Cultura Madrid 27/11/2015 00:59 Notizia letta: 191 volte

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l'uomo, il lettore, il maestro

I manoscritti esposti in Spagna
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Madrid - Da Ottobre di quest’anno 2015 Madrid dedica una splendida mostra nel celebre spazio espositivo del Matadero a Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Con più precisione è la Casa del Lector –Fundación Germán Sánchez Ruipérez a dedicargliela. È, in effetti, un omaggio molto appropriato allo scrittore siciliano, scelto e proposto come grande modello di lettore intelligente e instancabile.
È stato per me un vero peccato non poter assistere all’inaugurazione dell’importante evento culturale che ha già suscitato l’interesse di migliaia di madrileni.
Tutto il materiale autografo esposto fu presentato, infatti, proprio dal figlio adottivo del Tomasi, Gioacchino Lanza.
Grazie alla generosità sua e della moglie, Nicoletta Pola, la Casa del Lector di Madrid ha potuto presentare documenti inediti o, in ogni caso, autentiche reliquie.
Mi riferisco non solo al manoscritto de “Il gattopardo” di cui ho potuto leggere alcune celebri pagine con comprensibile commozione, ma anche ad alcuni testi della biblioteca personale dello scrittore che vanta circa 4.000 opere. Sono testi che lui ebbe fra le mani, che lesse con l’avidità di un lettore accanito, che apprezzò e valutò soprattutto in una raccolta di appunti aventi per oggetto conversazioni sulla Letteratura inglese e francese.
Un corpus di mille e più pagine di un quadernone da computisteria com’era in uso negli anni Cinquanta del Novecento scritto con la sua calligrafia minuta, pignola, ricca di accenti e di punteggiatura.
Anche “Il gattopardo” fu scritto in questi quadernoni grandi, in seguito fu fatto impaginare dallo scrittore e poi dattiloscritto da Francesco Orlando, l’altro ragazzo che con Gioacchino Lanza gli tenne compagnia negli ultimi anni della sua vita e al quale furono indirizzate le lezioni sulla letteratura.
Giuseppe Tomasi corresse, poi, di suo pugno le copie dattiloscritte del romanzo come ho potuto appurare.
È affascinante scoprire i suoi ripensamenti, la ricerca minuziosa quasi pedante della parola che più esprimeva il suo intimo pensiero.
Francesco Orlando nell’estate del 1953, quando già era studente di giurisprudenza e aveva diciannove anni, lo convinse a impartirgli alcune lezioni sulla letteratura inglese. Invito accettato di buon grado dal Tomasi per il quale si preparò con la scrupolosità di un vero professore, annotando a sostegno della sua “cattiva memoria” gli argomenti che avrebbe trattato durante le sue chiacchierate.
Fortunatamente questo enorme lavoro non fu distrutto come, invece, lo scrittore aveva fatto credere, sicuramente per eccessiva modestia, a Francesco Orlando.
Il ragazzo si recava a casa del Lampedusa, che si trovava in via Butera a Palermo, tre volte la settimana, alle sei del pomeriggio. In quell’occasione, Tomasi gli leggeva anche le pagine del romanzo “Il gattopardo” che aveva scritto tra una visita e l’altra.
Esaurita la letteratura inglese (1953-54), il Tomasi accettò di continuare a impartire lezioni sulla letteratura francese.
Tomasi si era avvicinato alla letteratura spagnola, tanto del Siglo de oro quanto contemporanea, purtroppo molto tardi.
La sua scarsa o nulla padronanza del Castigliano lo aveva obbligato dapprima a ripiegare su alcune prime timide traduzioni dell’opera poetica di Federico Garcia Lorca, apparse nel mondo letterario italiano (IIª Edizione Aguilar di “Poeta en Nueva York”); o a leggere Góngora, Lope de Vega, Quevedo, aiutandosi con un Dizionario della Real Academia de la Lengua Española (RAE), incoraggiato e collaborato da Gioacchino Lanza.
Aveva però conosciuto Cervantes e i mistici spagnoli, Teresa de Jesús e San Juan de la Cruz, grazie all’interesse e alle conversazioni dei cugini Piccolo.
Tomasi fu il più grande intellettuale italiano del suo tempo. Visse in incognito la sua grandezza senza mai aspirare a palcoscenici o a riconoscimenti letterari.
Visse un isolamento culturale che rifletteva l’isolamento culturale della sua isola. Isolamento letterario ma anche esistenziale. Di tutta la letteratura italiana considerava, in effetti, il Leopardi il più geniale dei poeti e dei letterati forse perché lui era vissuto del suo stesso pessimismo, del suo stesso inconfondibile stile di vita.
Il vastissimo saggio sulle letterature straniere, ancora inedito, fortunatamente pervenutoci, ci restituisce un Tomasi nudo, imprevedibile e acuto, libero da ogni sospetto di vecchio servilismo, straordinariamente curioso e polemico.
È, dunque, interessante studiarlo.
Le “Conversazioni” sono precedute da un fuori testo:
-Poche parole d’introduzione-
-Anzitutto parole di scusa. L’ardire mio nel volere tenere conversazioni sulla letteratura inglese può essere assolto soltanto se si voglia tenere a mente il mio grande amore per questa letteratura.-
È un fuori testo che ci rivela un uomo timido, modesto, lontano dalle prosopopee cattedratiche di quanti suoi contemporanei amavano sproloquiare spesso anche di cose che non avevano lette.
A proposito di Joseph Conrad (1857-1924) alla pag. 18 così fotografa impietosamente il lettore italiano e l’intellighenzia del suo tempo:
-Il lettore italiano è una bestia difficile da trattare. Se lo scrittore è inamidato, dignitoso, ornato, profondo (se per restare nell’epoca che trattiamo, si tratta di James o della Woolf) è chiaro che dopo poche pagine gli verrà appioppato il nome di “scocciatore”. Se invece è alla mano, cerca d’interessarsi, scrive racconti di mare e di avventure, il buon italiano esclama: “Salgari!Jules Verne! De Amicis!” e richiude il libro, anche se l’autore è Stevenson, Chesterton, Wells o Conrad. Il fatto è che non gli piace leggere. E siccome non gli piace leggere(,) gli scrittori non hanno nessun incentivo a scrivere o dovendo scrivere poco, per non sciupar carta inutilmente, si restringono a motivi casalinghi; da noi i cattivi scrittori soltanto, quelli senza interiorità, si dànno alla letteratura avventurosa (esempio ottimo, Ariosto). L’Italiano è più di ogni altro popolo “campanilistico”.-
E qui il Tomasi racconta un aneddoto molto gustoso:
-Una signora che tutti conosciamo rientrava con me in macchina da una assenza di due giorni = giunta a Porta Felice (Palermo, ndr) si fece il segno della croce e ringraziò il Signore che le aveva permesso di rivedere la sua città natia (“O tu Palermo, terra adorata”). Come mai sarà possibile che questa stessa signora s’interessi a Conrad che per venti anni errò nell’Oceano Pacifico, o a Kipling che stava metà dell’anno a Londra e l’altra metà in India? Per essa sono dei mentecatti.-
A proposito di Keats, a pag. 35, scrive:
-Io sono una persona che sta molto sola, delle mie sedici ore di veglia quotidiana dieci almeno sono passate in solitudine. E non potendo, dopo tutto, leggere sempre, mi diverto a costruire teorie de quali, del resto, non reggono al minimo esame critico, tranne una...
Così pure mi sono costruito, per mio personale diletto, la teoria degli “angeli”.-
Keats, infatti, con la sua morte prematura era da lui considerato un angelo, l’”angelo” per eccellenza.
Un Tomasi ancora civettuolo molto sensibile al bello e al buon gusto emerge a pag. 20 mentre discetta su Izaack Walton (1593- 1683):
-A Londra vi è una strada, St. James’s street, che è quasi interamente occupata da negozi di lusso per uomini. Cravatte, scarpe, mazze da “polo” e da “golf” ornano le vetrine...-
E a proposito di Montaigne scrive:
-Napoleone, già, elencava Montaigne fra quegli “idéologues” che egli odiava.
Mussolini, in quell’enciclopedia dell’ignoranza e della presunzione che è la “prolusione all’anno accademico all’Università per stranieri di Perugia”, lo chiama “vacuo retore” dinunciando che non aveva mai letto un rigo degli “Essais” perché se qualcuno non è retore questi è proprio Montaigne.-
Il Tomasi, invece, definirà felicemente Montaigne “scetticismo sereno”.
Un Tomasi inedito, ripeto, un letterario voyeur ma anche un adorabile pettegolo in perfetta linea con i gusti e i vizi dell’aristocrazia isolana del suo tempo quando considera Pascal come un essere tormentato e malato e si chiede con un sorriso mefistofelico, sotto i baffi curati, per quale motivo sia stata taciuta l’inclinazione omosessuale di Federico Garcia Lorca nella presentazione della sua opera poetica.
Ma è solo l’ironia del principe Salina che prepotentemente sfugge al suo controllatissimo equilibrismo tra verità e fantasia, tra laicità e fede.

Riporto uno dei brani più celebri de “Il Gattopardo” da me ricopiato direttamente dal manoscritto originale di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Il romanzo fu ultimato nel 1957 e pubblicato postumo nel 1958. Fu il grande “caso letterario” che salvò dal fallimento col suo boom di vendite la Casa Editrice Feltrinelli. Fu tradotto in moltissime lingue. È considerato oggi uno dei romanzi più belli della Letteratura Italiana.
Pag. 25 del manoscritto, è il principe Don Fabrizio Salina che parla, rivolgendosi al nipote Tancredi:
“Ma perché sei vestito così? Cosa c’è? Un ballo in maschera di mattina?” Il ragazzo divenne serio:il suo volto triangolare assunse una inaspettata espressione virile. “Parto, zione, parto fra mezz’ora. Sono venuto a salutarti.” Il povero Salina si sentì stringere il cuore. “Un duello?” “Un grande duello, zio, contro Franceschiello Dio Guardi. Vado nelle montagne, a Ficuzza (sostituito poi con Corleone, ndr); non lo dire a nessuno, soprattutto non a Paolo. Si preparano grandi cose, zione, ed io non voglio restarmene a casa, dove, del resto, mi acchiapperebbero subito, se vi restassi.” Il principe ebbe una delle sue visioni improvvise: una crudele scena di guerriglia, schioppettate nei boschi, ed il suo Tancredi per terra, sbudellato come quel disconosciuto soldato. “Sei pazzo, figlio mio! Andare a mettersi con quella gente!Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri dev’essere con noi, per il Re.” Gli occhi ripresero a sorridere. “Per il re, certo; ma per quale Re?” Il ragazzo ebbe una delle sue crisi di serietà che lo rendevano impenetrabile e caro. “Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?” Abbracciò lo zio un po’ commosso. “Arrivederci a presto. Ritornerò col Tricolore.”

CREDITI
Uno speciale rigraziamento va a Casa del Lector-Fundación Germán Sánchez Ruipérez di Madrid che generosamente ha autorizzato l’utilizzo dell’interessante materiale contenuto nell’omaggio a Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

© Tutti i diritti riservati all’Autore

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