Cultura Scicli 16/08/2015 23:13 Notizia letta: 3228 volte

L'altra faccia della luna

Uno sguardo sinistro sul colle di San Matteo
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Madrid - Cocò apparve nella grande sala, giunonica, formosa. Veniva da un piccolo corridoio con camere in fila come stanze d’albergo e indossava una guêpière che inutilmente le stringeva la vita.
Gli occhi erano innocenti e buoni, un viso di fanciulla in un corpo di donna matura.
Nella sala c’era poca gente, solo giovani abitudinari, squattrinati e molesti.
L’uomo la guardò con occhi ardenti, mentre la marchetta tremava fra le sue dita mature e pelose.
Un odore di cipria e di profumi dozzinali appestava l’aria di quel modesto casino di provincia sperduto nel Sudest siciliano e lo rendeva finto, quasi surreale.
Muri alti, persiane socchiuse, ubicazione discreta e periferica, lontano dai centri della vita quotidiana e civile, un casino nuovo di zecca, in regola con le norme previste dal regime.
In un angolo, su un altarino, una piccola lampada emetteva una tenue luce rossa che conferiva un’aria spettrale al volto di gesso, maschio e volitivo, del Duce.
Dopo Cocò arrivarono altre ragazze in sala ma l’uomo non aveva occhi per nessuna di loro.
Cocò lo capì e subito ammiccò perché la seguisse.
La donna lo condusse in una camera ampia, ben arredata, con un lettone enorme e comodo. Richiuse la porta alle sue spalle.
Lui rimase impacciato ai piedi del letto mentre lei si liberava di quell’unico indumento inutile di cui era vestita.
Cocò, quando fu completamente nuda, gli sorrise e si adagiò sulle lenzuola appena cambiate aspettando che anche l’uomo si spogliasse e la raggiungesse.
Era la prima volta che un cliente indugiava tanto. Abitualmente cominciavano a spogliarsi nel corridoio per non perdere neppure un attimo del piacere contrattato.
-Ti vergogni?- Gli domandò, vedendolo timoroso e impacciato.
-No. Sei nuova qui. – Rispose lui e cominciò a spogliarsi lentamente.
-Sì e tu sei il professore, vero?- Gli domandò Cocò.
L’uomo annuì col capo e, ormai nudo, si distese al suo fianco.
Un corpo magnifico, ricoperto di una peluria fitta e ben distribuita, i baffi folti completavano un volto virile e grave.
-Non ti vergognare –lo consolò lei, mentre gli faceva scivolare la mano dal petto alle cosce per una tenera carezza.
–Dora mi ha parlato di te, prima che abbandonasse il mestiere e si sposasse. Le promisi che ti avrei aiutato, se solo mi avessi scelto.-
Lui chiuse gli occhi e una lacrima prepotente gli rigò la gota.
-Dora!- Mormorò con voce affranta.
-Il giro non è largo –continuò Cocò- e le quindicine si avvicendano con maggiore frequenza perché non siamo in molte. –
La sua mano ora accarezzava la testa ricciuta già brizzolata del professore.
–Potresti essere mio padre! – Sbottò in un’allegra risata. -Non amo gli uomini della tua età perché mi fanno sentire colpevole, puttana, ma il lavoro non ammette repliche. Vieni! Stenditi sopra di me e così nessuno potrà sospettare nulla.-
Lui obbedì e nascose la sua testa fra i suoi seni sodi e turgidi forse per non guardare in faccia la verità.
-A volte – le disse – ho l’impressione di essere seguito, di essere spiato e vivo in un’angoscia che la notte mi disturba il sonno. Sono maestro elementare, un’accusa esplicita di omosessualità mi manderebbe al confino...-
-Stt! Taci! –Gli sussurrò Cocò. –Queste stanze hanno occhi e le porte orecchie. Ti ho già detto che so tutto ormai.-
- Non ce la faccio più, in effetti. – Riprese pianissimo lui. –Ricevo lettere anonime che continuamente mi minacciano e m’insultano...-
L’uomo ritornò supino, lo sguardo perso nella volta dipinta della camera in cerca di una stella che fosse quella buona, la sua.
- Lo so, - mormorò disperato - la madama ci sta spiando guardando attraverso gli occhi traforati di quel finto ritratto e domani, se non ora, avviserà la milizia. Dora ed io lo sospettavamo e fingevamo ad arte di godere come pazzi durante l’amplesso. Dora mi ha aiutato così, come ha potuto. Con te non riesco, non saprei farlo...il casino mi ha salvato fino ad oggi da un allontanamento forzato, ma so, comunque, che mi tengono d’occhio, che controllano ogni mia mossa aspettando l’ultima, la definitiva, la falsa.-
-Loro non sono migliori di te. – Lo interruppe Cocò con stizza. – Conosco bene quei tipi là. So i loro vizi segreti e i loro difetti che sono purtroppo tanti. Ostentano virilità facendo i gradassi in pubblico e disprezzando tutto ciò che maschio non è mentre in privato spesso con me sono impotenti e repressi.-
-La gente ha bisogno di vedere ciò che a lei piace, per questo giudica dalle apparenze. – Le rispose l’uomo. - La luna mostra sempre un’unica faccia, la più bella, quella illuminata dal sole, infatti. Nessuno mai ha visto l’altra, quella segreta, che nasconde nell’ombra; la faccia, in fondo, più autentica e vera. Anche per noi è così. La nostra faccia nascosta è forse il vero volto dell’anima e questo volto resta ignoto spesso anche alla nostra coscienza ma senza del quale nessun uomo sarebbe tale.-
Bussarono alla porta.
Era la madama che ricordava la fine del servizio.
Il professore si rivestì lentamente e lasciò sul comodino una banconota da dieci lire.
-No, lascia! – Disse Cocò.
-Grazie. –Rispose lui senza riprendere il denaro.
La ragazza gli si avvicinò e lo baciò sulla fronte.
-Che farai, se scopriranno un giorno la verità? – Gli chiese.
-Nulla. –Rispose. - Forse, per me, sarebbe meglio morire. -
- Ritornerò a fine luglio. –Lo informò lei.
Uscirono. La sala stranamente era piena di uomini della milizia che sghignazzavano con le signorine.
- Professore, anche lei qua per una boccata d’aria! – Lo apostrofò il capo manipolo con un sorriso ironico e volgare.
Lui abbozzò un mezzo saluto e si richiuse il portone alle spalle.
La luna era alta, rossa ed enorme. Era appena sbucata da dietro la collina. La guardò con rabbia.
-Ipocrita! – Le gridò.
S’incamminò lentamente verso la strada buia che conduceva al paese.
“Chissà come sarà l’altra faccia della luna?” s’interrogò, mentre la sua ombra si allungava a dismisura sul fondo bianco della mulattiera polverosa e gli faceva un po’ di compagnia.
Da un muretto sentì però provenire un verso strano che faceva eco ai suoi passi. Non era un uccello.
Si fermò e tese l’orecchio.
Il verso si trasformò in un bisbiglio accorato e la luna, complice, illuminò la sagoma di un uomo che lo invitava a seguirlo.
Per un attimo il professore esitò ma l’altro non si mosse, aspettava.
Quando gli fu vicino, lo sconosciuto accarezzò il suo volto e lo baciò, gli prese la mano e lo condusse nel posto distante, appartato, dal quale era improvvisamente sbucato.
Ma non fece sesso con lui. Gli piantò un coltello nel cuore come il capo della milizia gli aveva comandato. Il professore si accasciò nell’ombra senza un grido, gli occhi sbarrati alla luna.
Dal paese, gli altoparlanti di un radiobalilla diffondevano nella sera afosa la voce allegra di Tito Schipa che cantava la sua celebre canzone “Vivere, senza malinconia. Vivere, senza gelosia. Senza rimpianti senza mai più conoscere cos’è l’amore, cogliere il più bel fiore goder la vita e far tacere il core...”

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Un Uomo Libero.
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