Cultura Scicli 13/07/2015 09:25 Notizia letta: 5892 volte

Pietro di Lorenzo, detto Busacca


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L'uomo, il mito
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Scicli - La figura di Pietro di Lorenzo, meglio conosciuto come “Busacca”, ha affascinato per molti secoli studiosi di storia patria, storici della Sicilia del Cinquecento, sciclitani che hanno dovuto amministrare la sua eredità, prigioniera delle cupidigie della finanza palermitana, o quanti hanno beneficiato nel tempo della sua liberalità.
Da sempre mi sono interessato alla figura di Pietro di Lorenzo.
Non foss’altro per le enormi influenze che la sua eredità ha esercitato soprattutto alla fine dell’Ottocento sullo sviluppo della città di Scicli.
Ma Pietro di Lorenzo, aliter Busacca, chi fu davvero?
È una domanda retorica cui sto cercando da tempo di dare una risposta.
Il Carioti scrive al riguardo:
“Figlio di questa città (Scicli), che doppo avere fatto fortuna nella patria ed indi domiciliatosi in Palermo, ove crebbe in una singolare ricchezza, sino a riconoscere suoi censualieri i primi titolati del Regno, quanto che niuno colà lo poteva pareggiare.
Venuto a morte, e fatto il suo testamento negli atti di notar Giuseppe La Rosa di Palermo a 2 luglio 8ª ind. 1565, costituì erede universale la chiesa sudetta (Santa Maria La Nova, ndr), ove ordinò la sua sepoltura.
Prescrisse che li rettori dovessero maritare cinque zitelle ogn’anno alli otto settembre, giorno della natività di Maria Vergine, che è il titolo della chiesa, e doppo a figlie e successori de’ suoi congiunti, ed altre persone nominate se le contribuissero once venti per ognuna, ecc.”
Da bambino, ricordo, mia madre mi raccontava nelle afose serate estive la leggenda di un uomo che aveva trovato un tesoro forse in un ripostiglio incantato. Di nascosto, dopo aver riempito bisacce e bisacce di monete d’oro, guidando una carovana di muli, aveva trasportato quell’enorme e misteriosa fortuna a Palermo, dove già vivevano dei parenti e dove tessé, poi, impiegandola, una rete di affari tale da trasformarlo in una delle persone più ricche del regno.
Come favola non c’è che dire. Ma questa è la verità o è solo una favola?
In seguito, quando dovetti redigere la mia tesi sulla Storia della Chiesa dal titolo “Eremitismo irregolare nel Val di Noto”, necessariamente dovetti procurarmi del materiale e con esso anche una copia del celeberrimo testamento del Busacca.
Cominciai, allora, a esaminare attentamente il documento.
La copie ufficiali (quella in mio possesso è del 1907 per i tipi della Tipografia G. Maltese di Modica) che sono state ritenute attendibili portano la data del 2 luglio del 1565.
Una volta fare testamento era quasi una pia pratica. Si faceva testamento, per esempio, prima d’imbarcarsi per Malta, in quanto il rischio di essere fatto prigioniero dai pirati saraceni e di essere venduto come schiavo nei numerosi empori del Mediterraneo era altissimo.
Si faceva testamento perché le epidemie falcidiavano con inaspettata e incredibile virulenza le inermi popolazioni e con le alluvioni, le carestie, i terremoti, tutte insieme queste calamità erano considerate segnali profetici dell’ira divina, grazie a una predicazione scriteriata che aveva solo lo scopo di monopolizzare il potere temporale terrorizzando le coscienze.
Non è detto che Pietro di Lorenzo sia morto subito dopo aver espresso le sue ultime volontà, dunque.
Un documento da me inatteso e, quindi, provvidenziale lo registra ancora in vita nel luglio del 1574.
È una testimonianza preziosissima, resa sotto tortura da un uomo accusato di brigantaggio. Questo povero diavolo fu sicuramente il capo di una banda criminale che era attiva alle porte di Palermo, sgominata, poi, con molta probabilità proprio per essersi macchiata di un tentativo di estorsione ai danni di un ricchissimo Peri Lurienzo di Xichili.
In questo stesso documento troviamo anche la notizia della morte del Busacca.
A quanto pare il Busacca si era trasferito da Scicli a Palermo perché in quella città vivevano dei parenti stretti: i Bonincontro.
Ebbene il mio secondo importante ritrovamento riguarda proprio questa famiglia.
È un intero archivio che sto valutando con molta cura e che ci costringerà sicuramente a riscrivere la storia non solo della nostra città ma anche, in parte, quella di Palermo e della Sicilia.
La figura di Giovanni Guglielmo Bonincontro è nota da tempo agli studiosi.
La figura di Mariano Bonincontro è anch’essa nota.
Per il loro contributo alla poesia petrarchesca siciliana, furono fra i membri più importanti di un’accademia palermitana, quella degli Accesi.
Purtroppo molti documenti che oggi c’informano su questi due protagonisti della Palermo del Cinquecento fanno riferimento al Mongitore (canonico della cattedrale di Palermo 1663-1743), consultore e qualificatore del Santo Officio, autore della Biblioteca Sicula, il quale sicuramente poté consultare in epoca molto tarda documenti d’archivio che ritengo essere non di prima ma di seconda o terza mano.
Se il Mongitore avesse potuto leggere i documenti originali da me ritrovati e in mio possesso in copia, con certezza tante cose non le avrebbe scritte o le avrebbe scritte diversamente.
Il processo dell’Inquisizione a Giovanni Guglielmo Bonincontro, che ho avuto la fortuna, appunto, di recuperare, del quale si conosceva appena la sentenza, getta una luce nuova, infatti, non solo sulla famiglia Bonincontro, non solo sulla città di Scicli, ma soprattutto sulla Palermo del tempo, sulle operazioni finanziarie di un’epoca che presto giungerà al suo occaso.
E anche la fortuna del Busacca potrebbe finalmente trovare una giustificazione logica e, forse, vera non solo ai miei occhi.
Dall’analisi del suo testamento, intanto, posso ora tranquillamente affermare che siamo in presenza di un falso. Redatto con molta probabilità dalla stessa mano che compilò l’antico “Rollu di li acti di la Ecclesia di Sancta Maria Pietati di Xichili”. È ormai mia convinzione, infatti, che entrambi i documenti siano stati inventati nel Seicento, secolo famigerato di falsi e leggende.
A questa conclusione sono arrivato confrontando tale documento con altri documenti coevi e, soprattutto, con il testamento ancora inedito e sconosciuto di Biagio Bonincontro da me, ripeto, ritrovato nell’archivio di quella famiglia.
Di più non dico. Riservo a un prossimo futuro la pubblicazione del mio lavoro di trascrizione di questi importantissimi atti e la formulazione, sulla scorta delle verità emerse, di un nuovo e inedito profilo del Busacca.
Non un uomo, dunque, che forse non è esistito mai come la leggenda vorrebbe farci credere, incatenato più di qualsiasi altro a una ricchezza misteriosa e maledetta; ma un personaggio, molto più comune e normale, vittima, purtroppo, delle problematiche e delle miserie del suo tempo.

Un Uomo Libero.