Attualità Chiaramonte Gulfi 23/06/2015 17:11 Notizia letta: 3093 volte

Mio zio Giovanni De Vita

Il racconto della nipote Maria
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Chiaramonte Gulfi - Mentre ascolto il racconto fatto da Maria Divita, penso subito al grande affetto che traspare dalle sue parole per lo zio artista e che lei affettuosamente continua a chiamare “zio Giovannino”. La memoria è fragile e il corso di una vita è troppo breve. L’unica cosa che si può fare è affidare alla carta qualche segno affinché resti indelebile traccia del nostro passaggio umano. Io e Maria Divita ci vediamo presto: mi aspetta davanti alla pinacoteca dedicata allo zio Giovanni De Vita, il “poeta della luce” e mi accompagna nella casa di via Blanco, ubicata in una delle vie del centro storico di Chiaramonte. La casa è quella in cui risiede attualmente la nipote Maria ed è stata interamente affrescata e tinteggiata dallo zio a partire dagli anni ’60. Mi fa da cicerone all’interno di questa dimora particolarissima e nel frattempo mi racconta aneddoti di vita legati allo zio Giovannino, alla sua famiglia e al suo modo di relazionarsi con la gente. E’ stato detto tanto (anche se non abbastanza) su Giovanni De Vita. Ma ascoltare dalla viva voce dell’amata nipote questo racconto è tutta un’altra storia.

Per prima cosa, però, è necessario svelare l’arcano del cognome: “Il cognome vero, De Vita, sarà usato dal maestro per firmare i suoi lavori, ma all’anagrafe risulta “Divita”, per un errore degli impiegati del tempo; per tale errore alcuni, tra fratelli e nipoti, risultato all’anagrafe “De Vita”, altri “Di Vita” ed altri ancora “Divita”. Il brano è tratto da una piccola monografia scritta da Maria Divita e mai pubblicata di cui mi ha fatto dono. Un vero e proprio pasticcio degli impiegati, dunque, ha portato come risultato finale al fatto che, in famiglia, ci siano persone con cognomi diversi. Ma il ceppo originario era “De Vita”.

Entriamo nella casa di via Blanco e subito si spalanca davanti ai miei occhi un bellissimo arco: “Dovrebbe essere del 1968”, mi spiega Maria. Si tratta di una pittura murale che raffigura alcune anfore, sormontate da finte pietre antiche. A lato della stanza, una piccola porta. Maria Divita mi spiega: “Quella porta era usata dallo zio per comunicare con noi. Mio padre, Salvatore, ha insistito affinchè abitasse qui, per non restare da solo. I primi mesi, in effetti, ha abitato qui, ma poi non è riuscito ad abituarsi agli orari della famiglia. Era uno spirito troppo libero, insofferente agli orari e a qualsiasi forma d’abitudine. Per questo motivo, dopo poco tempo ha deciso di trasferirsi in via Castello numero 7, la sua amata casetta. Veniva da noi in via Blanco solo per dormire. Quella porta era l’accesso alla sua stanza”. Continuo insieme a lei il giro della casa: mi ha particolarmente colpito “la stufa”, altra pittura murale che ritrae, con la tecnica del trompe-l’oeil, una colonna con una stufa, in basso, e un’anfora in alto. E qui, Maria, racconta un aneddoto spassosissimo: “Dovrebbe essere della prima metà degli anni ’60. Mi ricordo che una volta era venuta a trovarmi una mia amica. Istintivamente si è avvicinata alla stufa dipinta e ha fatto come per andare ad aprirla. Abbiamo riso parecchio”. Proseguiamo il giro e arriviamo fino ad un altro bellissimo arco con una veduta sul mare. Mi colpiscono i dettagli, come gli uccellini, la luce tenue e delicata. Maria racconta: “Il mio ricordo più vivo è proprio questo. Eravamo seduti proprio qui e lui mi sembrava mago Merlino: aveva il camice e dosava le tinte, aggiungeva un po’ di quel colore, un po’ dell’altro. Il problema sorgeva quando si dovevano fare i ritocchi: come ricreare il particolarissimo colore originale?”.

Maria Divita racconta di aver aiutato spesso lo zio in quegli anni in cui ha affrescato la casa. Anche lei, infatti, si cimenta con la pittura e forse questa particolare attitudine l’ha fatta avvicinare allo zio: “Ricordo che mi diceva sempre: attenzione alle lacrime di colore! Una volta, però, è capitato e allora abbiamo dovuto rifare tutto il muro”. Arriviamo, infine, alla sala dell’affresco sul soffitto: anche qui dettagli minimi che lo rendono straordinario: l’uso del colore per dipingere le nuvole, appena accennate, e un aquilone che vola libero insieme ad un gruppo di rondini. Dalla terrazza, osserviamo la veduta dell’amata Chiaramonte. Maria, spiega: “Ho donato i suoi quadri alla città perché è stato un suo desiderio: mi ricordo, infatti, che ha detto: “I miei quadri dovranno costituire patrimonio inalienabile di Chiaramonte Gulfi”. E così è stato”. Sono 51, infatti, i quadri donati da Maria Divita alla città e che oggi costituiscono la pinacoteca De Vita. La poesia dei tramonti, della natura, della sua città: è questo quello che traspare dai suoi dipinti, eseguiti principalmente con la tecnica dell’acquerello. E poi, infine, visitiamo un luogo della casa molto amato da De Vita: la terrazza pensile: “Lui era particolarmente legato al lillà di questa terrazza pensile. Credo che fosse questo il motivo per cui amasse tanto questa casa”. E in effetti sia negli affreschi che nei suoi quadri ritorna spesso il lillà e il glicine, ancora oggi presenti nella terrazza pensile. Dopo aver effettuato il giro di questa particolarissima abitazione, Maria Divita mi offre il caffè e gli chiedo di raccontarmi qualcosa del carattere dello zio: “I miei primi ricordi risalgono a quando lui e la zia Maria Cristina tornarono dall’Argentina. Era dotato di un’ironia caustica e di grande umorismo. Non amava quelle che lui chiamava “smancerie”. Non lo vedevi mai dare un bacio ad una persona o essere affettuoso esternamente. Piuttosto dimostrava il suo affetto con l’aiuto che offriva alla famiglia, a cui era molto legato. Era nato nel 1906 da una famiglia numerosa comprendente altri sette figli. Odiava qualsiasi forma di esteriorità, anche quella religiosa. Ecco, la sua era la religione dell’umanità. Mi ricordo che passava da qui sempre una vecchietta che vendeva “lassini”. Comprava sempre da lei, anche se non ne avevamo bisogno e lui ci spiegava che lo faceva perché “quella vecchietta deve pur vivere”. Era lo stesso motivo per cui comprava dai venditori ambulanti extracomunitari: coperte, lenzuola, tazzine, bicchieri: provava pena per la vita difficile che conducevano. E’ stato detto che era una persona molto riservata, schiva, silenziosa. Questo è vero, ma in famiglia era di un umorismo tagliente. Era divertentissimo”.

Chiedo a Maria di parlarmi della sua esperienza artistica con lo zio e lei sorride. Poi mi racconta: “Avevo paura del suo giudizio perché era esigente ma mai sgarbato. Era molto delicato nel dare i giudizi non solo sui miei quadri, ma anche su quelli degli altri. Quando non gli piaceva un lavoro si limitava a dire: “Va benino”, e poi ti faceva notare molto garbatamente gli errori. Quando una cosa gli piaceva diceva: “Non c’è male nipotina”, ma in tono convincente. Una volta, mentre eravamo in campagna, lui raccoglieva lumache, cosa che gli piaceva fare molto, io dipingevo uno scorcio. Come tutti i dilettanti ci impiegavo cento anni prima di finire un quadro. E lui mi diceva, fai le tinte più calde, aggiusta questo dettaglio e via dicendo. Alla fine, gli ho detto: “Zio, quando lo metterò sotto vetro te lo farò vedere!”.

Sarebbe impossibile elencare in questa sede tutti i premi vinti da Giovanni De Vita, sia in Italia che all’estero. Facendo propria l’indole dell’artista, vissuto in punta di piedi, lo lasciamo parlare attraverso le parole dell’amata nipote: “Era un uomo modesto, riservato, ironico con noi della famiglia, ma non amava la pubblicità. Rifiutò un premio per non salire sul palco in piazza Duomo e disse di no a Leonardo Sciascia quando gli propose di fare una mostra a Palermo. Era così. Fumava tantissimo quelle puzzolenti nazionali e non assumeva medicinali. Si è spento serenamente il 13 giugno del 1990”.

Mi piace pensare a Giovanni De Vita non tanto come ad un “poeta della luce”, piuttosto come ad un uomo innamorato dei lillà di una terrazza pensile.

Irene Savasta
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