Cultura Chiaramonte Gulfi

Giovanni De Vita, pittore chiaramontano

Poeta minore
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Chiaramonte Gulfi - A Chiaramonte tutti conoscono, almeno di nome, Giovanni De Vita. Alcuni avranno visitato almeno una volta la pinacoteca a lui dedicata che si trova a Palazzo Montesano e che ospita al suo interno 55 suoi quadri. Per volere del pittore e della sua famiglia, infatti, gran parte della sua produzione è stata donata alla città al momento della sua morte, avvenuta nel 1990 all’età di 83 anni.

Sarà stata la sua natura definita da chi l’ha conosciuto “schiva”, sarà stata la sua innata modestia, ma sulla vita del pittore Giovanni De Vita esistono davvero poche notizie. La sua produzione non è stata recensita da critici illustri e ancora oggi rimane un nome poco conosciuto al di fuori dei confini provinciali. Eppure i suoi dipinti (principalmente acquerelli e tempere), hanno davvero qualcosa di straordinario. I soggetti sono i più disparati: vasi di fiori, nature morte, ritratti, autoritratti, perfino giocatori di pallacanestro, tutti oggi visibili alla pinacoteca a lui dedicata di Palazzo Montesano. Abbiamo deciso, però, di fare un passo in più e di incontrare qualcuno che ha avuto la fortuna di conoscerlo quando era ancora in vita.

La casa di Pippo Bracchitta, cultore dell’arte, “esteta”, come ama definirsi, e collezionista, sembra un piccolo museo. Possiede qualche opera del “maestro della luce”, così com’è stato definito: nel salone, c’è una “ragazza seduta” del 1965, un rarissimo olio su cartoncino telato, donata a Pippo Bracchitta dalla nipote di De Vita, due tempere su cartoncino nero che rappresentano due vasetti di fiori, datati entrambi 1979 e un “vaso di fiori” del 1972, una tempera su cartoncino nero. Forse non tutti sanno che De Vita aveva l’abitudine anche di dipingere oggetti della vita quotidiana, come cassetti, sportelli della cucina, mobili. Pippo Bracchitta, infatti, possiede una parte di un cassetto che è stata dipinta proprio da De Vita, come passatempo. Ma la cosa straordinaria è sentire il racconto di Pippo Bracchitta seduta sul divano del suo salotto: è un fiume di parole, dalle sue frasi traspare grandissimo affetto per il compianto maestro. Per questo, abbiamo approfittato dell’occasione per conoscere un po’ di più la vita di questo artista straordinario, che ha fatto dell’uso della luce e dei tenui colori carichi di vitalità, il suo personalissimo marchio di fabbrica.

Quando è avvenuto il suo incontro con De Vita?
“Avevo già avuto modo di incontrarlo personalmente in occasione di una sua personale che aveva allestito all’interno della sala oggi denominata ex giudice di pace. Volevo assolutamente acquistare un suo dipinto bellissimo che rappresenta un vaso di gladioli e che si chiama “Vivace letizia” ed è esposto alla Pinacoteca. Ma non c’è stato verso. Lui era fatto così. Non era facile acquistare un suo quadro perché sostanzialmente non era un commerciante. Magari poi te lo regalava ma se diceva di no, era no. Quello è stato il nostro primo incontro. La nostra amicizia, invece, è nata alla villa comunale. Ero andato lì con mio figlio piccolo per farlo giocare. Lui si era allontanato, come tutti i bambini. Ho cominciato a cercarlo e ad un certo punto lìho visto per mano a questo vecchietto. Era De Vita che mi ha detto di aver scambiato quattro chiacchere col bambino e di aver scoperto di essere nato il suo stesso giorno. Da allora è nata un’amicizia che è durata fino a quando lui è morto. Ma soprattutto è nata una stima immensa nei suoi confronti. Credo che questo fatto avvenne intorno alla metà degli anni ‘80”.

Questo è l’unico aneddoto che riguarda De Vita e la sua famiglia?
“No. Un altro riguarda mio fratello Giovanni che è un pittore. Era ancora molto giovane e allora aveva fatto vedere un suo quadro a De Vita per avere dei consigli. Si trattava di un dipinto che rappresentava un viale alberato. Ricordo che De Vita lo prese da parte e gli disse: “Vedi, il quadro è bellino, i colori sono i nostri. Ma ti manca l’aria fra un albero e l’altro”. Torna nel suo studio e ci mostra il suo famoso quadro “Il viale”, oggi esposto alla Pinacoteca. Beh, a me è sembrata di vederla veramente l’aria fra un tronco e l’altro. Era davvero un maestro nell’uso della luce e nel creare ombre”.

Che tipo di persona era Giovanni De Vita? Come potrebbe definire il suo carattere?
“Era una persona molto schiva. Ha dedicato tutta la sua vita all’arte, una vera e propria scelta estetica e professionale. Per un breve periodo si trasferì in Argentina dalla sorella. A testimonianza di ciò esiste un altro suo quadro famoso, “Api”, esposto alla Pinacoteca, che rappresenta proprio le operaie della sartoria dove lavorava la sorella. E’ un’opera splendida. In Argentina ha fatto l’Accademia e ha realizzato anche opere notevoli per il governo di quel Paese. Forse è stato questo suo muoversi attraverso due mondi che ne ha fatto una persona molto schiva. Ma dentro era un vulcano. E a testimonianza di ciò, ad esempio, c’è un altro suo quadro, “Golgota”, che secondo me è davvero indicativo ed è davvero l’espressione di sé stesso. E’ un quadro duro, arrabbiato, come se l’uomo cercasse di ribellarsi alla mediocrità della vita. Ecco, secondo me esistono due De Vita: uno sereno, tranquillo, pacato e un altro esplosivo, arrabbiato”.

Secondo lei è giusta la definizione che hanno dato di De Vita, ovvero “Pittore della luce”?
Una volta mi disse una cosa, cioè che in un quadro i colori sono importanti, ma quello che veramente ti trasmette qualcosa, in un dipinto, sono le ombre. La luce deve colpire gli oggetti, le persone, i paesaggi, in maniera tale da “staccarli” dal resto del quadro e farli penetrare negli occhi. La sua luce è delicata, i colori sono dolci, tenui e le sue forme armoniche. I suoi quadri si colgono con uno sguardo d’insieme e balza subito all’occhio come siano ben bilanciati”.

De Vita, però, non ha dipinto solo quadri. Ha anche affrescato, ad esempio, la saletta storica del ristorante Majore, tanto per citare un esempio famoso…
“Su quella saletta, di cui è famosissima la finestra dipinta con la tecnica del Trompe-l’oeil, conosco un aneddoto. Oltre alla finestrella, infatti, vi è affrescata anche una Madonna di Gulfi. Dopo aver affrescato l’effige della Madonna, è arrivato nel locale con un quadro che rappresentava il Santuario della Madonna di Gulfi e l’ha sistemato sopra il dipinto. All’epoca, infatti, Majore non era ancora il ristorante che è oggi, era quasi un’osteria, e allora lui disse che aveva voluto mettere la Madonna dentro la Chiesa perché la sera, a cena, potevano “volare parole grosse”. Quel quadro è rimasto appeso parecchi anni, oggi è stato tolto visto che Majore non è certo più un’osteria”.

E’ vero che aveva l’abitudine di dipingere i cassetti, gli sportelli della cucina e altri mobili di uso quotidiano?
“Si. Quello era il suo passatempo, una cosa che faceva per sé. Era come se si creasse il suo ambiente, il suo mondo. Sono davvero cose molto carine, appena accennate, ma secondo me di grande interesse”.

Secondo lei, Giovanni De Vita ha avuto il giusto riconoscimento artistico?
“Secondo me non c’è stata giustizia. E sempre secondo la mia personale opinione era molto più bravo di un Fiume. Il mio giudizio è che avrebbe meritato la fama di un Guttuso. E posso dimostrarlo citando un fatto realmente accaduto. Se non ricordo male era la metà degli anni ’80 quando Giovanni De Vita e Leonardo Sciascia erano stati premiati a Chiaramonte con l’ulivo d’argento. Sciascia aveva voluto vedere le opere di De Vita che abitava in via Castello dove aveva anche il laboratorio. Sciascia, una volta visto il suo lavoro, l’aveva pregato di fare un’esposizione a Catania o a Palermo, anche a Roma. Lui si sarebbe impegnato in prima persona a trovargli i contatti. Giovanni De Vita, però, all’epoca era già anziano e declinò l’offerta. Gli disse che se fosse capitato qualche anno prima, sarebbe riuscito a coinvolgerlo in quell’impresa. Ma ormai era tardi. E gli rispose: “Mi lasci stare nel mio paesino”. Ormai si era rinchiuso nelle sue stanzette e la vita semplice di paese gli bastava. Questo era Giovanni De Vita”.

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