Cultura Scicli - 08/07/2015 22:14 Notizia letta: 4010 volte

Giovanni Guarino, telegrafista di Dio

L'arciprete
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Scicli - Pochissimi a Scicli ricorderanno l’Arciprete Parroco della Chiesa Madre Giovanni Guarino.
È morto, infatti, l’11 luglio del 1977 alla venerabile età di circa novantaquattro anni.
E se qualcuno ancora lo ricorda, difficilmente saprà che fu uno dei telegrafisti più promettenti ed eroici impiegati dall’Esercito Italiano sul Carso durante la Prima Guerra Mondiale.
Giovanni Guarino resta, comunque, nel mio immaginario di giovanissimo ministrante prima e di assiduo frequentatore della parrocchia Chiesa Madre di Scicli poi, l’icona di una Chiesa tradizionalista preconciliare che strenuamente lottò contro il nuovo corso della Storia scaturito dal disastro della Seconda Guerra Mondiale.
Con la “liberazione” e l’arrivo degli Alleati anche Scicli si dovette aprire al nuovo corso democratico, infatti.
Esplosero così le contraddizioni sociali che prima il fascismo aveva nascosto sotto un tappeto di neppur mal celata ipocrisia.
La Chiesa dovette far da argine, dunque, a un agguerrito partito comunista, ora legittimo e non più “carbonaro”, risoluto non solo a scalare il potere cittadino ma soprattutto a contrastare una chiesa locale troppo spesso compromessa o succube del regime.
Giovanni Guarino proveniva da un’educazione militare tutta intrisa di patriottismo e di entusiasmi dannunziani.
Figlio dell’Italia giolittiana, era stato educato agli ideali religiosi e civili di quel tempo da una famiglia esemplare della piccolissima borghesia cittadina, una famiglia di pittori, uomini che mai, in effetti, conquistarono una celebrità riconosciuta.
Era nato e cresciuto nella Via Fiumillo, una strada della Scicli più autenticamente popolare non ancora degradata, però, a ghetto periferico della città. Anzi, la sua alternatività al Corso San Michele (oggi Via Francesco Mormina Penna), ricco di palazzi signorili e di capricci barocchi, ne aveva fatta una via discreta: il “corso” più modesto ma più vivo nel quale la vita s’incarnava lontana dalle asettiche atmosfere patrizie, dalle penombre prigioniere di esclusivi saloni aristocratici.
Giovanni Guarino attraversò con la sua lunga esistenza quasi interamente il Secolo Breve, formò e laureò tutta una classe dirigente sciclitana moderata e “cattolica”, lasciò un’eredità spirituale pesante di difficile e complicata gestione.
La sua vita è raccontata con una modestia e un’umiltà che le apparenze facilmente alteravano in un opuscolo di memorie che io ho riscoperto fra vecchi documenti del mio archivio e che ho voluto qui ripubblicare per tramandarne ai posteri il ricordo.
Io per primo, dopo più di cinquant’anni, rileggendo le sue parole ho rivisto finalmente l’Uomo nella sua interezza, nella sua complessità.
Una figura diversa, totalmente inedita, lontana dal soggetto ieratico e asciutto che mi sgridava e mi bacchettava quando confondevo l’ampolla dell’acqua con quella del vino nel servizio all’altare, o quando sollevavo durante la Messa, all’elevazione, un lembo della pianeta nel momento sbagliato o meno opportuno.
Eppure, io che lo ricordo sempre anziano e vecchio, lo amavo forse per quelle sante intemperanze, sicuramente figlie del suo altissimo senso del sacro.
Lo amavo anche perché la mia famiglia era stata molto amica della sua e, spesso, da bambino, era lui stesso a condurmi in chiesa, mano nella mano, come il nonno col nipotino.
Ma erano altri tempi.
Tempi nei quali mia madre litigava con lui con l’impeto e l’ardire di chi sa di essere perdonata perché benvoluta e amata.
Pur conservando una venerazione per l’Uomo di Dio che alla fine pareggiava tutti i conti.
Raffaelina, Mariannina: le nipoti, entrambe erano figure care a mia madre, con le quali lei era vissuta, con le quali aveva condiviso l’affetto e la devozione per lo zio Arciprete.
Le feste sull’aia della nostra casa di campagna, gli impegni ricorrenti per gli addobbi degli altarini sui percorsi delle processioni del Corpus Domini (la principale e la parrocchiale che passava proprio per via Fiumillo), la cura della Chiesa di Santa Teresa, vera diaconia, erano momenti di una collaborazione che, alla fine, si rivelava preziosa e necessaria.
Rivedo con occhi di vecchio la festa dell’addio, di fine mandato, nel saloncino nuovo della Chiesa Madre costruito sulla navata di San Guglielmo, ricavato dall’abbattimento dell’antico Collegio gesuitico come risarcimento di una ferita inferta non solo alla Chiesa ma a tutta la città.
Fu una recita, alla presenza delle Autorità e di tanti amici e conoscenti.
Ricordo ancora il testo del dramma: due ragazzi d’oratorio che volevano dissuadere un terzo dal farsi prete.
Lui, in quell’occasione, salutò tutti con molta affabilità e si commosse. Alla fine della recita andò via da solo, com’era sua abitudine, in compagnia dell’inseparabile cartella di pelle scura, meditando forse il mistero della sua improvvisa e inspiegabile vocazione. Lo guardai scomparire in silenzio dietro l’angolo dell’edicola della Madonna del Lume, per la via Mazzini.
Gli avevo voluto molto bene e ancora gliene volevo. Mi sarebbe mancato.
Morì, molti anni dopo, qualche giorno prima della festa della Madonna del Carmine nella sua casetta estiva di Donnalucata.
Seppi che era in agonia ma non volli vederlo.
Padre Buzzini gli amministrò il sacramento dell’unzione, fui io ad accompagnare il sacerdote.
Rimasi in macchina, in quell’occasione, e pregai il Signore perché il suo viaggio verso il Cielo si facesse spedito e sereno.
© Tutti i diritti riservati all’Autore

LE MIE MEMORIE
Arciprete Giovanni Guarino
Prefazione
Questo lavoretto ch’io mi permetto d presentare ai miei amici, non ha alcuna importanza artistica letteraria, ma è la semplice narrazione sintetica di una vita modesta, priva nel mio pensiero di alcun senso di vanità. Non intendo di andare alla ricerca delle cose che passano, ma alla conquista di quello che va per la vita eterna.
Mi son proposto di far conoscere delle cosette che possono servire di incitamento a una vita di indispensabile norma disciplinare e quindi di ordine e di pace, informata all’esercizio dell’amore al lavoro, alla scuola, allo studio, alla famiglia, alla religione, alla patria.
Intanto ho fiducia che la bontà dei lettori, saprà compatire i difetti di lingua, o di altro che in esso incontreranno.
Arciprete Giovanni Guarino
Scicli, 6 luglio 1970

Esortato da qualche amico a scrivere la mia vita, finalmente mi son persuaso a tracciare in brevi linee la mia sintetica autobiografia della quale, con parole umili, che rispondono alla realtà, mi permetto di far conoscere.
Sono nato nella città di Scicli, dico città perché Scicli ne porta il titolo per merito di Maria SS. delle Milizie, che nella sua apparizione la disse città: Ecce civica mea dilecta. Nato il 23 Gennaio 1883 dai coniugi Luigi Guarino e Raffaela Giavatto.
Mio padre apparteneva alla famiglia dei pittori di Scicli, unica nell’esercizio di questa arte bella. Mio nonno Bartolomeo Guarino, veniva chiamato anche fuori, difatti è scritto sulle pareti della Chiesa di S.Maria di Modica, vicino alla sacrestia: “decoravit Bartolomeus Guarino” e anche mio padre decorò il palazzo Bertolini, sito di fronte alla Chiesa di S. Pietro di Modica, dietro le prime case e il palazzo del Barone Calaminzana di Ragusa.
Raggiunta l’età di sei anni, iniziai la frequenza alle Scuole Elementari, essendo insegnanti i maestri Guarino, Portelli, Burragato, Rosa e alla quarta e quinta i bravi insegnanti Michele Cataudella e Marino e passai alla Suola Tecnica che allora aveva per Scicli una grande importanza. Non mi fu possibile compirla perché venne soppressa.
Non era facile allora continuare gli studi. Bisognava portarsi a Modica il che costava sacrifici di ogni genere. Continuai per mezzo di scuole private presso il can. Mormina e l’Arciprete Ragusa ex gesuita e più tardi ancora presso il Prof. Cartia detto dei monchi per la matematica.
All’età di venti anni, soggetto al servizio militare ed essendo di 1ª categoria, passai quasi tre anni nel 3º Genio Telegrafisti, ove per essere ammesso, dovetti farmi raccomandare.
In quel corpo eravamo quasi tutti studenti e la disciplina era rigida. Di questo ne ringrazio il Signore perché il servizio militare temprò in me il carattere di prontezza, di precisione e di ubbidienza rispettosa.
Compii il 1º corso di telegrafia elettrica ed ottica a Firenze dove mi dedicavo, nella libera sortita, alla visita delle bellezze artistiche presso la Galleria degli Uffizi, al Palazzo Pitti (palazzo reale) e dei diversi musei della città. Avevo una forte tendenza di conoscere le cose belle dell’arte, pittura e scultura medievale e del Rinascimento che ivi si ammirano.
Trasferita a Verona la mia compagnia, vi compii il 2º corso.
Mi distinguevo principalmente nella telegrafia ottica. Per ordine del Ministero della Guerra, noi del 3º Genio, si veniva applicati a turno, negli uffici telegrafici dello Stato e io passai quattro mesi alla Centrale Telegrafica di Verona e vi rendevo servizio come gli altri impiegati. Da Verona fui mandato a Vicenza per tenere un corso di telegrafia, presso i Lancieri a cavallo dell’8º Montebello.
Ivi portai l’occorrente di macchine e pile e impiantai due stazioni telegrafiche e diedi inizio al corso per una trentina di soldati scelti.
Ogni anno il distaccamento del 3º Genio di Verona, vi mandava un sottufficiale per tenere il corso e siccome in quell’anno non vi erano sottufficiali disponibili, vi fui mandato io da semplice soldato. Mi si aveva fiducia di buon telegrafista.
Era prescritto allora che in tempo di guerra, l’Arma della Cavalleria avesse un personale preparato, per intercettare la corrispondenza telegrafica del nemico.
Finito il corso, il Comandante dell’8º Montebello, volle assistere agli esami e nella sala di rapporto, dove avevo preparato le due stazioni telegrafiche, ordinò che vi assistessero pure tutti gli Ufficiali del Reggimento. Gli esami andarono bene e il Comandante mi diede un encomio solenne e ordinò che questo encomio fosse stato trasmesso alla Divisione Militare di Verona, dalla quale io dipendevo. Fui promosso allora graduato.
Dopo, fui mandato a Roma, presso la Caserma degli specialisti del Genio, per lo studio della radiotelegrafia e vi compii il tempo del servizio militare.
Mi fu rilasciato un diploma, in cui è segnato: buon telegrafista elettrico, ottimo telegrafista ottico, capace di reggere una stazione telegrafica.
Giunto a casa mia, mi fu offerto dal Capo dell’Ufficio Postale di Scicli, Concetto Celestre, l’ufficio telegrafico ch’io rinunziai perché volevo farmi Sacerdote e andai al Seminario di Noto che allora era tenuto dai Lazzaristi, della Congregazione Religiosa di S.Vincenzo de’ Paoli, francesi e olandesi e, dietro esame, fui ammesso al 3º anno di Filosofia, che corrisponde alla 3ª Liceale.
L’anno appresso, fui tra i Teologi.
Mi diedi a uno studio forte per le 14 materie che vi si insegnavano nei quattro anni di Teologia.
Sin dall’entrata in Seminario, fui ammesso alla scuola particolare di canto per lo studio della musica gregoriana, tenuta dal Prof. Seilen olandese a pochi seminaristi, cioè sei. Avevo studiato musica per pianoforte da piccolo.
Mentre ero in Seminario, ebbi la nomina di canonico nella Collegiata di S. Maria la Nova e per dispensa pontificia, presi il possesso.
Compiuti gli studi di Teologia, fui ordinato Sacerdote il 16 Luglio 1911.
Scoppiata la guerra, fui richiamato alle armi il 24 Maggio 1915 e, siccome ero Sacerdote, dal Genio passai alla Sanità e, trovandomi a Palermo, mi fu offerto l’ufficio di Cappellano che non accettai, perché non mi credevo idoneo a compiere questo delicato ufficio.
Qui comincia una serie di dolenti note. Fui allora mobilitato in una sezione di Sanità e mandato al Carso, il fronte più difficile e più pericoloso e mi fu assegnata una squadra di porta feriti che di notte tempo, dovevo accompagnare presso le trincee.
Non si poteva andare di giorno, perché in vista del nemico.
Conobbi Cormons, S.Valentino, S. Lorenzo di Fiumicello, S. Casciano, Aquilea, Pieris e quasi tutti i paesi del Fruli. Mi trovai, colla squadra, alla presa del monte S. Michele e del vallone di Devetachi, dove erano piantati gli obici di 380, la notte, per accompagnare la squadra, andavo a Loquiza, Castagnoviza e alla quota 381, monte forato dall’una e dall’altra parte con corridoio e stanzette, che prima serviva di alloggio ad un comando austriaco.
Secondo i movimenti della Divisione, si trovava ogni tanto posto di riparo nelle doline del Carso, grandi vuoti naturali sui monti, di forma semiovale simili ad un anfiteatro, come il Colosseo di Roma, o l’Arena di Verona o il Teatro Greco di Siracusa.
Nella ritirata del Trentino, la Divisione lasciò il Carso e si portò sul Monte Grappa. Era d’inverno e il monte era coperto di ghiaccio.
Dopo un certo tempo, finita l’azione, si tornò sul Carso.
Mi congedai nel Novembre del 1918 e mi furono date, quale onorificenza, le due medaglie commemorative della campagna compiuta e la Croce al merito di guerra.
Passai quattro anni una vita di grande sacrificio e di pericoli; ma grazia a Dio rimasi salvo, nonostante che il pericolo di morte lo incontravo spesso.
Ripresi allora il mio servizio di canonico in S.Maria la Nova e contemporaneamente fui mandato da Vicario Economo, con le funzioni di Parroco, nella Parrocchia di S.Caterina da Siena in Donnalucata e vi passai il 1920, ‘21 e otto mesi del ’22.
Il 16 Agosto del 1922 moriva l’Arc. P. Michele Ragusa ex gesuita e sua Eccellenza Mons. Giuseppe Vizzini (col quale ci eravamo conosciuti a Roma, insegnava costui, alla Università dell’Apollinare) mi chiamò per affidarmi la reggenza della Parrocchia della Chiesa Madre di Scicli.
Non lo volevo: mi faceva paura; pensavo che non sarei stato capace di reggerla. Era una Parrocchia disfatta. L’Arc. Ragusa, sacerdote buono, dotto, non contava più, stava male. Sua Ecc. Mons. Vizzini insistette e per vincermi si alzò, mi abbracciò e mi disse: non devi dire di no, devi esser tu il Parroco della Chiesa Madre. Dovetti ubbidire e alla Curia Vescovile ordinò di farmi la bolla di nomina a Vicario Economo.
Tornato a Scicli e sondato attentamente le condizioni della Parrocchia, mi confusi e restituii alla Curia Netina la Bolla.
Mons. Vizzini me la rimandò scrivendomi: ormai hai accettato e devi star lì. Aveva ragione il Vescovo. Rinunziai alla Scuola che avevo ottenuto in virtù del diploma della Scuola Normale di Modica e mi diedi a un lavoro immenso.
Dovevo rifare la Parrocchia.
Nel Gennaio del 1924 fu bandito il concorso; diedi gli esami alla presenza dei Gesuiti di Noto e il 9 Febbraio 1924 presi possesso della Parrocchia, essendo testimoni il Commendatore Avv. Ignazio Scimone e il Cavaliere Farmacista Luigi Piccione presente una grande folla di fedeli tra cui i notabili di Scicli.
Ho detto che dovevo rifare la Parrocchia. Non veniva quasi nessuno in questa Chiesa Madre. La domenica alla Messa parrocchiale, l’unica nei giorni festivi, veniva una ventina di persone. La sera, alla Benedizione Eucaristica, nessuno partecipava. Il bravo sacrista Antonio Benedetto, detto “Faccia di vecchia”, perché ci fosse un numero per la Benedizione, chiamava i tre, quattro inoperosi, detti allora i facchini di piazza, non perché erano cattivi, ma perché si prestavano ai servizi di chi li chiamava.
Ordinai al Sacrista di non chiamare alcuno, perché stimavo umiliazione per Gesù Sacramentato chiamare la gente per poter fare la Benedizione. Gli dissi: i fedeli verranno spontaneamente.
E così avvenne. Iniziai con le organizzazioni, cioè paggetti del SS. Sacramento, l’Apostolato della preghiera, i ritiri settimanali di perseveranza per gli uomini tenuti dai Gesuiti e soprattutto con l’Azione Cattolica in pieno assetto, a cominciare dai neonati, detti pargoli, fanciulli, aspiranti, soci e socie, donne, uomini cioè tutti i rami dell’organizzazione.
Introdussi la quaresima predicata da bravi oratori che venivano da fuori. Questi tenevano le conferenze maggiormente nella Chiesa Madre; nei venerdì solenni in S.Maria la Nova, nei mercoledì del Patriarca in S. Giuseppe e il giovedì santo, per le ore di agonia, in S. Bartolomeo. Invitavo i migliori oratori che c’erano in Italia, come Mons. De Maria della provincia di Palermo, P. Pietro da Varzi residente a Genova, P. Giuseppe Balestrieri dei minori osservanti e via dicendo e questi principalmente per l’ottavario di S. Guglielmo, per la novena di Maria SS. delle Milizie, per il triduo di Cristo Re, e per la novena di S. Rita.
La gente affluiva numerosa, perché gustava la Parola di Dio.
Rifeci così la Parrocchia. I fedeli non mancavano. Abrogai il canto liturgico paesano e introdussi il gregoriano, canto ufficiale della Chiesa in tutto il mondo. Celebravo tutte le funzioni, anche le difficili della Settimana Santa e della Veglia di Natale con la mia “schola cantorum”.
Formai questa scuola di quasi ottanta cantori e cantrici, con la conoscenza del canto gregoriano, con bei canti di musica sacra figurativa polifonica.
Non mancavano accademie di recite e canti per il Natale e per altre circostanze.
Avevo a mia disposizione l’orchestra che allora aveva formato il Maestro Vincenzo Agolino e che ultimamente rifece il Maestro Guglielmo Micieli.
Oltre alle tante Messe gregoriane, insegnai alla “Schola cantorum”, la bella Messa Angelica a due voci del Maestro Dentella. Resi allegra la nostra cittadina, con recite all’asilo, al refettorio del Carpentieri, nei locali della Parrocchia e al Teatro Penna.
Oltre al sacro sollievo in prima linea, non mancava un po’ di buon profano che allietava tutti. Insegnai a suonare l’Armonium alla mia nipote Raffaelina di santa memoria, insieme alla signorina Rosina Musso, e alle sorelle dei parroci Fratantonio, Palazzolo, Di Pietro, nonché a una delle ragazze, cioè alla Ciccina dell’Istituto Carpentieri, oggi Suora Domenicana.
Perché potesse regnare in Scicli nostro Signore, introdussi la devozione a Cristo Re e ne ritirai la statua da Zanazio di Roma alla quale si fece incontro alla Stazione Ferroviaria con la partecipazione di autorità, gonfalone, musica cittadina e un gran popolo.
Mercè la bontà della Duchessa Ines Penna Crescimanno, si crearono nella Chiesa Madre le Cappelle del Santissimo, della Madonna di Pompei e di Santa Rita. Per la bontà della Signora Melina Spadafora, si decorò la cappella di Maria SS. delle Milizie e si fece il pavimento di marmo all’altare maggiore. Per la bontà della Signora Teresa Ugo Battaglia, si decorarono le Cappelle di Cristo Re e di San Guglielmo. Mercé la cooperazione del Ragioniere Ignazio Raniolo, si fece dai fedeli la Cappella del Santissimo Crocifisso, nonché per la bontà del Commendatore Ingegnere Salvatore Scimone, cui la nostra cittadinanza deve riconoscenza e gratitudine per le opere da lui promosse in questa città, si fece il pavimento di marmo e la decorazione della Chiesa Madre eseguita dal Pittore Militello Bartolomeo.
Mi è doveroso ricordare le mie prime cooperatrici, ormai defunte: Signora Rosina Raniolo Sganga, Matilde Raniolo, Adelina Marino e la mia nipote Giurdanella Raffaela.
Un particolare e sentito omaggio vada alla benedetta Mariannina, figliuola di mia sorella, giovane amabile per la sua semplicità, sincerità e ingenuità, che ha consacrato la sua vita al servizio dello zio Arciprete, coprendolo di rispetto e di premure. Che il Signore le dia vita lunga.
Dalla fioritura della gioventù, vennero fuori due Sacerdoti: Giovanni Conti, attualmente Parroco di S. Giovanni a Modica e Salvatore La Terra, della Congregazione dei figli del Cuore Immacolato di Maria, missionario nella Repubblica Argentina e due laici della Compagnia di Gesù, cioè Gesuiti Vincenzo Fiorito e Vincenzo Giacchi che quanto prima, se il Signore dà la grazia, sarà sacerdote diocesano, nonché quattro suore: la Militello Suor Ignazia nelle Benedettine, l’Allibrio Else nei figli di Maria Ausiliatrice, insegnante di lettere, la Lutri Angelina nelle Orsoline a Roma e Carbonaro Concettina, carmelitana; e poi un grande numero di giovani dei quali molti occupano posti eminenti nelle scuole, nell’esercito, negli uffici dello Stato, principalmente nei Ministeri: Dottore Giovanni Dantoni, Preside dell’Università di Catania; Dottoresse Vincenza Bellini, Preside del Liceo Scientifico di Scicli e la sorella Emma, insegnante di lettere; Dottore Ignazio Causarano, Colonnello del Genio; Menuzzo Marino, Colonnello dei Bersaglieri; Capitano Saverio Gostini, valoroso pilota, decorato con cinque medaglie di argento e una di oro al valore militare, gloria e onore della città di Scicli morto nell’ultima guerra, dopo di avere abbattuto 20 velivoli stranieri; Guglielmo Arrabito, il capitano più giovane dell’Aviazione, dotato di una spiccata intelligenza, morto anche lui nell’ultima guerra; Rizza Ignazio, Maggiore dell’Aereonautica; il Dottore Pasquale Scarpata, Ispettore Generale nel Ministero del Tesoro; Dottore Gasparino Ragusa nel Ministero delle Poste; Dottore Lilì Firullo, Capo Divisione nel Ministero del Tesoro; Dottore Adriano Militello, Consigliere alla Statistica Generale; Dottore Giuseppe Drago nella Tesoreria Provinciale e la moglie Maria Causarano Direttrice nella Tesoreria Provinciale entrambi nella città di Verona; Dottore Salvatore Schembri, Ispettore negli Uffici delle Imposte Dirette; Trovato Giuseppe, Vice Direttore Direzione Provinciale del Tesoro, Calabrese Giuseppe Direttore Ragioneria Provinciale dello Stato, Musso Giovanni Ragioniere Provinciale dello Stato, Musso Michelangelo marconista Prefettura Milano, Dottore Attilio Trovato, Direttore della Commissione Provinciale di Controllo; Dottore Guglielmo Burgaletta, Chimico, capo reparto nella ditta del petrolio di Gela; Dottore Giovanni Cassarino, Capo Divisione nel Ministero del Bilancio; Ragioniere Francesco Militello, Direttore nell’Ufficio della Tesoreria Provinciale a Padova; Rag. Davide Guarino nell’Ufficio della Ragioneria nel Comune di Scicli e gli altri due fratelli, Gino Guarino Direttore nella Cassa di Risparmio V.E. e Ignazio Guarino nell’Ufficio delle Imposte Dirette; Geometra Giovanni Mineo nell’Ufficio del Registro; Rag. Angelino Mormina, Segretario nel Comune di Acate e il fratello in una ragioneria privata; la sig.ra Lina Falla e lo sposo Vincenzo Miceli per tanti anni Presidente nella Gioventù, entrambi insegnanti; le sorelle Maria, Emma, Albina Ammatuna, insegnanti; i bravi medici Dottori Guglielmo Pitrolo, Ciccio Grimaldi, Mimì Magro del fu Carmelo, Bartolomeo Magro di Guglielmo, l’Avvocato Guglielmo Pitrolo, il Ragioniere Gaetano Trovato fu Guglielmo e il Rag. Gaetano Trovato di Francesco impiegato nell’INAM; Dottoressa Maria Guarino, procuratore delle Imposte Dirette; la sorella Concettina nel banco lotto e il fratello Guglielmo insegnante; Dottore Ignazio Romano, Ispettore delle Ferrovie dello Stato e il defunto fratello Angelino, Ufficiale dell’Aviazione; il Cav. Insegnante Giuseppe Cartia che per molti anni ha retto da Presidente il Gruppo Uomini; Angelo Aprile, scrittore, il quale ha parecchie pubblicazioni; il ragioniere Tommaso Timperanza, Direttore nelle Imposte Dirette, Salvatore La Micela nello stesso ufficio; il Cancelliere Francesco Magro, il Dottore Boscarino Antonino Ispettore Imposte Dirette Bologna, il Dottore Giovannino Massari, Direttore nelle Imposte Dirette, i due fratelli Guglielmo ed Eugenio Zisa nella Pubblica Sicurezza, il Dottore Maltese Francesco, farmacista in Scicli, il sarto Falla Giovanni attualmente dipendente dell’Ospedale di Scicli, Giavatto Salvatore della Segreteria del Liceo scientifico di Scicli. Dottoressa Ada Asta Insegnante di matematica, Liceo Scientifico Scicli.
Farei un torto se non ricordassi le fedelissime Signore: Teresa Ugo Battaglia che per tanti anni resse da Presidente l’Unione Donne di Azione Cattolica; Giuseppina Carrabba, Titì Militello, Annita Piccione, Carmela Rosa Battaglia, Rosina La Micela, Scala Concettina, le sorelle Concettina e Guglielma Padua; la signorina Concettina Inzolia, la signora Padua Guglielma Carnemolla, la signora Piazza, la signorina Giovannina Trovato che per lunghi ani resse da Presidente l’Associazione della Gioventù Femminile, la signorina Maria Falla attiva e perseverante, che oggi copre la carica di Presidente della Gioventù e le signorinelle Pina Cicero, Lina Carbone e la sorella, Lidia Portelli, Maria Grazia Gambilunghe, la signorina Matilde Scarpata con la sua indomita perseveranza nella scuola di canto, dalla sua bella voce sonora e pastosa; la signorina Rosina Musso, zelante cooperatrice nel prestare la sua opera di preparazione e forbire col suono dell’organo o dell’armonium le sacre funzioni, onde renderle più solenni, valida cooperatrice in alcune opere della Chiesa Madre principalmente per il Seminario e l’Apostolato della Preghiera.
Nel 1950 colla cooperazione della gioventù celebrai il 25º della istituzione con grande solennità.
Nella Quaresima del 1962 per opera del Sac. Pasquale Cancelli, oggi Arc. parroco della Chiesa Madre, si celebrò con fasto e ricchezza di frutto, una Settimana Eucaristica, predicata da otto missionari, venuti da diverse province per il 50º del mio Sacerdozio.
Lo zelante, leale e sincero Onorevole Avv. Vincenzo Giummarra, che mi conosce, presentò nel 1967 una mozione perché Sua Eccellenza il Presidente della Repubblica Saragat, mi avesse concessa la onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana. Fu, questa, motivata per l’opera da me svolta nei quarantasette anni di Parroco e cioè di aver creato un gran numero di gioventù, uomini, donne, buoni cristiani, che significa ottimi cittadini.
La mozione fu accolta ed ebbi la onorificenza nel giugno del 1967.
Il Ministero della Guerra, con decreto del 30 Luglio 1970, mi ha concessa la onorificenza di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto per la campagna completa e per la Croce al merito di guerra.
A tanto descritto, sento il dovere di aggiungere che ho educato cristianamente e civilmente uomini, donne e gioventù. Ho insistito in tutte le circostanze, di battesimi, di matrimoni e anche fuori sull’osservanza della santificazione del giorno festivo.
Ho spiegato più volte la S. Messa, centro della liturgia e vi ho dato l’importanza che merita. Ho preparato sempre gli sposi a celebrare degnamente e a viverlo santamente, il Sacramento del Matrimonio esortandoli a presentarsi all’altare di Dio nello stato di grazia, con una seria e sincera confessione, perché quale Sacramento dei vivi, bisogna conferirselo, vivi alla grazia del Signore.
Siccome, in questo mondo, ogni cosa è soggetta a finire, così, il 30 Novembre del 1966, raggiunta l’età di quasi 83 anni, dovetti dimettermi da Parroco della Chiesa Madre.
Vi avevo passati quarantaquattro anni e quattro mesi.
Ho lavorato con sincerità senza suonare il tamburo.
Di questo ringrazio il Signore che mi ha dato energia sino alla mia età. Ho trattato tutti con gentilezza e squisita cortesia. Ho avuto prudenza oltre misura. Queste doti che mi ha dato il Signore, sono il miglior mezzo di governo, di attrattiva, e per vincere le anime e per disporre tutti, al senso di simpatia di rispetto alla Chiesa.
Tutto questo descritto, non per ragione di vanità, ma per dimostrare l’azione benefica del Sacerdote, non soltanto nel campo ecclesiastico, ma anche in quello civile e per il doveroso contributo all’azione della Chiesa nelle sue mansioni educative civili ed ecclesiastiche e all’azione della vita civile e nazionale, soprattutto nell’espressione del doveroso amor di Patria cui tutti indistintamente siamo tenuti. Che non si dimentichi…perché l’Italia cui guarda tutto il mondo, quale centro del Cattolicesimo, sia rispettata e onorata dai suoi sudditi.
Nei quarantasette anni della mia mansione di Parroco, fui chiamato a far parte di tutti i comitati nazionali e comunali, dei quali ne accenno alcuni: membro del Patronato Scolastico, della Protezione Maternità e Infanzia, del Comitato Assistenza Minorile, dell’Ente Comunale di Assistenza.
Quando il Ministero della Pubblica Istruzione inserì nelle Scuole Elementari lo Studio della Religione, per ordine di Sua Eccellenza Mons. Vizzini, preparai gli insegnanti con conferenze.
Quando la brava Gioventù Maschile di Azione Cattolica fece istanza al Ministero della Pubblica Istruzione di inserire l’ora di Religione nelle scuole superiori, tenni gratuitamente le ore di Religione nella scuola di avviamento professionale e poi continuai dopo che questa materia fu resa quasi di obbligo dal Ministero.
Fui parecchi anni ispettore di Religione nelle Scuole Elementari, Consulente del C.I.F. e lo sono ancora della Unione Cavalleria Cristiana Internazionale.
Della mia umile opera, ne fanno testimonianza le Onorificenze conferitemi dal Presidente della Repubblica sua Ecc. Saragat, il Ministero della Guerra e la pubblica stima di quanti mi conoscono.
Concludo dicendo: tutto il bene che, per grazia di Dio, ho fatto, vada alla Gloria del Signore, alla esaltazione della Chiesa e a beneficio delle Anime.

Tip. Cicero Scicli
L’arciprete Giovanni Guarino morì a Donnalucata l’11 luglio 1977

Un Uomo Libero.
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