Economia Ragusa 24/10/2015 21:04 Notizia letta: 16411 volte

Eni, la chimica di Versalis venduta ai privati di Polynt?

Dismissioni per 8 miliardi di euro
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Ragusa - Claudio De Scalzi, amministratore delegato di Eni, starebbe pensando a una cessione della chimica di Versalis. Potrebbe sembrare un pesce d’aprile autunnale, di bella taglia, saporito, ma un tantino fuori stagione, ma così, purtroppo, non è. A rilevare la notizia -che sta destando non poche apprensioni tra tutti i lavoratori del gruppo, anche siciliani (Versalis ha due stabilimenti nell’Isola, uno a Ragusa e l’altro a Priolo)- infatti, è una fonte di tutto rispetto in campo di analisi finanziaria, l’agenzia Bloomberg, dichiarando, nei giorni scorsi, che il cane a sei zampe si è rivolto all’advisor Barclays “perché valuti la strada migliore da percorrere per la vendita o cessione di una quota della chimica nazionale”. La Versalis, secondo gli analisti, potrebbe essere valutata un miliardo di euro.
Un miliardo di euro? Così poco vale la chimica di Stato per Eni? Magari per l’amministratore delegato Descalzi e il capo del Governo italiano, Matteo Renzi, la ex Enichem, con 6.000 dipendenti e 7 stabilimenti produttivi solo in Italia e hoint venture in tutto il mondo, potrebbe valere molto e tanto di più; ma se la necessità è quella di vendere subito un pezzo di storia industriale per far cassa, accontentare gli azionisti e finanziare le ricerche di petrolio e gas di Eni, anche i mille milioni di euro possono andare anche bene. Bastano e avanzano per chiudere i conti con la storia e con l’industria di Stato.
Un miliardo di euro per la chimica di Enrico Mattei, tanto quanto la valutazione che Silvio Berlusconi e gli advisors finanziari hanno fatto del Milan per piazzarlo a investitori con gli occhi a mandorla, che tramite un fondo d’investimento asiatico acquisterebbero quasi il 50% dell’intero pacchetto societario rossonero.
Sopravvalutazione dell’usato, oseremmo dire, per la squadra del cuore dell’ex presidente del consiglio dei ministri, mentre,di sottovalutazione, svendita o, se volete, liquidazione, occorre parlare per la chimica di Eni. Se vogliamo dare credito agli analisti dei mercati finanziari. Tanto per dirne una, solo il ferro e il rame e il bronzo delle tubazioni che si snodano all’interno degli impianti italiani di Versalis, da Brindisi a Marghera, passando per Priolo, Mantova, Ferrara, Ravenna, Brindisi, Ragusa e Porto Torres, potrebbero valere al mercato dell’usato almeno dieci volte di più.
Versalis è infatti la più grande azienda italiana per assetto industriale complessivo, fatturato e volumi di produzione, con un range di prodotti che vanno dai polimeri alle gomme, ma anche resine e prodotti di altissima specialità chimica per varie industrie, da quella dell’automotive a quella del packaging alimentare a quella dei giocattoli. Nel primo semestre del 2015 la società che fa capo a Eni e allo Stato italiano ha registrato un ebit rettificato di 95 milioni. Il primo dato positivo dopo anni di lacrime e sangue versate sulle pagine dei rendiconti finanziari, partendo da un deficit di 182 milioni nel primo semestre 2014; Versalis, in termini di chiusura di bilancio sarà, a fine 2015, dunque, in attivo.
Eppure gli analisti finanziari di Bloomberg parlano di 1 miliardo per la vendita di tutto l’asset industriale. Un misero miliardo di euro per un colosso chimico mondiale. Un miliardo di euro per una gallina che sforna uova di plastica, ma anche di resina e gomma rivestite, però, tutte d’oro. La stessa cifra pagata dall’italianissima Polynt, tanto per fare un esempio, leader indiscusso delle anidridi e delle resine, società attiva anche nella chimica di specialità (polimeri per le industrie che trasformano la plastica), per acquistare un’azienda che produceva resine poliestere appartenente a Total, la Pccr. Tramite un fondo comune di private equity. La stessa strada che in queste ore sta seguendo eni per cedere o trovare un socio per la chimica di Versalis.
Cosa hanno in comune il Milan, Eni, Versalis e Polynt?
Berlusconi vende metà del suo sopravvalutato cuore calcistico a un fondo comune d’investimento asiatico, per far respirare a pieni polmoni le casse di famiglia e pure quelle di Mediaset.
Eni sonda il mercato per svendere, invece, a un fondo di private equity, come quello di Mr Bee, il futuro socio del Cavaliere per intenderci, metà o tutta la chimica che fondò, col sacrificio dello Stato e degli italiani, il partigiano Enrico Mattei.
In comune, il Milan e la cessione della chimica di eni hanno solo il vettore che serve a far quadrare i conti: il fondo d’investimenti o di privata equità, chiamatelo come volete.
E Polynt? La multinazionale delle resine e delle plastiche che ha sede a Bergamo, direte, in tutto questo che c’azzecca?
Descalzi, dichiara oggi, che Eni è in cerca di una joint venture per consolidare e valorizzare il business della chimica.
Vuoi vedere che abbiamo trovato il vero acquirente della chimica nazionale, o il socio naturale di Eni per Versalis ex Polimeri Europa, già Enichem e prima ancora Anic, e che, a buon mercato, e per il tramite di un fondo comune d’investimento, spenderebbe appena appena un miliardo di euro per accaparrarsi il piatto industriale offerto dallo Stato? Nascerebbe, così, la Poly(nt)Versalis, il nome è di pura invenzione giornalistica, fusione di una multinazionale pubblica con l’imprenditoria privata. Sarebbe, comunque, una holding che tenderebbe a guardare decisamente dall’alto la lista dei competitors della chimica mondiale. Una super azienda chimica tutta italiana (si fa per dire) che non dispiacerebbe neanche al Governo Renzi. Troppi condizionali, è vero. Di certezze, poco e nulla. In soldoni, ed è proprio il caso di dirlo, parliamo di fantaeconomia.
L’Italia non sarebbe, tuttavia, nuova a fusioni del genere. Chimica statale più chimica privata più fondi di privata equità, ricordate? EniMont!
La colossale svendita, o meglio, la vendita, o meglio ancora la fusione della chimica nazionale, Enichem, con quella di un imprenditore privato, la Montedison, per il tramite di un intermediatore finanziario di fiducia, la famiglia Ferruzzi. Ovvero, coloro i quali si servirono, per la prima volta in Italia, siamo nel 1988, di fondi comuni d’investimento, utili, ma si saprà in seguito, a Raul Gardini per le scalate finanziarie del suo gruppo. Insomma, l’affare principe della politica e della finanza che verrà poi ricordato dalla storia non come la più grande fusione industriale, tra pubblico e privato, di tutti i tempi, ma, per gentile concessione letteraria dei magistrati di "mani pulite", come la madre di tutte le tangenti.
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Redazione
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