Cultura Vittoria 06/07/2015 10:53 Notizia letta: 2300 volte

Il Cibus di Arturo Barbante

La socialità del cibarsi
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Vittoria - È una monografia multiversa sul soggetto fisico e ideale del cibo la ricca personale di Arturo Barbante, in esposizione presso la Sala Mazzone di Vittoria, quale evento parallelo al Jazz Festival. Dispiegato in una copiosa silloge di opere, composte dal 1974 a oggi, il tema, dichiarato già nel titolo “Cibus”, viene affrontato e diremmo anche ‘aggredito’ da Barbante in una ricerca multidirezionale, che coinvolge una varietà assai mobile linguaggi, di tecniche, di registri, continuando pure una grande tradizione che risale all’arte romana, ove sono presenti immagini di cibo decorative, riconducibili alla natura morta, “Xenia”, ossia “doni per gli ospiti”, per Vitruvio. Vuole essere anzitutto ‘memoria’ il discorso condotto da Barbante, che sollecita il ricordo recente delle infinite valenze che la tavola – e le tavolate – rivestivano in seno alle dinamiche dell’aggregazione sociale, oltreché familiare. È qui che lo sguardo del pittore indugia sul tessuto mediterraneo, permeando l’opera d’un sapore nostalgico e al contempo affidandole valore di testimonianza d’un passato prossimo, ancora pulsante nella linfa vitale dell’umanità all’artista più contigua.
Ma “Cibus” è anche veicolo di riflessione etica, che stabilisce una liaison metaforica tra mattanza – le carni e il pesce consegnati alla pittura sintetica quali presenze sacrificali ‘necessarie’ alla nutrizione e alla conservazione biologica dell’uomo – e morti altrimenti tragiche, quelle che hanno fatto del Mare Nostrum un lago disperato di urgenze contemporanee brucianti, che non possono non bussare perentorie alla coscienza civile dell’artista.
Parimenti ragionato l’intento ironico che connota un’ulteriore partitura della mostra, laddove Arturo Barbante visita cibi e situazioni a essi connesse in un divertissement che sorride e corrode nello spirito l’alterata relazione dell’uomo con ciò che mangia, oggi simbolicamente assoggettato a un edulcorante maquillage commerciale. Gli elementi iconici che Barbante sceglie e innesta sono se stessi, ma anche espedienti di composizioni ludiche, ironiche, memoriali. Contenuti a parte, quanto più ci preme osservare è lo specifico estetico in cui tali temi sono trattati. In una fastosa fantasia cromatica, una esuberanza vitalistica del colore, vero trait d’union tra collezioni e tecniche differenti, Arturo Barbante salda oli e acrilici, acquerelli e opere installative, serigrafie e terrecotte. Non a uno ma a una molteplicità di ‘contaminazioni’ – che è il secondo termine del binomio del sottotitolo, assieme a “memoria” – possiamo ricondurre la cifra di Barbante, certo memore di istanze Pop, nella precisione riproduttiva, che l’artista coniuga a un quid di espressionistico. Non è del resto estranea l’enfatizzazione, nella serialità degli oggetti, del senso di vuoto che comporta la nostra mitologia consumistica. Alla vacuità drammatica d’espressione che accompagna le icone di Wharol, Barbante preferisce nettamente la ‘salvaguardia’ del gesto pittorico, le temperature italiane degli anni Sessanta, impiegando segno e colore con molta libertà e freschezza.
La mostra stabilisce un ponte ideale anche col macrotema dell’Expo, “Nutrire il pianeta, Energia per la Vita”, come precisa il curatore Luciano D’Amico, oltreché un tassello significativo del dinamismo creativo ibleo, rappresentato a Vittoria, nel “Giugno d’arte e cultura”, da ulteriori mostre, con gli artisti Biazzo, Corallo, Schilirò, Aubertin, Bonaccorsi, Cavallo, Cicciarella, Iannitto, Napolitano, Spampinato, Cucchia.

Elisa Mandarà
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