Cultura Siracusa

Quel pomeriggio del 1939

Un racconto

Una giornata di maggio quasi afosa di primo mattino.
Mia madre mi trovò sveglio e molto eccitato, non avevo chiuso occhio, infatti, tutta la notte.
Il giorno prima avevo seguito con interesse i vari preparativi, curiosando nelle cucine con occhi grandi e vigili.
-Dai! – Mi disse mia madre con un tono di voce a metà tra l’esortazione e il comando. –Da bravo, vestiti con il vestitino che ti ho adagiato sulla sedia a piè del letto, il re non può aspettare.-
Balzai a sedere sulle fresche lenzuola che Peppa, la serva, aveva già cambiato da qualche giorno per combattere il caldo improvviso e umido dello scirocco africano.
Lavai la faccia nella bacinella di un lavamano di ferro che da sempre qualcuno aveva piazzato in un angolo della mia camera. Cominciai a vestirmi.
-Il re!-Esclamai ad alta voce soprappensiero.
Per la verità tutti erano impazziti in casa da quando il federale aveva fatto sapere a papà, per bocca di zio Ciccino, il podestà, che avrebbe gradito la presenza di tutta la famiglia a Siracusa nell’occasione della visita del re.
Una visita particolare, quella, che assumeva le sfumature e i toni dei grandi eventi, che avrei dovuto ricordare per sempre come l’incontro più straordinario della mia vita.
Da un mese circa la radio e i cine giornali dell’Istituto Luce avevano informato gli Italiani che l’Albania si era arresa alla schiacciante superiorità italica e, ai tanti titoli, ora Vittorio Emanuele III, il nostro re, poteva aggiungere quello di “Re d’Albania”.
Ogni mese una grossa novità storica veniva fuori dai cinegiornali. L’elezione del Cardinale Pacelli a papa in marzo aveva reso fluida una storia che certo non era avara di colpi di scena e di continue sorprese.
Mia madre fece capolino dalla porta socchiusa per accertarsi che davvero eseguissi i suoi ordini.
Si avvicinò contenta, prelevò dal cassettino del comodino un pettine, mi trascinò davanti allo specchio enorme che ricopriva l’unica grande anta dell’armadio e mi pettinò con compiacenza, orgogliosa di essere stata obbedita.
- Posso chiederti una cosa? – Domandai con una voce timida e imbarazzata.
-Ma certamente, angelo mio!- Rispose.
-Il Re è vestito come il Duce o porta un manto ricamato d’oro come il papa e la corona in testa?- Chiesi.
Lei scoppiò in una fragorosa risata.
-Vedrai! – Rispose, dandomi un pizzicotto sulle guance rosa. Poi aggiunse: -Su! Dai! Vieni! Papà ha messo fuori la macchina dal garage e il nonno e Viola sono pronti già.-
Mano nella mano, andammo in cucina.
Feci colazione con biscotti e il latte che Peppa aveva bollito e zuccherato prima.
Il nonno e Viola osservavano papà mentre caricava nel bagagliaio della nostra fiammante Balilla, una Fiat 508 C a quattro marce, canestri e canestrini che Peppa gli porgeva, alcune borse da viaggio, una piccola damigiana di vino stravecchio che poi scoprii essere un regalo per chi ci aspettava, fagotti e fagottini.
Il nonno mi chiamò e strinse la mia mano tra le sue poderose e aspre.
Viola, bella e già donna, sottolineava con gridolini e risatine isteriche il mal celato borbottio di nostro padre per tutte quelle masserizie che mia madre si era ostinata a portare.
Viola.
Viola era nata subito dopo la marcia su Roma ma nessuno la aveva chiamata così ed io la chiamavo così solo quando volevo farle un dispetto.
Tutti da sempre la avevano chiamata Jole.
Diciassette anni compiuti, otto in più di me e tanti pretendenti che purtroppo, chi per un verso e chi per un altro, non superavano il rigido esame cui li sottoponeva la morbosa gelosia di mio padre.
Jole era bella, a me sembrava bellissima.
Il cappello a cuffietta, come usava, le conferiva una raffinatezza da signorina chic, la faceva apparire come certe dive del cinema che tanto mandavano in estasi mio padre e gli amici di mio padre durante licenziosi discorsi al Circolo di conversazione.
Mio nonno era un possidente, un “agrario” di quelli cui Giolitti voleva espropriare, senza mai riuscirci, la terra. Mio padre fu l’unico rampollo maschio di una lunga sfilza di figlie femmine. Su di lui il nonno aveva appuntato speranze e ambizioni.
Una laurea in ingegneria, conseguita presso l’Università di Napoli, aveva messo per sempre la parola fine a una vagheggiata carriera militare che nessuno in famiglia aveva desiderato né previsto mai.
La tromba di una macchina attirò la nostra attenzione e la voce di mio padre si fece all’improvviso impaziente e brusca nel comandarci. Ci accomodammo subito a bordo. Papà prese posto alla guida dell’auto e al suo lato la mamma. Il nonno sul sedile dietro papà, Jole sull’altro dietro la mamma ed io nel mezzo, tra loro due.
Era zio Ciccino, il podestà, cugino primo del nonno che c’invitava con quel segnale a seguirlo.
Minico, un ragazzone figlio di Peppa, si avviò barcollando verso il cancello per aprirlo, mentre la madre sulla soglia del portone della villa sventolava un fazzoletto bianco in segno di saluto alla nostra Balilla che lentamente, descrivendo un largo giro sul piazzale, imboccò il viale d’uscita.
La mamma si segnò col segno della croce e raccomandò a mio padre di non correre tanto.
Raccomandazione inutile per la quale lui fece morire sulle labbra una mezza bestemmia.
Ci accodammo alla macchina del podestà e insieme ci dirigemmo verso Modica, dove ci saremmo riuniti al corteo di macchine con alla testa quella del federale, proveniente da Ragusa.
Spaccaforno, Rosolini, Noto, Avola, Cassibile e finalmente Siracusa.
Un viaggio lunghissimo che mi sembrò durare per un tempo infinito.
A ogni paese il nonno m’informava, raccontandomi storie su storie. Ero accucciato quasi sulle sue gambe per far posto a Jole, prigioniera di una lunga sottana.
Alle porte di Siracusa ci aspettava una staffetta, avvisata del nostro arrivo per telefono dal podestà di Avola, l’ultimo grande centro attraversato dall’insolito corteo.
E con la staffetta un carissimo collega di papà, anche lui ingegnere, anche lui laureato a Napoli.
Ci fermammo un attimo.
Papà scese con sollecitudine dalla macchina, corse incontro al suo vecchio compagno e lo abbracciò, strinse poi la mano al figlio, un giovanottone biondo dal viso imberbe e paffuto, infagottato dentro una pesante divisa da tenentino.
Con zio Ciccino viaggiava il fratello del nonno, lo zio canonico.
Decidemmo di dividerci dal resto del corteo.
Il federale e il suo seguito proseguirono verso il centro di Siracusa.
Zio Ciccino, lo zio canonico e noi seguimmo l’amico di papà che ci condusse in un’antica tenuta di sua proprietà vicinissima al teatro greco. Nel pomeriggio, infatti, ci saremmo ritrovati tutti insieme nella cavea del teatro per applaudire il re che inaugurava, con la sua presenza, ufficialmente il ciclo delle rappresentazioni classiche.
La moglie dell’amico di papà ci aspettava in cima a una bella scalinata liberty fiancheggiata da oleandri fioriti dall’odore forte di mandorla amara e dai colori vivaci, sulla soglia di un portone che immetteva in un’austera sala d’aspetto.
Il nonno aiutò la mamma a scaricare i bagagli mentre papà conversava amabilmente con l’ingegnere siracusano, con lo zio canonico e con zio Ciccino ai quali aveva presentato l’impacciato figlio dell’amico.
La signora dell’ingegnere mandò premurosamente una serva per dare una mano a mia madre.
Il collega di mio padre, sua moglie e il figlio, non mi erano nuovi.
Qualche volta, ora ricordo, erano stati nostri ospiti nella casa di Donnalucata, in estate, quando il tempo faceva bello e appetibile il mare.
La mamma sfiorò la guancia della signora con una tenerezza e un trasporto da vera grande amica.
Jole, impacciatissima, era più rossa invece di un tizzone ardente.
Gli uomini salirono lentamente per lo scalone della villa con sigari in bocca, circondati come olimpiche divinità da piccole e pestifere nuvole di fumo.
La fame si faceva sentire.
Ci trasferimmo senza indugi nella sala da pranzo dove era una grande mensa già elegantemente addobbata. La mamma e l’amica diedero le dritte necessarie alle serve per imbandirla.
Le focacce della mamma, gli arancini preparati dalla signora, ciambelle, frutta saporita e dolcissima di stagione, tutto fu un trionfo di sapori, di profumi, di sensazioni e di colori per gli occhi. Mi ricordarono i “déjeuners sur l’herbe” di pasquetta.
Gustammo alla fine del pranzo un ottimo sorbetto al limone e il profumo del caffè si mischiò inevitabilmente all’odore del tabacco.
Gli uomini parlavano di politica in una saletta attigua alla sala da pranzo usando un tono di voce che mi parve grave, pacato, misurato.
Mamma e la signora si chiusero invece in salotto per una chiacchiera più riservata di cui non mi fu difficile intuire l’argomento.
Jole e il giovane tenentino scesero nel piccolo parco della villa per una passeggiata digestiva e romantica.
Rimasi solo e incustodito sul grande terrazzo a spiarli mentre scomparivano in un viale fiancheggiato da alte siepi.
Provai molta antipatia per quel ragazzo dal viso simile a un’albicocca matura che forse era stato il vero motivo del nostro storico viaggio.
Nel tardo pomeriggio ci avviammo tutti a piedi verso il grande teatro: una piccola comitiva borghese che volontariamente ignorava le mie domande curiose.
Mi colpirono le paglie degli uomini per ripararsi dal sole; i cuscini ostentati nelle mani, necessari per sedersi sopra le dure gradinate della cavea; l’allegra caciara da gallinaio di un “demo” assortito e variopinto disposto sapientemente a ventaglio.
Ci fecero accomodare nei posti a noi riservati e aspettammo là che l’evento memorabile si compisse.
All’imbrunire un forte brusio come un vento divino e leggero si levò verso il cielo e raggiunse gli dei fin nelle loro più segrete dimore per un’acustica perfetta che il teatro possiede.
Dall’alto del rudere un concitato movimento fece capire che qualcosa stesse per accadere.
Proprio dal corridoio vicino a noi, uno dei tanti che delimitavano i settori nei quali era divisa la cavea, cominciarono a scendere uomini in alta uniforme. Li seguiva un ometto piccolo, piccolo, ridicolo nella sua insolita tenuta militare.
Intanto si era levato un grido. “Viva il re, viva il re imperatore”.
Tutti guardarono verso di noi ed io potei per un attimo vedere a un palmo dal mio naso finalmente Vittorio Emanuele III. Il nostro re era quasi sospinto verso il basso dal servizio di sicurezza, al posto centrale della prima fila a lui riservato, davanti all’orchestra.
Si fece subito un silenzio che mai mi sarei aspettato.
Aiace di Sofocle cominciò a rappresentare il suo dramma nell’esaltazione dell’onore offeso e dell’eroismo sconosciuto.
Alla fine della rappresentazione, ci avviammo alla villa dove avevamo pranzato.
- Così piccolo e vecchio è il re? A me è sembrato un nano...– Dissi ingenuamente a mia madre a voce alta durante il breve tragitto. Per risposta ebbi un pizzicotto in un braccio che mi lasciò a lungo un fastidioso bruciore.
A cena gli uomini lodarono la bravura degli interpreti, le musiche di Zandonai, i costumi disegnati da Duilio Cambellotti.
La notte dormii nella stanza col nonno.
E fu forse l’unica cosa bella di quella giornata stressante e strana.
Il giorno dopo mio padre e gli altri andarono in piazza Duomo ad applaudire il re, a riverirlo con alla testa il federale. Le donne ed io rimanemmo in villa ad aspettarli.
Partimmo all’imbrunire da Siracusa, accodandoci di nuovo allo stesso corteo con il quale eravamo giunti. Arrivammo a casa nostra a notte fonda.
Giorni dopo, quello stesso piccolo uomo che a me era sembrato un nano ratificava un patto d’acciaio, firmato da Galeazzo Ciano a Berlino, che nel giro di qualche anno avrebbe distrutto e insanguinato l’Italia. Né Atena intervenne a confondergli il senno come fu per Aiace affinché da un fato avverso e infelice fossero risparmiati gli eroi.
Le parole di Sofocle si erano, ahimè!, dileguate nell’aria frizzante di quella sera di maggio senza che nessuno, nemmeno il piccolo re, le avesse sapute capire e raccogliere.
Mia sorella Jole non si fidanzò con l’albicocca ed io contento esultai.
Forse perché Atena questa volta era riuscita a confonderle fortunatamente i pensieri.
Di tutta quella giornata sensazionale mi rimase la magia di un teatro che mi lasciò stupefatto per uno spettacolo insolito che la mia tenera età non capiva ma di cui subì il fascino antico senza ancora riuscire a percepirne la trama.
Più tardi mi resi conto che quel teatro era il simbolo sacro della mia stessa memoria di siceliota; il luogo eterno del mito in cui da millenni si reincarna la grande poesia del passato e provai un’intima gioia in cuor mio nel sentirlo custode fedele e testimone silenzioso della Storia.
Ma fu tanto tempo dopo, con scenari diversi e uomini nuovi. Per un genetico orgoglio tutto isolano di appartenenza alla Terra.

CREDITI
Giornale Luce B-1509 11 maggio 1939
Giornale Luce B-1510 11 maggio 1939
© Tutti i diritti riservati all’Autore

http://www.ragusanews.com//immagini_banner/1512997998-3-pirosa.gif