato la lingua dei toscani dicendo “vai a c...care”. Ma siccome ormai siamo moderni e globalizzati, questo novello figlio “del continente” ha assorbito l’uso dei termini dei concittadini di Silvio. A quando “figo” per dire “spirtuni” e “volpino” per dire “cacuorciula”?

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