Cultura Madrid 06/08/2015 22:03 Notizia letta: 2755 volte

Buttafuoco e l'Isola inutile

I “Baroni”. Ecco il vero tumore
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Ragusa - Ho letto l’intervento del giornalista Pietrangelo Buttafuoco descritto nell’articolo, a firma Redazione, di Ragusanews.
Su alcuni temi condivido le parole dell’Intellettuale, parole che spesso e volentieri sono state anche mie.
Io, però, ho un’altra visione della Sicilia che forse è molto influenzata dal mio centro geografico e dalle mie ricerche storiche.
L’Isola è un continente in miniatura, così amava definirla uno storico inglese; uno stato nello Stato nel quale la vita si è intrecciata alla storia e le dominazioni sono sempre passate senza sfiorare le pietre, immagine plastica di immutabilità.
Per questo non condivido l’affermazione che “la dimensione pubblica come luogo del valore sociale” sia il suo grave tumore, espressa dal giornalista.
La Sicilia, egregio Buttafuoco, “è” ancora una nazione, per fortuna! Semmai è questa dimensione pubblica che manca il vero tumore che Lei denuncia.
Da quando l’isola si riscattò dal giogo angioino con il glorioso “Vespro”, ha sempre mantenuto una sua identità di Nazione che nessuno (neppure gli Spagnoli che la dominarono per tanti secoli) riuscì a cancellare.
Mentre Napoli era completamente soggetta alla Corona spagnola, Palermo aveva un Parlamento suo (il più antico d’Europa) e un Presidente a volte dialogante e a volte no col Viceré spagnolo.
Gaspar de Guzmán, Conte d’Olivares, il cui padre fu anche per un tempo Viceré di Sicilia, amava ripetere ai vari Viceré che si alternavano al governo dell’Isola: “Con i baroni potete tutto, senza di loro, nulla, che vi sia chiaro!”
I “Baroni”. Ecco il vero tumore della Sicilia. In altre parole i “Siciliani”.
Una classe avida e altera che, mentre manteneva il suo orgoglio e i suoi privilegi, fagocitava a tal punto la nobiltà spagnola da renderla impotente e succube.
I re spagnoli furono costretti a concedere privilegi ed esenzioni, titoli e prebende a questa gente avida.
Più tardi, nel Cinquecento e per tutto il Seicento, i siciliani misero sotto scacco gli spagnoli con le “familiature” del Santo Officio e, spesso, la Gran Corte entrava in conflitto con il Tribunale dell’Inquisizione.
La figura del Gabellotto era sconosciuta al resto d’Italia e della Penisola iberica. Questa figura andava a braccetto con l’altra del barone per il controllo di un territorio che non era mai appartenuto se non ai siciliani.
Queste due figure col tempo si sono evolute nei grandi nomi dell’aristocrazia isolana che partorì i più blasonati gattopardi.
Gli Statella, i Naselli, i Notarbartolo, i Settimo, i Valguarnera, i Branciforte, i Ventimiglia e via via tutti.
Purtroppo questa infinita sfilza di casati, nati da una matrice delinquenziale comune, aveva nel proprio Dna il virus della sicilianità. Quel virus, cioè, che ha sterilizzato la società siciliana e l’ha resa impotente ad esprimere un progetto comune (la dimensione pubblica, appunto).
Questa “casta” di superuomini seppe, infatti, solo pensare per sé, senza mai riuscire, purtroppo, a realizzare la grande utopia siciliana dell’indipendenza.
Le mancò, in effetti, il supplemento d’anima che l’avrebbe fatta diventare nazione.
Fu il grande fallimento del Conte di Mazzarino nella rivolta di Palermo del 1649 e di tutte le rivolte antispagnole di cui è costellato il Seicento; fu, più tardi, il camaleontismo gattopardesco facilmente ingannato dalla goliardata garibaldina e da un mefistofelico Cavour; fu l’ultimo inquietante tentativo di Salvatore Giuliano per il quale l’Italia e gli Americani ci offrirono, poi, l’elemosina di uno statuto speciale.
La casta si è perpetuata nel tempo, mentre nell’isola si sono alternati periodi di vero splendore a periodi di miserabile decadenza.
Io amo ripetere, dunque, che i veri nemici della Sicilia sono i siciliani.
Ecco dove deve intervenire la cura.
Quando l’Isola sarà abitata da siciliani veri, allora diventerà una grande nazione. Ma solo allora!
Per questo c’è bisogno di riscoprire una forte identità che la faccia sentire “Stato”.
Fino a quando lo Stato italiano farà piovere le sue elemosine a pioggia su questa terra sfortunata, tutto questo non sarà possibile, purtroppo.
Fino a quando multinazionali petrolifere americane potranno a loro piacimento, con la complicità dello Stato nazionale, perforare un mare mitico nella malaugurata ipotesi che si trasformi in un deserto d’acqua, tutto questo non sarà possibile.
Fino a quando le basi americane e il MUOS inquineranno ambiente e vite, tutto questo non sarà possibile.
Cosa resta, allora?
L’impotenza partorita dall’immutabilità di sempre.
Piangersi addosso e fingere di non credere alla fine.
Ma l’assoluzione no!

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