Attualità Taormina 17/12/2015 23:48 Notizia letta: 4758 volte

L'uomo che fa i vestiti di carta. FOTO

Salvatore Cusimano
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Taormina - Non chiamateli semplicemente abiti di carta. Le sue, infatti, sono abiti-sculture, “suggestioni di carta”, create grazie ad abilità sartoriali, ingegno e passione per i materiali “poveri”. Ed ogni abito racconta una storia. Lui è Salvatore Cusimano, classe 1980, palermitano di origini ma da anni residente a Taormina dove lavora nel negozio “Le Gatte”. Una passione nata sin da quando era bambino: il nonno, proprietario di un’edicola, gli regalava dei giornali sin da quando aveva 8 anni. Ma lui, a differenza di tanti altri, ha visto le potenzialità di un materiale povero come quello della carta da quotidiano ed è così che sono nati i primi modellini.

Com’è nata l’idea di confezionare abiti di carta?
“Mio nonno aveva un’edicola a Palermo e io da sempre ho avuto la passione di creare cose. Mi regalava spesso dei giornali, quotidiani, riviste, anche strappati e così, quando avevo circa 8 anni, ho iniziato a passare il tempo lì in quell’edicola creando dei modellini. A 17 anni, successivamente, mi sono trasferito a Roma e lì ho avuto l’opportunità di conoscere uno stilista che mi ha riportato in Sicilia, a Taormina. Era il 2006 e da allora sono entrato in contatto con il mondo della moda. Ho iniziato a lavorare a “Le Gatte” ma ero un addetto alle vendite. Un giorno, ricordo ancora che era inverno, stavo mettendo ordine in magazzino. Un fascio di giornali enorme ha colpito la mia immaginazione perché ha fatto riaffiorare in me un ricordo della mia infanzia, cioè quando avevo creato per una mia cuginetta un intero guardaroba per la sua barbie utilizzando la carta di giornale. Allora ho guardato il manichino e ho creato i miei primi modelli. Ed è come se fosse rinata la mia creatività, ritornata a galla grazie a quel ricordo”.

Qual è stato il primo abito che ha creato?
“Il primo abito è stato in stile settecentesco. Questo è successo perché vedevo passare le persone dal negozio e d’inverno vedevo i loro volti cupi. Volevo attirare l’attenzione di quei passanti con qualcosa di bello. Era il mio modo per creare allegria. Mi dava emozione ciò che avevo fatto”.

Lei definisce le sue creazioni abiti-sculture. Perché?
“Sono creati minuziosamente con la carta utilizzando esclusivamente lo stile sartoriale. Non uso né colla, né cucitrice. Per questo li ho resi unici e sono in genere molto sontuosi”.

Ci sono dei modelli a cui si ispira?
“Avevo dei ricordi legati alle storie che si raccontavano a Palermo, per esempio quelle del Gattopardo o quelle di magnifiche dame. Quando creo visualizzo e racconto una storia. Per questo ho bisogno di atmosfera. Ciò mi è possibile anche grazie al mio percorso di vita in cui ho avuto la fortuna di conoscere e praticare la filosofia orientale. Ad esempio, ho bisogno di musica e incenso. Quando ho in mano la carta, è come se la mia energia suggestionasse il mio lavoro. E io divento protagonista di quella storia”.

Quali sono i materiali che utilizza?
“Uso carta “povera”, ovvero quella proveniente dai quotidiani, la carta velina, ma anche quella che si trova all’interno delle scatole di scarpe. Non amo, invece, la carta crespa”.

Quanti lavori ha realizzato fino ad oggi?
“I primi lavori li realizzavo e poi li smontavo. Quindi, in totale, adesso ne ho cinque. Ogni creazione ha un titolo e una storia e sono tutte ambientate in Sicilia: ad esempio Notturno, raccolta la storia di una principessa che si trasforma in un uccello ed è stata ispirata da un profumo. Ma c’è anche La strega delle rose, Isola Bella, Lo spazio delle varianti, L’ultima luce della sera. Ogni abito-scultura nasce dalla mia suggestione e dalle mie emozioni”.

Queste creazioni hanno un riscontro economico?
“Sono stati valutati intorno ai 3-4 mila euro. Ma la cosa interessante non è tanto il possibile ritorno economico, piuttosto il fatto che ad apprezzarli sono state moltissime persone del settore moda. Ho in animo di organizzare una mostra a Donnafugata e una a Palermo, a Palazzo Ziino. Attualmente, c’è una mia mostra a Taormina presso la chiesa del Carmine che è stata inaugurata il 13 dicembre e sarà aperta fino al 6 gennaio, giorno in cui ci sarà un concerto lirico il cui ricavato andrà in beneficienza”.

I suoi abiti raccontano delle storie. Ma parlano anche di altro?
“Ho realizzato una scultura con la maschera antigas che vuole rappresentare la decadenza dell’uomo e si chiama “Ecce Homo”: la maschera è originale e il filo spinato l’ho trovato in una villa abbandonata. Se la si guarda con attenzione, sono molti gli spunti di riflessione offerti”.

Irene Savasta
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