Economia Ragusa 30/10/2015 22:29 Notizia letta: 9307 volte

Eni, il tentativo di svendere la chimica è vecchio di 16 anni

L'idea di Vittorio Mincato
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Ragusa - Cambiano gli amministratori delegati, passano gli anni, ma la politica industriale del gruppo Eni sembra essere sempre la stessa. Il piano di ristrutturazione della chimica di Versalis pesca nel passato e ci sembra di assistere sempre agli stessi corsi e ricorsi storici di vichiana memoria. Una storia che è iniziata ben 16 anni fa.
Correva l’anno 1999, esattamente era il 29 ottobre, e l’ allora amministratore delegato era Vittorio Mincato.
Enichem, la società di chimica e petrolchimica controllata da Eni, era stata divisa sostanzialmente in due blocchi: una good company (Brindisi, Mantova, Ferrara) e una bad company (Ragusa, Gela, Priolo, Porto Marghera, Sarroch e Porto Torres). E in effetti a distanza di anni Claudio Descalzi ha confermato questo taglio, con la chiusura dell’impianto di Gela, la vendita e poi la chiusura di Porto Torres, la chiusura dell’impianto di polietilene di Priolo e quello di cracking di Marghera. Il piano di ristrutturazione della chimica di Versalis, dunque, non arriva proprio come un fulmine a ciel sereno.
Che cosa è successo, però, sedici anni fa rispetto ad oggi? Perché queste chiusure (o meglio, questi tentativi di chiusura), non furono effettuate all’epoca? Nel 2001 il gruppo effettuò una doppia operazione per Eni e la controllata Enichem. Il colosso energetico aveva acquistato da Union Carbide, prossima all’incorporazione in Dow Chemical Company, il 50% della Polimeri Europa, già controllata al 50% della società italiana. In questo modo avrebbe raggiunto il controllo del 100%. Successivamente, vi è stato un accordo per la cessione della Dow Chemical per 400 milioni di euro, con un conguaglio a favore di Enichem di 196 milioni di euro. Mincato, infatti, aveva sostenuto che la strategia del gruppo era quella di ridurre il peso delle attività petrolchimiche nel portafoglio aziendale. La Dow doveva assumere il controllo degli stabilimenti per la produzione di poliuretani Enichem di Porto Marghera, Brindisi, Priolo e Tetre (in Belgio). Nel 2002, infine, ci furono le trattative fra Eni e i sauditi della SABIC per la cessione della Polimeri Europe a cui fanno capo tre aree di business: la chimica di base, polimeri ed elastomeri. Lo scopo dell’Eni era sempre lo stesso: sganciarsi dalla chimica ma proprio mentre la destinazione sembrava ormai in discesa, all’improvviso arrivò la variabile inaspettata: la politica.
L’allora ministro delle attività produttive, Antonio Marzano (governo Silvio Berlusconi 2001-2005), appose un vero e proprio freno fra la trattiva del “cane a sei zampe” e il gigante arabo. Marzano, infatti, intendeva subordinare l’uscita dell’Eni dalla chimica supportandola con un’ampia riflessione di politica industriale italiana. Non uno stop vero e proprio ma sicuramente una bella frenata. Quantomeno, s’intendeva apporre vincoli di salvaguardia occupazionale, anche se sicuramente sarebbe difficile opporsi ai piani di un’azienda quotata in borsa che per tre quarti è in mano ad azionisti privati. Solo il 30% di Eni, infatti, è ancora pubblico. La cosa, sta di fatto, si bloccò. Nel 2013, però, l’amministratore delegato Paolo Scaroni dichiarava di voler dare due miliardi al settore della chimica per rilanciarlo. Tale somma sarebbe dovuta servire per riutilizzare gli impianti che bisognava convertire, in un’ottica “green” nettamente in controtendenza rispetto a quanto paventato sempre dalla società. Parole che oggi suonano piuttosto come un de profundis, visto che anche Descalzi ha parlato di un piano di risanamento di Versalis. Contro di lui, però, remano le indiscrezioni dell’agenzia Bloomberg che pesano come un macigno e una storia di tentativi di divorzio lunga sedici anni.

Irene Savasta