Cultura Scicli 22/09/2015 20:01 Notizia letta: 3153 volte

Le scoperte di Pino Nifosì sugli affreschi della Croce

Ignote le mani degli autori
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Scicli - Si offre quale prezioso tessuto d’indagine il complesso degli affreschi dell’Oratorio e della Chiesa di Santa Maria della Croce di Scicli, partitura notevole dell’arte iblea e indicatore rilevante non solo della religiosità popolare, ma anche di peculiari aspetti teologici che l’opera d’arte riesce a veicolare. E l’interessante risultato d’una sessione articolata di studio è stata la conferenza tenuta da Giuseppe Nifosì presso il suggestivo sito monumentale sciclitano, consistente in una dettagliata disquisizione monografica incentrata sugli “Aspetti iconologici dell’Oratorio del complesso di Santa Maria della Croce”.
Il relatore, docente e studioso di arte, ha inteso condividere col pubblico un itinerario multiverso di ricerche concernenti gli affreschi, rispondendo a un invito della Soprintendente ai Beni Culturali e Ambientali di Siracusa, Rosalba Panvini, che al momento della pianificazione dell’iniziativa rivestiva il medesimo incarico a Ragusa: “il merito di questa operazione – spiega Giuseppe Nifosì –, per me di pura indagine di studio, è tutto della professoressa Panvini, che, venuta a conoscenza (anche diretta) del mio lavoro, mi ha gentilmente proposto la conferenza”.
In una serata assai partecipata, la conversazione ha ricostruito anzitutto i dati essenziali riguardanti la storia esterna delle opere, in origine presenti in numero di otto nell’Oratorio, mentre uno si trovava nella Chiesa. Come noto, nel 1993 gli affreschi erano stati staccati dalla loro sede originaria, per consentirne il restauro, per poi essere allocati presso la Chiesa di Santa Teresa in via Mormina Penna, ove tuttora sono esposti, ma da dove si pensa da tempo di prelevarli, per riconsegnarli al suggestivo spazio in cui erano stati concepiti.
Basandosi su una bibliografia corposa, Nifosì riferisce che la datazione delle opere va posizionata a cavallo tra il XV secolo e il XVI; ignote le mani degli autori, presumibilmente due, uno dei quali spagnolo, che dovettero realizzare il ciclo dei dipinti in un arco creativo di circa quarant’anni. Quanto lo studioso sottolinea è il tipo di approccio che ha riservato agli affreschi, dei quali non ha voluto presentare una rassegna di ordine descrittivo, valorizzando le opere in quanto “documento storico di iconologica, cioè di pittura religiosa, e di arte”, trattandosi oltretutto di una “pittura dotta, sia dal punto di vista iconologico-religioso, sia dal punto di vista iconografico-estetico”.
La particolare attrazione esercitata dagli affreschi è legata anche al momento storico in cui sono stati creati, il ‘500, fase di transizione tra arte religiosa e arte tout-court, anche quando essa abbia tematiche e committenza sacre. Nifosì stabilisce inoltre una serie di complicità più o meno immediate con alcuni dei capisaldi della grande tradizione europea, affermando di avere abbracciato una metodologia comparativa. I raffronti vengono stabiliti tra gli affreschi di Scicli e alcuni capolavori risalenti al Primo Rinascimento, e in particolare con Memling, Bellini, Piero della Francesca, Antonello da Messina, Lotto. Considerando, per esempio, l’affresco della “Messa di San Gregorio”, uno tra i più importanti della Croce, assieme agli ex voto e a tre rappresentazioni della Madonna, Nifosì coglie considerevoli analogie col Bellini, specie nella resa del corpo del Cristo, e con l’icona bizantina, nel movimento della Madonna e nel topos del San Giovanni che guarda inorridito al martirio di Gesù, “in uno stile – spiega Nifosì – e secondo accostamenti personali, che testimoniano l’alto livello dell’opera e dell’artista”.

La Sicilia

Elisa Mandarà
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