Attualità Ragusa 02/09/2015 20:14 Notizia letta: 2219 volte

Inquinamento luminoso e fame atavica

C'è troppa luce
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Ragusa - C’era una volta un problema, si chiamava “inquinamento luminoso”. Se ne parlava tanto, a tutti i livelli. I più direttamente interessati, e quindi anche i più attivi nel denunciare, segnalare, ribadire, erano gli astronomi (e gli astrofili). Era, in somma, un “problema di moda”.
Adesso non se ne parla più. Non conosco il motivo che ha rubricato il problema tra quelli “non più di moda”, e mi auguro che tale sia per il semplice fatto che non esiste il problema, ovvero che sia stato risolto. Eppure mi rimane qualche dubbio al proposito, almeno a giudicare da quanto osservo nella mia città, Ragusa, dove le strade continuano ad essere illuminate con grandi fari gialli che proiettano la luce elettrica ovunque, al pari dei parcheggi, delle piazze e degli spiazzi più o meno vicini al centro, e soprattutto l’enorme “zona industriale” con la gemella più piccola “zona artigianale”. È così, è un fatto: c’è tuttora un forte inquinamento luminoso. Ma trattandosi di una città, “ci può stare”, avrebbe detto lo spagnolo allenatore del Napoli che anche a Madrid accumula “malafiuri”.
Il fatto è che il fortissimo inquinamento luminoso ha ormai pervaso anche ampie fette del territorio extraurbano. Campagne e linea costiera. Quest’ultima, specie d’estate, è in pratica una lunga striscia che – senza alcuna soluzione di continuità – parte da Pozzallo e finisce a Scoglitti marcando fortemente il territorio con una striscia luminosa che impedisce agli appassionati di osservare il cielo e ai romantici di guardare le stelle.
Cosa si possa fare e cosa effettivamente si riesce a fare io non saprei. Del resto, se è vero che il problema non è più di moda, chi sono io per tornare a parlarne? Eppure, riflettendo sull’incontrovertibile dato che vede le nostre contrade rurali (fatta ovvia eccezione per quelle più difficilmente raggiungibili, o abbandonate, o mai abitate) mi sono chiesto perché si faccia tutta questa luce, sovente in maniera eccessiva, esagerata, non giustificata.
E ho maturato un mio pensiero, fortemente aleatorio, estremamente debole, come tutti i miei, del resto. Mi sono infatti convinto che a creare il problema non sono tanto le mille luci pubbliche di strade e piazze, quanto le molto più numerose luci private di case private. Verande, giardini, vialetti di ingresso, parcheggi, terrazze: tutte fortemente illuminate. Eccessivamente illuminate, secondo me. E mi sono anche risposto al “perché tutte queste luci”? per il semplice fatto che i ragusani che hanno oggi oltre settanta anni sono cresciuti al buio della notte. Di giorno nessun problema, ma di notte, in ampie fasce del nostro territorio, fino a non molti decenni orsono, non esisteva la corrente elettrica (e se è per questo nemmeno l’acqua corrente e le strade asfaltate). L’aver vissuto infanzia e giovinezza praticamente al buio, col solo apporto di tremolanti lumi a petrolio, ha poi spinto quella generazione a “sfrazziare” (per i non siciliani è termine che andrà tradotto con, approssimativamente: “sprecare”). E adesso succede, come ho più volte constatato di persona, che famiglie iblee appena prima del tramonto danno il via a un gioco fuoco di led e faretti, di piantane e plafoniere. Ho visto gente uscire di casa per passare la serata altrove e lasciare tutto acceso, ma proprio tutto: “così al ritorno non ho problemi a rientrare”.
Spesso, e per fortuna non sempre, queste sono le stesse persone che pretendono davanti casa il prato inglese anche a costo di innaffiare tre volte al giorno nei 41 gradi di luglio e agosto, o anche la piscina in contrada Pianetti dove si potrà fare il bagno solo nei venti giorni della piena estate, o anche la quotidiana abbuffata con primosecondocontornofruttadolce sol perché da ragazzini siamo cresciuti a carrube arance e il pollo solo per San Giovanni.
Rispettabile la voglia di rifarsi dopo le privazioni, ma del tutto criminoso se si considera che – così continuando - quelle privazioni saranno costretti a viverle i nostri nipoti.

Saro Distefano