Cultura Chiaramonte Gulfi 30/08/2015 19:02 Notizia letta: 2754 volte

Le opere, anticate, di Giuseppe Bertucci

Un mistificato rinvenimento
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Chiaramonte Gulfi - Incede mite e risoluto San Giovanni, additando al Cielo e alla Trinità, facendo significativo perno sul classico bastone terminante a croce, come vuole l’iconografia più diffusa, accompagnato dalla presenza benevola e ben descritta dell’agnello. Il Battista è posato in una scena sintetica, sullo sfondo un sentore di paesaggio, restituito breve, con felicità espressiva, sormontato dagli azzurrini della volta celeste, che contengono un’iscrizione in latino, “Sicut in caelo et in terra”, in una impaginazione che ha qualcosa di naif ma anche un tono che respira un quid di Piero della Francesca. È il santo più effigiato nella storia dell’arte, stavolta trasvolato in una pittura rupestre rinvenuta in casa iblea, a Chiaramonte Gulfi, ove San Giovanni è trasmigrato in un contesto artistico antico. Pardon, anticato. E non è sottigliezza la distinzione d’aggettivo, poiché è della paternità del santo (pittorico), che si discute.
Facciamo un passo indietro. Sono i primi d’agosto e sul profilo facebook di Giuseppe Bertucci, artista chiaramontano dal curriculum articolato, viene diffusa la notizia d’un prodigioso ritrovamento, un dipinto di dubbia datazione, ma sicuramente assai vetusto, che rappresenta l’ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo Apostolo di Gesù. La notizia allerta gruppi interessati alla storia locale e appassionati, richiamando anche le antenne ricettive della stampa, alla quale Bertucci non se la sente di mentire. E svela l’arcano. Trattasi di farsa, d’una burla. Ispirato dalle gesta di Orson Welles (nel ’38 aveva pubblicato l’imminente invasione del pianeta dagli extraterrestri) e più da vicino dagli artefici dei falsi Modigliani, Bertucci ci confessa di aver congegnato il finto reperimento di quel San Giovanni, a dir la verità non privo di fascinazioni estetiche, nella suggestiva Cava di Santa Lena. Autore ne è in verità lo stesso Bertucci.
Il mistificato rinvenimento, oltreché accendere un sorriso ai sani di spirito, ha avuto la funzione di preparare il terreno a una mostra, una personale dell’artista presso il Palazzo Montesano della sua Chiaramonte, “Eikon”, in greco “icona”, curata da Federico Guastella, Giorgio Flaccavento, Maurizio Re, mostra che verrà inaugurata domenica 30, ovvero nella settimana che celebra il giorno della morte del santo (il 29 agosto). Coerenti con lo ‘scherzo’ di cui sopra le tematiche sacre dell’esposizione. Ventidue le opere, delle quali la maggior quota consistente in acrilici su pietra; presenti anche due disegni, tra i quali notiamo la sicurezza del tratto definitore nel d’après dalla Crocifissione di Velázquez, nonché sei interessanti elaborazioni fotografiche, composte in dialogo teorico con “La filosofia perenne” di Aldous Huxley.
Particolare attenzione dedica l’artista alla simbologia, condotta in limine tra ortodossia cristiana e elementi ad essa centrifughi, in rispondenza a una ricerca multidirezionale, come esemplifica la presenza, nel San Giovanni, della “pietra cubica”, realizzata con un filo di rame incastonato nella pietra lavica, simbolo esoterico impiegato anche dalla Massoneria e figura geometrica che per Bertucci rappresenta “un asse cosmico che collega la terra al cielo e, idealmente, l’uomo a Dio”, medium la figura di San Giovanni, celebrata in occasione del solstizio d’estate, festeggiato questo anche nella ritualità pagana. Una mostra certo densa di promesse, aperte dal già discusso San Giovanni, che, se non avrà la fierezza di quello del Tiziano, la tenerezza del Verrocchio, l’enigma eloquente di Leonardo, il truculento realismo di Artemisia Gentileschi, né l’icastica sapienza chiaroscurale delle visitazioni caravaggesche, trova una ragione d’essere nella propria essenzialità nuda, che con pacata perentorietà afferma la necessità dello spirituale in un’era ancora barbarica.

La Sicilia

Elisa Mandarà
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