Economia Ragusa 09/08/2015 18:13 Notizia letta: 3931 volte

Perforazioni in Sicilia, il prezzo del petrolio non giustifica investimenti

Gocce di ricchezza
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Ragusa - Mentre in Italia, Eni ed Edison, soci per le estrazioni della piattaforma Vega, la più grande del mediterraneo, valuteranno in questi giorni coi loro commercialisti e legali se pagare o no la super bolletta di ICI e IMU da versare entro dicembre, a saldo, al Comune di Scicli, il Mondo intero, e in particolare il quotidiano di Confindustria, s’interroga sul petrolio, il cui prezzo è in caduta libera già da un anno.
Nello specifico, per quel che ci riguarda più da vicino, l’analisi del Sole 24 ore risulta interessantissima rispetto anche ai piani di perforazione già autorizzati che interesseranno da qui a breve la provincia di Ragusa. Conviene ancora perforare, dunque investire, con il prezzo del petrolio sotto i 50 dollari al barile? Per gli analisti del settore, sembrerebbe proprio di no. Anzi, è un no secco.
Cento ottanta miliardi di investimenti cancellati, solo negli Stati Uniti, per far fronte all’eccesso di offerta che ha letteralmente stracciato il prezzo del petrolio nel Mondo. Come spiegano quelli del Sole24, è impossibile attendersi nel breve periodo un rapido riequilibrio del mercato, dunque, un prezzo almeno vicino ai 75 dollari per non stressare la cassa e pure i bilanci. Ma c’è di più. In America le compagnie petrolifere hanno messo in atto un piano di difesa –per non fallire- che non ha precedenti negli ultimi 20 anni della storia economica a stelle e strisce e non solo: drastica riduzione dei costi di upstreaming, taglio di decine di migliaia di posti di lavoro ogni mese, retrocessione nei progetti di perforazione: così gli industriali della Nuova Inghilterra affrontano il cataclisma che si è accanito sul petrolio.
Quando il barile costava 100 $ le Oil companies avevano già perso la capacità di finanziare sviluppo e dividendi coi soli flussi di cassa, adesso, col brent sotto i 50 dollari al barile, non possono più rinviare il problema.
Lacrime e sangue per l’oro nero americano. Non solo per il petrolio prodotto dal fracking, ma anche per l’olio e il gas estratti con metodi tradizionali.
Colpa della finanza che ha gonfiato, stavolta, la bolla del petrolio fino a farla esplodere? Può essere.
Colpa delle riserve nere dei Sauditi, ma sempre e comunque auree, immesse con forza nel mercato per questioni di equilibri politici mai risolti in medioriente? Certamente.
Fatto sta che il petrolio, oggi, è divenuto proprio un cattivo affare. Per gli occidentali, però.
O meglio, per tutto il Mondo d’occidente, tranne per gli italiani. Infatti la catastrofe determinata dell’eccesso d’offerta di petrolio e il conseguente prezzo del brent ai minimi davvero storici, che non riesce nemmeno a saturare le falle dei costi fissi, pare non aver procurato alcun allarme per gli operatori nostrani del settore.
Se in America assistiamo anche a un taglio delle produzioni, in Italia è una continua domanda di permessi di ricerca ed esplorazione. Se anche le petroliere vengono messe in secca o rispedite al mittente perché insiste un enorme eccesso di offerta di petrolio nel Mondo, coi carichi di greggio che restano a lungo invenduti, in Italia e in Sicilia è corsa all’aumento delle produzioni: si spreme il terreno fino all’ultima goccia pur di guadagnare qualcosa.
Per evitare il default? Chi lo sa.
Nell’attesa di un prezzo al barile considerato accettabile per quasi tutti i progetti estrattivi è caccia ai pagamenti dilazionati per sostenere i servizi alle trivelle ma anche per confortare il debito: la stagione del «perfori oggi e paghi comodamente a rate anche domani» in America è appena iniziata. E in Italia, pure.

Nella foto d'epoca, ricerche petrolifere.  

Redazione