Cultura Libro 12/08/2015 18:44 Notizia letta: 2062 volte

Scaletta Zanclea vista con gli occhi di un fiorentino

La prima di Andrea Ambrosino
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Scaletta Zanclea vista con gli occhi di un fiorentino. “Vento Canale”, opera prima di Andrea Ambrosino, edito dalle Edizioni della Meridiana, è un racconto-romanzo giallo ma che, per certi versi, si discosta dal genere letterario a cui dovrebbe appartenere. Ambientato a Scaletta Zanclea, in provincia di Messina, il protagonista della vicenda, Leonardo Brivi, di professione consulente per la sicurezza sul lavoro, si ritrova a risiedere nel paese natio della moglie dopo aver deciso di prendere un anno sabbatico per via di un incidente sul posto di lavoro che gli procura costantemente dolori lancinanti alle gambe. Per sua stessa ammissione farmaco-dipendente, passa le sue giornate, nonostante i dolori alle gambe, in giro per Scaletta assaporandone i profumi, conoscendo i posti, parlando con la gente, che quasi mai lo chiama per nome, ma lo apostrofa sempre come “il fiorentino”, o semplicemente “Firenze”. Fino a quando, in una giornata come tante, fatta di chiacchiere, cuttiglio e lunghe colazioni al bar, avviene una tragedia in paese: un anziano pescatore viene ritrovato senza vita in mare…Leonardo, aiutato in parte dai pettegolezzi, vera linfa vitale del paese, in parte delle sue intuizioni e in parte proprio dal suo sapersi identificare e allo stesso tempo distaccare dalla cittadina di Scaletta, riesce ad intuire la verità sul caso: il fatto sembrava talmente scontato da apparire quasi banale agli occhi dei suoi concittadini, tanto da non prestarvi quasi attenzione, presi più dalle vicende di corna e cornuti, ma che in realtà nasconde in sé un’altra verità…ed è così che il cuttiglio diventa il vero motore di tutta la vicenda.
L’opera prima di Andrea Ambrosino è un racconto in un cui il vero protagonista non è tanto Leonardo, voce del narratore e personificazione dell’autore, piuttosto, l’intera città di Scaletta. E’ la narrazione di un uomo spinto da un disperato bisogno di rimettere tutto in discussione nella sua vita e che decide di trasferirsi in Sicilia, terra quasi mitologica, a metà strada fra progresso e arretratezza, per cercare una via d’uscita alla sua tragica condizione di malato cronico. Un’opera corale, fatta di piccoli personaggi che cercano comunque un riscatto sociale e morale, un ritratto non scontato della Sicilia di questi tempi. Non c’è mafia, né malavita, né fatalismo di gattopardesca memoria: la vicenda del pescatore, infatti, non nasce da chissà quali machiavellici disegni, piuttosto scaturisce dalla cupidigia e forse anche dall’ingenuità morale di alcuni personaggi che gli girano intorno. Pur strizzando l’occhio troppo spesso a Camilleri, rimane comunque una gradevole lettura, resa facile da uno stile scorrevole. Qualche cliché di troppo, forse, sulle abitudini siciliane, come l’organizzazione quotidiana di pranzi pantagruelici e le descrizioni di strane abitudini della gente del posto. La risoluzione del giallo da parte del protagonista, infine, appare un po’ frettolosa e sicuramente l’abitudine di fumare la pipa richiamano anche troppo ingenuamente il commissario Maigret. Ma, tolto qualche piccolo difetto, sicuramente perdonabile in un’opera prima, l’idea di farsi in qualche modo suggerire dal Vento Canale la soluzione del giallo è una bella trovata. Non è questa, però, la parte migliore del racconto. L’autore, infatti, riesce a realizzare un’opera in cui la descrizione quasi maniacale della città e della sua posizione geografica, dei vizi e delle virtù di alcuni personaggi, riesce a restituire un quadro abbastanza verosimile del reale, in cui il protagonista, pur essendo “straniero” si fonde ma non si confonde con il posto, riuscendo a mantenere sempre il suo punto di vista vergine. Ed è da questo che scaturisce la sua forza.

Irene Savasta