Cultura Milano 21/12/2015 11:38 Notizia letta: 3354 volte

Ora ha Giotto il grido

A palazzo Reale
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Milano - Nell’ambito della grande Kermesse di Expo 2015 una nicchia di lusso è stata destinata, apparentemente controtendenza, all’eroe della pittura medievale, Giotto di Bondone, che ha guadagnato l’ambita sede espositiva di Palazzo Reale a Milano fino al 10 Gennaio 2016.
Lungi dallo scivolare incautamente fra le pagine più divulgative della pittura accessibile ai più, questo appuntamento con l’arte ci parla di un’Italia antica eppure moderna e lo fa con ardimento, perizia e rigore, traspirando una temperie illuminata e illuminante che ribadisce l’impulso vocazionale “umano-centrico” del grande evento cosmopolita ambrosiano.
Perché Giotto parla d’Italia, di una Italia che c’è e che ci sarà, del suo ruolo cardine nella storia sociale del più antico continente del mondo, della sua anima complessa e articolata, assetata di ricerca formale, robusta nei contenuti, pregnante di classicità e classicismo, eticità e pathos, volumi e asimmetrie identitarie, determinata ad individuare un modulo innovativo nella comunicazione, trasparenza, trasmissione e divulgazione del proprio tempo: un piano di lavoro coraggioso, multitasking, che non potrà lasciare indifferente l’umanità fin dal più remoto medioevo.
Aveva Giotto, infatti, avviato, precocemente, un dialogo armonico con la rappresentazione della figura umana e i suoi linguaggi, cui nessuno resisterà dal lanciare un occhio di ammirata sorpresa.
La rivoluzione espressiva preumanistica di Giotto sarà la vera prima rinascenza del secondo millennio che, al pari di Dante, metterà l’antropos e le sue autentiche vibrazioni al centro della sua prospettiva reale, dando vita ad un linguaggio comprensibile, semplificato ma non semplicistico, accessibile ma non superficiale, materico e ponderato.
Perché Giotto era questo: l’uomo che faceva parlare San Francesco con gli uccelli, l’artista che rendeva il santo uomo e l’umano già un Beato.
Giotto offriva all’illetterato il dono della sapienza, avvicinava il signore alla semplicità, spogliava dei bizantinismi i fatti di fede per offrire, alle orbite di tutti, passione, cronaca, luce di vita, pentimento, esultanza.
Tutto questo avveniva con il pieno orgoglio dei suoi mezzi: possenza della figura, prospettiva rigorosa, uso consapevole del colore nel suo nitore simbolico e tattile allo stesso tempo.
Il mio augurio, dunque, per chi legge queste righe, è che possa, durante queste giornate di fine anno, passare da Milano, affrontare una ragionevole fila alla biglietteria e superare il varco di Palazzo Reale, fronte Duomo.
Chi lo farà, si commuoverà: fra le tavole del Maestro rivedrà i primi raggi dell’antica Italia, quella stessa che ha la forma di oggi, e i virgulti dell’Europa moderna, perché si sa, già il mondo di allora, dopo averlo visto lavorare, non fu più uguale a sé stesso, come pure Dante ricordava:

“Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura”.

Ascoltate la sua voce limpida e abbandonatevi a questi momenti di gioia pura.

Francesca Pellegrino
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