Cultura Modica 16/12/2015 00:45 Notizia letta: 2684 volte

Giuseppe Colombo, se la pittura è poesia, e letteratura

Precisione e verità
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Modica - 1999-2015, non sono molti sedici anni, nel computo delle ere dell’arte, anche perché tra quanto accade sulla tela e la stima della sua portata è opportuno un ragionevole intervallo temporale. Ma Giuseppe Colombo si offre oggi nella leggibilità piena di una poetica propria, in una antologica che al modicano Convento del Carmine compendia potentemente la vitalità della sua produzione.
Conosciamo (e riconosciamo) Colombo per il magistero disegnativo, espresso esplicito nella figura condotta a matita. E sono ben note le visioni naturalistiche che del veduto consegnano la stupefatta precisione del ramo in dettaglio, della foglia inquadrata nella verità della fibra, dei pastelli che anticano Matilde e degli oli che incastonano il fiore nell’eleganza del fondo scuro.
Ma oggi forse è più giusta una meritata lettura della poesia di Giuseppe Colombo. E non per quel richiamo alla letterarietà della sua cifra, proposto da Massimo Blanco, uno degli studiosi che hanno redatto un contributo critico al catalogo della mostra, insieme a Paolo Nifosì, curatore della mostra con Tonino Cannata, e a Stefano Malatesta. Se è infatti innegabile che l’opera del pittore modicano abbia un quid di quell’enigma connaturato a tante pagine della letteratura, la poesia parlata da nudi e nature è legata alla pittura. La sospensione delle atmosfere, il dato più sensibile del dettato di Colombo, che non effonde una distensione serena e univoca dei suoi soggetti, è certo un risultato fine quanto voluto dall’artista, che, a dispetto della sua indole di pittore visuale, padrone delle tecniche, interpone una frattura tra realtà dell’oggetto e sua trasposizione estetica. Per cui è tangibile l’impressionante resa del reale, ma anche la sapiente attitudine di Colombo alla composizione di spazi e figure totalmente immersi in un mondo squisitamente pittorico.
Sedici sono anche gli anni trascorsi dal debutto ufficiale espositivo dell’artista in seno al Gruppo di Scicli. Aveva esposto in una piccola collettiva a Palazzo Favacchio di Scicli e lì aveva notato un suo omaggio a Cézanne – amore dichiarato, per Colombo – Franco Polizzi, tra i fondatori del celebre cenacolo siciliano, che incoraggerà il più giovane amico a perseguire la strada dura e sublime di una vocazione che prepotente esige rispetto e coerenza, pur in tempi in cui sono altre le vie comode per l’affermazione sociale.
Nascono a Roma, nello studio condiviso a Piazza Vittorio con Polizzi, le prime straordinarie rese della ragazza ai “Giardini pubblici”, quella musa che ispirerà per sempre l’occhio di Colombo, e che oggi troviamo magnificata in una delle sale più belle della mostra modicana – ripartita per temi, data la coerenza stilistica del nostro – l’ambiente dedicato ai nudi, ove più chiare s’indovinano le ascendenze dell’artista, memore dei maestri quattrocinquecenteschi, quindi dei capisaldi della modernità, dei Preraffaeliti, di Sartorio, dell’area francese del simbolismo. Perché il mondo di Colombo racchiude la forza della sua consuetudine alla grande tradizione, motore passionale della ricerca, che tesaurizza linee e rapporti formali, ma che cerca una verità poetica propria, forse comparabile – e ci riferiamo ora alla temperatura spirituale – ai silenzi di Andrew Wyeth. Dice questo silenzio il primo mandorlo in fiore di Colombo, o i Pensieri ‘bianchi’ di Lolita e continuano questo metafisico silenzio gli ultimi splendidi lavori, la sua Ofelia, tra le gemme dei d’après, il cuore nordico della Cascata, l’intensità psicologica caricata sulla lama bianca dell’occhio nel Nudo disteso.

La Sicilia

Elisa Mandarà
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