Cultura Scicli 16/08/2015 12:25 Notizia letta: 2929 volte

Sonia. E Piero

A margine della mostra Amori
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Scicli - Vi è trasfuso il versante ‘autobiografico’ della pittura guccioniana, nella originale mostra allestita in un unico ambiente del Brancati di Scicli. Tramature intimiste emergono palesi dalle dediche affettuose di Piero a Sonia, agli amici, agli autori cari al cuore, ma – e più profondamente – l’intimismo di Guccione è anche nella sua tensione costante a fare oggettività di un complesso di principi soggettivi ideali, estetici, pittorici, poetici.
S’era preannunciata come una piccola mostra, la personale che “gli amici del V. Brancati” avevano concepito a Scicli, a conclusione del ciclo di esposizioni che tra Vicenza, Ragusa e Modica, hanno voluto celebrare lo Sguardo più azzurro dell’arte, il magistero di un artista che è da sempre amato anche nella sua umanità superiore, nell’eleganza d’un profilo che alla ben nota riservatezza ha associato la profonda e naturale amabilità.
Ma è tutt’altro che piccola la mostra di Scicli. Nelle sessanta opere che affollano ‘la Stanza di Piero’c’è tutto il suo mondo. Palpitano vivi i suoi “Amori”, come esprime il titolo, alludendo non solo agli affetti, destinatari delle opere in dono, ma ai soggetti che il pittore ha amato effigiare, i mari attraversati da valenze liriche e astratte, i suoi luoghi, folgorati nella luce esatta d’una data ora del giorno, svelata dalla consuetudine dell’occhio, del suo desiderio, sorretto dalla volontà coraggiosa di rivalutare la pittura di paesaggio, in un clima culturale in cui le avanguardie novecentesche parevano avere avvantaggiato concetto e formalismi alla rappresentazione leggibile dell’oggetto ispirante. Amori sono i fiori, seduzioni superbe del prodigio della creazione, bellezza che va eternata, magnificata, prima che l’animo sensibile dell’artista torni alla verità drammatica della storia, a un tempo presente che è “Apocalisse”, come lo era il palermitano “Trionfo della morte”, spunto iconografico da cui Guccione muove per uno dei pastelli più sorprendenti della mostra. Amori sono Michelangelo, Caravaggio, Pontormo, appellati come ‘cari’, visitati con la linea disegnativa libera e sintetica, col pastello che vela la narrazione, lasciando emergere corpi e icone da quell’amalgama così sublime che Guccione ha composto alchemica di colore e luce e materia.
Restano a casa, le malinconie di Piero, nella sua Scicli, con le stupefacenti visioni, via privilegiata per ‘vedere’ le cose, potenziate d’intensità nella loro trasmutazione pittorica, come accade al “mio paese rosso”, elegia nostalgica per uno spazio luminoso, in cui può avere ancora un senso dirsi compagni.

Quartarella, agosto 2015. È una guida specialissima a illustrarci la preziosa mostra di Piero Guccione, organizzata dal Movimento Culturale Vitaliano Brancati, col patrocinio del Comune di Scicli: Sonia Alvarez, l’elegante e sagace signora del Gruppo di Scicli, legata da uno splendido connubio esistenziale e artistico a Piero Guccione, da oltre trent’anni, dal 1977. Lui il ‘maestro’ per antonomasia, siciliano di Scicli – l’azzurro normanno nello sguardo inconfondibile –, siciliano anche quando la sua arte respira il mondo, lei – Vermeer nel cuore, amore primo dichiarato quale “miracolo della pittura” – balzata sul pianeta vivo terrestre come dalla pagina caleidoscopica di un romanzo. Si schermisce Sonia Alvarez, confessando che non avrebbe mai voluto essere al centro della mostra, di cui è invece un innegabile fulcro, protagonista suo malgrado, direttamente e trasversalmente.
Maestra Alvarez, sappiamo che la preziosa mostra al Brancati di Scicli ha assecondato una sua idea, quella di ricreare l’atmosfera d’una quadreria d’altri tempi. Come valuta il risultato complessivo dell’allestimento?
«La mostra è stata realizzata esattamente per come l’avevo sognata. Appena varcata la soglia, mi è parso davvero straordinario trovarmi davanti alla realizzazione perfetta di ciò che pensavo».
Quest’anno, l’anno che ha segnato un compleanno importante nel mondo dell’arte, sono state diverse le mostre dedicate a Piero Guccione. Sappiamo che quest’ultima a Scicli ha un valore speciale per lei e per il Maestro, trattandosi di una kermesse organizzata dallo storico Movimento Culturale di Scicli…
«È vero. Abbiamo molto apprezzato le mostre a Vicenza, a Ragusa, a Modica. Quella di Scicli è un caso a parte, che non volevo costituisse una sorta di sorella minore delle altre. Ciò perché il Brancati è stato per me e Piero una realtà di assoluta importanza. Anzitutto perché i membri hanno avuto un grande coraggio nel tempo, in iniziative culturali e civili. Poi perché per me sono stati degli amici impagabili. Io sono stata sempre considerata una sorta di ‘lady batman’, ovvero una persona molto forte, che aveva tutto in suo potere. Invece a me la famiglia è mancata molto, dopo il mio trasferimento qui in Sicilia. E negli amici del Brancati c’era in qualche modo il sentore di famiglia, che mi ha spesso molto confortato».
Proviamo ad entrare insieme nella “stanza della bellezza”, ammirando insieme qualcuna delle opere. Partiamo dall’originale prova unica (acquaforte e acquatinta) “Il canto del toro per la cara bilancia”.
«È uno dei regali che ho ricevuto da Piero. Da trentacinque anni è nella nostra camera. Abbiamo sempre scherzato coi nostri segni zodiacali».
La parete frontale della mostra è stata resa una sorta di giardino, allestita con i fiori di Guccione. Ne sceglierebbe uno, tra questi?
«I fiori di Piero mi piacciono tutti. Mi piace in particolare la piccola rosa (di proprietà di Sarnari), che è stata resa il manifesto della mostra. È un nucleo, una rosa che potrebbe essere anche una gardenia».
Una sezione rilevante della mostra consiste di suoi intensi ritratti.
«Li trovo molto somiglianti, come quest’acquerello in cui avevo un cappotto di pelliccia. Mi piace ricordare, a proposito del d’après a Giorgione, che Piero lo ha fatto in velocità e poi mi ha detto della figura femminile: “in fondo ti somiglia”».
Cita l’omaggio “al caro Giorgione”: che ci dice sui d’après, che costituiscono una partitura importante della mostra, oltre che della produzione guccioniana?
«Nascono dal fatto che periodicamente Piero si prendeva delle ‘cotte’. Abbiamo avuto una polemica a proposito della Cappella Sistina, dove mi recavo almeno una volta la settimana. Ho amato il restauro, che Piero ha trovato inizialmente come un’autentica follia, troppo levigato, con tinte troppo pastello. Il restauro del Giudizio Universale, con quel blu che ci è salito alla testa, ci ha conquistati entrambi, riconciliandoci su posizioni inizialmente divergenti».
“Sulla spiaggia di Sampieri, una bella mattina di settembre per la mia bella bilancia”. Tra i celesti e le nuance rosate del pastello, indoviniamo un’allusione di figura, in bianco, che ingentilisce di levità la composizione…
«Un regalo per il mio compleanno, nel 1987. La figura mi ricorda la presenza femminile in bianco che ricorre in vari quadri di Munch, come “Giovane donna sulla spiaggia”. Risale all’epoca in cui ogni mattina facevamo una passeggiata sul mare, con gli amici del Gruppo di Scicli, prima di cominciare la giornata di lavoro a studio. Molto spesso vestivo di bianco».
“Studio di interno”, un pastello molto evocativo, consistente di sfumato e ombre, della luce bianca che interrompe i blu, dell’evanescenza poetica d’una presenza…
«Si tratta dell’interno di un appartamento a Parigi che Bruno Bruni, un amico pittore, aveva prestato a Piero, quando era venuto in Francia per assistere la sorella in ospedale. Io abitavo a cinquecento metri da questa casa, quell’interno è stato uno dei nostri luoghi. Nello specchio Piero ha ritratto se stesso al lavoro».
“Maschera e mimosa”, un soggetto che Guccione ha visitato tante volte, caricandolo d’un’aurea suggestiva di mistero, un oggetto enigmatico che anche lei ha amato dipingere.
«Ha comprato Piero questa maschera, molto rigida, di ceramica e davvero singolare. Credo sia napoletana. Lui l’ha per qualche tempo lasciata in un angolo, perché Piero ha sempre bisogno di ‘fare marinare’ le cose. Io invece, che ero in agguato di soggetti da dipingere, ne ho fatto almeno dieci quadri, allo specchio o in assolo, con o senza una lampada. Appena Piero ha cominciato a fare dei quadri, anche lui con la nostra maschera, ho capito come la si doveva rappresentare in pittura. La maschera ha un’espressione intensa, che Piero ha captato molto bene, ne ha capito subito il suo carattere, che io non avevo analizzato in profondità».
Le sue parole profilano in controluce un dialogo tra la sua ispirazione e quella di Piero Guccione. Nel breve corridoio che separa a Quartarella i vostri studi, corrono anche conversazioni e consigli reciproci sulla pittura?
«Ho sempre guardato il suo lavoro meravigliata, con uno stupore quotidiano. Piero non parla molto, ma molti consigli me li ha dati, consigli che ho seguito quasi sempre. Una volta o due ne ho dato qualcuno a Piero. Accadeva invece regolarmente che io gli chiedessi, in un momento critico del quadro – e generalmente sul punto di piangere [la signora Alvarez scherza, n.d.m.] – : “cosa devo fare”?. Si finiva di lavorare con l’umore sempre dipendente da come era andata la giornata dentro lo studio. Del resto tra me e Piero c’era troppa differenza professionale, non possiamo parlare dunque di un vero e proprio scambio alla pari. Ho sempre dipinto dall’età di dodici anni, poi ho passato venticinque anni in cui, girando per vari paesi del mondo con la mia famiglia, ho dipinto ovunque, anche nelle camere d’albergo. Ma non avevo avuto una vera e propria carriera professionale, a parte il periodo in cui eseguivo ritratti su ordinazione. Un periodo singolare della mia vita. Ricordo che le madri non erano mai contente dei ritratti ai loro bambini; assistevano alla seduta di pittura, cosa che, per il mio carattere timido, era un grande disagio. Non osavo però spiegare che i pittori hanno bisogno di dipingere da soli».
Torniamo alla ‘nostra visita’ alla mostra. Centralizza il senso del tragico guccioniano lo straordinario pastello “Tempo di apocalisse”. Nella visione scura del presente, coglie nel ‘nostro’ Artista cieli di speranza?
«È un’opera bellissima, un’invenzione straordinaria, con questo mare di piombo in primo piano, l’evocazione, in un tutt’uno, di Palermo, della morte. E, sopra tutto, la leggerezza di questo cielo innocente».

Foto di Gianni Mania. Tutti i diritti riservati.

La Sicilia

Elisa Mandarà
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