Cultura Scicli 24/10/2015 14:28 Notizia letta: 6015 volte

Il figlio maschio di Giuseppina

Un'iniziativa del Brancati
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Scicli - «La tua fortuna saranno le femmine», aveva dichiarato Viola alla figlia, nel recente “La miscela segreta di casa Olivares” di Giuseppina Torregrossa, successo editoriale pubblicato nel 2014 da Mondadori, mentre l’ouverture dello stesso romanzo poneva in epigrafe una citazione dal “Cammino di perfezione di Santa Teresa d’Avila”, che, invocando Dio, celebrava la donna: “So che sei un giudice giusto e non fai come i giudici del mondo, i quali, essendo figli di Adamo e in definitiva tutti uomini, non esiste virtù di donna che non ritengano sospetta”. E l’intero libro pareva enfatizzare l’altra metà del cielo, aprendo varco deciso a un universo al femminile. Pertanto ci ha sorpreso e non poco il titolo assegnato dalla scrittrice siciliana alla sua nuova fatica, esitata nel 2015, “Il figlio maschio”, una nuova saga familiare, campo in cui s’è tanto cimentata la Torregrossa, e un romanzo che pone l’accento sull’ottica del vecchio don Turiddu Ciuni. Questi, giunto al declino dei suoi giorni, si chiede come possa un uomo consegnarsi all’eternità, se non travasando i propri sogni e tutto il proprio essere in un figlio. ‘Naturalmente’ di sesso maschile.
Chiama in ballo tutto un sistema di valori il romanzo, legati alla civiltà ma anche e diremmo soprattutto alla Sicilia, patria profonda arroccata nel cuore e nell’immaginario della scrittrice, che vive tra la sua Palermo e Roma. A portare “Il figlio maschio” in casa iblea ha pensato il Movimento Culturale Vitaliano Brancati, che ha ospitato presso Palazzo Busacca la scrittrice, in una piacevole serata, animata dalla presenza della stessa autrice e dalla presentazione di Giuseppe Pitrolo, che ha intrattenuto con la Torregrossa una interessante e ricca conversazione, ricostruendone puntualmente, in apertura, il percorso culturale e creativo.
Tra un autografo e una foto, incontriamo l’autrice, che ci chiarisce anzitutto le linee ideali dell’opera: “È una storia vera. Il filo conduttore è l’amore per la letteratura: la grande storia d’amore è quella per il libro. Tra i personaggi c’è infatti chi coltiva l’amore per il libro come feticcio, c’è chi ha un amore solo per la storia. Questa dynasty, l’albero genealogico tracciato nel romanzo, comincia da don Turiddu Ciuni con Concetta Russo, snodandosi poi attraverso librai ed editori. Il figlio diretto è un editore, la sorella Concettina è la madre di Vito Cavallotto, nell’ambito di questa discendenza ci sono due suore che aprono una libreria religiosa, Salvatore Sciascia editore è il figlio di una figlia di Concetta Russo. Dunque viene tutto da don Turiddu Ciuni e in questo albero genealogico ci sono tanti librai ed editori. Questo è un punto fondamentale di interesse”.
In realtà don Turiddu Ciuni polemizza con la moglie, che ha voluto far studiare i suoi dodici figli, femmine comprese, i quali non manifestano poi alcun interesse ad occuparsi del feudo di Testasecca. La delusione maggiore deriva certo da Filippo, il primogenito, che ha aperto una libreria e una casa editrice: insomma il suo romanzo è una esaltazione della letteratura. Quali ne sono i capisaldi, secondo lei?
“Tra gli scrittori che hanno inciso sulla mia formazione sicuramente ci sono i siciliani Tomasi di Lampedusa e De Roberto, ma anche Sciascia, che non considero un grande autore ma un grande letterato. Poi Dostoevskij, Tolstoj. Il libro pone in primo piano anche la figura dell’editore, che un tempo – parlo di Flaccovio, di Sciascia, per esempio – contribuivano anche al momento creativo, stabilendo con lo scrittore un rapporto umano diretto”.
La storia, come accade in altri suoi scritti, è ambientata in Sicilia. Passati complessi a parte, come vede oggi la sua Isola?
“La Sicilia, come il resto della nazione, sta vivendo un momento molto complesso, una grave crisi economica. Ma mentre tutta l’Italia vive anche una crisi di valori, noi siciliani conserviamo la capacità di guardarci negli occhi. Qualche volta ci fanno credere che la storia misera di mafia e pizzi sia la nostra identità. Invece noi abbiamo un grande passato e se avverrà un riscatto, questo proverrà dal basso, non dalle classi politiche imbelli che abbiamo eletto”.

L'intervista

Conversiamo ancora con Giuseppina Torregrossa. Del 2007 il suo libro d’esordio, “L’assaggiatrice”, al quale sono seguiti “Adele”, “Il conto delle minne”, “Manna e miele, ferro e fuoco”, “Panza e prisenza”, “La miscela segreta di casa Olivares”.
Già la scelta di raccontare ottant’anni di storia familiare continua una linea narrativa tracciata nei suoi precedenti romanzi. Quale tipo di relazione esiste tra “Il figlio maschio” e le sue altre opere? In cosa la continuità, quali gli elementi di novità?
“La mia voce è sempre quella, non può cambiare del tutto. In questo scritto c’è una minore relazione con il cibo, che si definisce quasi per assenza, ma c’è il libro quale cibo dell’anima, quindi c’è un’altra forma di nutrimento”.
Domanda d’obbligo sul titolo di un’opera che fa poi riflettere sulla titanica capacità di resistere delle donne: perché “Il figlio maschio”?
“Adesso i tempi sono cambiati, ma c’era fortissima in Sicilia la volontà di legare al primo figlio maschio la propria attività, di tramandargli le proprietà. Stiamo parlando comunque di una famiglia di donne e il figlio maschio è quello che non c’è”.
Che valore dà al recupero della tradizione, possibile anche attraverso la letteratura?
“La tradizione e la memoria sono la nostra identità. Immaginare di perdere questo nostro patrimonio è la vera grande follia, che è la follia dell’Italia, che sta trascurando le proprie radici. Discorso che non vuole chiudersi al futuro, ma che invita a mantenere i piedi saldi in un terreno fertile, per protendersi al domani”.
 

La Sicilia

Elisa Mandarà
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