Cultura Scicli 18/06/2015 11:15 Notizia letta: 4189 volte

Matera e Chiafura, enciclopedia stratificata di civiltà

Così lontane, così vicine
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Matera - Avevo poco più di trent'anni quando penetrai la prima volta nei Sassi richiamato da una mostra di pittura organizzata presso La Scaletta di Matera. Era l'inverno del 1980 e la devastazione che mi apparve, uno sprofondo di calcine abbandonato alle parietarie e alle malve, mi comunicò una sensazione di sconforto e di desolata grandiosità. Era l'immagine del Mezzogiorno. Confesso che quell'immagine mi restò impressa per molto e mi aiutò a riconsiderare l'abbandonata bellezza dei centri storici non solo della Lucania, ma anche dell'Irpinia, della Calabria e della Puglia del subappennino e delle Murge. Un mondo che di lì a poco sarebbe stato messo a soqquadro dal terremoto. Un mondo del quale non si sapeva che fare.

Ricordo che Guido Piovene, partecipando al dibattito pubblico sul destino dei Sassi con uno squarcio narrativo del suo Viaggio in Italia, lo aveva accompagnato con una dichiarazione inequivocabile: «Abbattere, sventrare nei Sassi, sarebbe un delitto, giacché, nel loro insieme, essi costituiscono un monumento unico, in cui lo squallore si mescola con antiche chiese e palazzotti impareggiabili». Ma per le aule parlamentari e per la pubblicistica del tempo Matera era solo «una vergogna nazionale». Città paleolitica, ventre dell'inferno, era stata descritta da Carlo Levi nel Cristo si è fermato a Eboli come una sorgente di inquietudini per la sua struttura urbanistica e per il suo assetto sociale. Occorsero un po' di anni perché ci si rendesse conto che in quell'imbuto di case che nascevano dal ventre della terra, di loggiati che ospitavano muri scalinate tettoie e saliscendi, dove uomini, bimbi, donne e bestie vivevano un condominio di miseria, si conservava un'enciclopedia stratificata di civiltà, dal neolitico al barocco. Un patrimonio inestimabile e unico di chiese rupestri e di grotte dove avevano vissuto monaci, contadini e pastori e sulle quali si erano elevate case di calce e tufo e svettavano palazzi gentilizi in carparo e pietra serena. In quei palazzi, a tutt'oggi conservatisi nella loro piena imponenza, tra quelle laure e gli ipogei erosi dall'atmosfera erano vissuti uomini di profonde qualità culturali. Una ricca letteratura annovera da età medievale lo scienziato Alano da Matera, il poeta Eustachio e San Giovanni Scalcione, divulgatore della regola benedettina, quindi Tommaso Stigliani, il poeta che si oppose in difesa del classicismo al Marino e ai Marinisti, i rappresentanti della famiglia Persie, Altobello e Aurelio eccellenti scultori rinascimentali attestati in tutto il Sud e i più giovani Antonio, allievo di Telesio e Ascanio, docente presso l'università di Bologna, il musicista Egidio Romualdo Duni. In quelle strade avevano trascorso infanzia e giovinezza il grecista Nicola Festa, il filosofo Paolo Lamanna e un Giovanni Pascoli venuto per qualche tempo a insegnare a Matera e in tempi più recenti Cario Levi, Sinisgalli, Alomo Fierro e Rocco Scotellaro. Quella sera del 1980, Franco Palumbo che mi aveva invitato a visitare la mostra materana dei pittori emergenti lucani, Ciliento, Cerone, Claps, Lovisco, Santoro e mi accompagnava attraverso gli sgarrupatori di via dei Sette Dolori, mi raccontava che negli anni Cinquanta era fiorita, sulle indicazioni di Levi, la moda di praticare campagne etnografiche tra i Sassi e i presepi lucani dominati dal malocchio e dalla fascinazione. Nel 1952 vi era sceso intatti Ernesto De Martino e dietro di lui erano approdati i sociologi, americani Friedman, Peck, Banfield.

Un gruppo di giovani, guidati da Leonardo Sacco, aveva dato vita alla rivista di controinformazione Basuiaita, mentre un altro gruppo di artisti e intellettuali fondava il circolo La Scaletta, proprio quando un piano di risanamento sociale voluto da Emilio Colombo e da De Gasperi pianificava lo sfratto dei Sassi e la nascita di nuovi rioni nella campagna circostante. Nacquero allora tra opposte posizioni politiche e culturali i quartieri La Martella, Venusio, Serra Venerdì e con gli abitanti che si spostavano negli edifici di nuova costruzione, i Sassi venivano abbandonati a se stessi, come una voragine nelle cui viscere morivano la storia e il destino sociale dell'intera comunità lucana. Furono quelli gli anni in cui Adriano Olivetti approdò a Matera, insieme agli uomini del gruppo di Comunità, Pampaloni, Volponi, Buzzi, insieme all'architetto Quaroni e all'Unrra Casas. E alla Scaletta, fondata da Palumbo, dai De Ruggieri dai Corazza, approdavano José Ortega, Peppino Appella, Cid Comían e Ginetto Guerricchio che aprivano anche un laboratorio di incisione, mentre al Centro Levi presso palazzo Lanfranchi venivano destinati il telerò dipinto da Levi per Italia '61 e altre opere degli anni del confino.

Nel 1986 una legge portò nella città dimenticata le prime gru e i primi muratori, mentre la fortunata petizione dell'architetto Pietro Laureano permise che l'Unesco riconoscesse ai Sassi il valore di patrimonio dell'umanità. I Sassi erano salvi. Una piccola borghesia non soltanto locale cominciava a investire e molti vecchi proprietari tornavano ad animare i quartieri del Caveoso e del Barisano. Anni davvero fortunati, resi entusiasmanti dalla presenza di una industria cinematografica che cominciava a guardare ai Sassi come set naturale e soprattutto uno spaccato occidentale della Palestina. Molto prima che Mel Gibson vi girasse il sanguinario The Passion. L'arcaica architettura popolare, il paesaggio premoderno e sconquassato convincevano per esempio cinquant'anni fa Pier Paolo Pasolini a girare Il Vangelo secondo Matteo. Ma già dal 1950 Mario Volpe vi aveva girato Le due sorelle. Poi era stata la volta di Alberto Lattuada, con La lupa, tratto da Verga e nel 1975 Fernando Arrabal vi ambientava L'albero di Guernica e Richard Gere veniva a Matera nei panni di King David. La murgia, i calanchi, la grande cultura arcaica diventavano protagonisti tra il 1979 e '81 in due film struggenti di Francesco Rosi, il Cristo si è fermato a Eboli, e I tre fratelli, metafora della fine della cultura contadina.

Nei Sassi hanno trovato sede in questi anni un'ala dell'università di Basilicata e quell'Istituto del Restauro che per vocazione si sposa a meraviglia col paesaggio. Un consorzio di salvaguardia e di tutela del patrimonio artistico è sorto sotto la sigla Zetema, diretto da Raffaello De Ruggieri, cui si deve la realizzazione del Musma, un museo della scultura contemporanea e il restauro della cripta del Peccato originale e di Santa Lucia e San Nicola dei Greci dove sono state ospitate grandi mostre estive di scultura.

Matta, Libero Andreotti, Martini, mentre i giovani sono tornati a popolare le strade.

Sono sorti ristoranti, trattorie e cantine, da Francolino al Casino del diavolo all'Abbondanza lucana a Don Matteo e alle Baccanti dove si sguazza tra trionfi di peperoni cruschi, fagioli e cicerchie di Sarconi, cutturidd, formaggi canestrati e crapiate e sono nati club ormai storici: l'Onyx Jazz, il Teatro dei Sassi, la Casa Cava, il Centro Danza, la Fenice e il Centro Arti Integrate, proiettati ad animare la movida, il mondo dei giovani e la vita culturale.

La città dei fantasmi ha così conosciuto una insperata fortuna. Una sorte affidata a un popolo un po' poetico, un po' mercantile, sapiente commistione tra anima lucana e pugliese, un popolo che ha difeso la propria identità facendo dei Sassi la costola del proprio corpo e ottenendo per il prossimo 2019 la promozione a capitale culturale dell'Europa.

Raffaele Nigro
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