Cultura Silvana Grasso racconta 31/12/2015 20:17 Notizia letta: 2715 volte

In tilt il semaforo della solidarietà, l'unica lingua comune è internet

Come sempre, spettacolare articolo su la Sicilia
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Catania - Dal sogno all'incubo, in soli cinquant'anni, in uno sperone di Sicilia che sgravidava al sole fichidindia e nelle sue viscere ingravidava immane potenza d'oro, oro nero. Sembrò impresa epica il Petrolchimico a Gela (1903), epicamente condotta da un Petrolnauta del ventesimo secolo, Enrico Mattei.
Nulla di epico, ormai, nella dismissione degli impianti produttivi, nell'esodo forzoso di operai, già da un anno in penosa diaspora, nazionale ed estera, a inseguire il fantasma d'un lavoro sicuro, a paga fissa. O semplicemente d'un lavoro. Comunque sia. Ovunque sia.

Quando a Gela arrivò l'industria per la raffinazione e la trasformazione del petrolio in prodotti finiti, quando una ciminiera di 140 metri d'altezza, con le sue minacciose bave di fuoco e fiamme, sfidò la maestà del cielo e la sua corona di nuvole immacolate, quasi fosse un nuovo vulcano, sconosciuto al mappamondo dei vulcani, Gela era un genuino paesotto di agricoltori, pescatori, pastori.

Alle spalle una storia gloriosa di Greci e Mito, di mura timolontee intatte, tutelate dalla madresabbia, di templi fatti a pezzi, smembrati nei secoli d'oblio, per rapinarne il tesoro della pietra. Ma nessuno, o quasi, sapeva che un tempo quella era stata una città magica, grande più d'Atene, col suo Teatro, i suoi poeti, i suoi cantori di melica orale, i suoi “signori”. Quando vi giunsero i ravennati a dirigere il Polo, a formare gli operai, sembrarono marziani, comunque extracomunitari, a chi c'era nato a Gela, a chi c'era cresciuto, invecchiando nei campi di cotone o su una barca, a mare, a raccogliere reti magre. Le donne del Nord, mogli degli stranieri “migranti”, che guidavano, fumavano, facevano il bagno mezzonude, in bikini, vestivano pantaloni come fossero maschi, ma avevano labbra rosse e lunghi capelli biondi da femmina, sarebbero state esorcizzate, ostracizzate, dai nativi, se solo non avessero portato nel paese un tesoro di soldi, tanti soldi, soldi per tutti, soldi facili. Perché facile sembrò lavorare in un ciclo produttivo a chi si rompeva la schiena zappando al sole come suo padre, come suo nonno, morti giovani ma che parevano già vecchi, sfiniti dal vento, dalla fatica immane, e tutto per un piatto di pasta al giorno. Gela sperimentò, allora, come altre sedi di Petrolchimico in Sicilia, la convivenza con l’altro, con l’”extracomunitario” che veniva dal Nord, che era ricco, che voleva il bagno in casa, anzi ne voleva due, primo e secondo servizio.
E di lì a qualche anno, nessun gelese nativo volle più lo stanzone unico, dove di notte avevano dormito insieme, cristiani cavalli e muli.
Vollero case all'uso degli "stranieri” con corridoio, saletta e cinque vani, con due/tre bagni, ed opulente rifiniture kitsch, stimate di gran lusso.
Solo dopo un ventennio, sulla costa che insangua il tramonto da Gela a Scoglitti, si videro i primi migranti d'Africa, “i pupi niuri”, come li chiamavano con sciagurata disinvoltura. Non erano biondi, non erano ricchi, non avevano una casa, né una residenza, né un'anagrafe. Dormivano in serra, avvolti nella plastica, tra pomodori, peperoni e pesticidi, dormivano nei pagliericci, scaldati dal fiato umido delle vacche, a cui mungevano il latte o lo succhiavano direttamente dal petto pieno, come neonati, quando avevano freddo e gli mancava il fiato. Un esercito di invisibili, che si muoveva nell'ombra, che evitata il ciglio della strada, dove esporsi era gran pericolo. Un esercito, della cui storia, in Politica, in Società, non si faceva né mai si fece Storia. Venivano dal mare, gli invisibili, ruttati da onde selvagge sulla terra promessa, quella sicula spiaggia che, ignara, li accoglieva come dopo la mareggiata accoglieva ossi di seppia, vuote conchiglie, ricci moribondi. Migranti invisibili al popolo dei residenti, al popolo degli aventi diritto, braccia utilissime, braccia a quattro lire in quelle serre abbandonate, tradite, rinnegate da nativi contadini per generazioni, ormai promossi operai, ormai abilitati turnisti, a stipendio fisso, con tredicesima e quattordicesima mensilità.
Un eldorado anche per migliaia di migranti di Sicilia, che da tutta l'Isola vi confluirono, ognuno con un suo dialetto, con una sua cadenza, un suo sapore nella bocca, un suo santo patrono nella fede, un suo proverbio nella memoria un suo ricordo nel cuore. Popolazione "multietnica” dunque, seppure di colore bianco. Un ellenismo del ventesimo secolo, dunque, dove la koiné esistenziale era la fabbrica, la tuta, il sindacato.
“Uomini, perché vanifichiamo la virtù dicendo che non la si può insegnare? Se l'imparare è un nascere, l'Impedire di imparare è un uccidere! Eppure, come dice Platone, per la misura sbagliata di un piede o il mancato accordo con la lira non scoppia una guerra tra fratelli, un amico non litiga con un amico, e due città non arrivano a odiarsi al punto di infliggersi reciprocamente l'estrema rovina?” (Plutarco, An virtus doceri nossit).
Fu un saggio Plutarco, uomo dabbene e perbene prima che apprezzato scrittore greco del II d. C.
Lui, Plutarco, la questione dei migranti, setticemia fatale alla politichetta d'oggi, l'avrebbe risolta solo rispondendo di “sì” alla domanda an virtus doceri possit.
Sì, la virtù può e deve essere insegnata, è compito primo della Politica illuminata essere virtuosa e insegnare ai cittadini la Virtù rei publicae gerendae, arma infallibile e incruenta contro il genocidio, il razzismo, la violenza cieca. Questa è premessa indispensabile per la “guerra”, dichiarata minacciata o solo progettata, comunque in atto, tra nativi e migranti, oggi.
Allo sbando tutti, chi c'è nato in Italia e chi c'è venuto. Alla deriva tutti, in uno Stato in letargia, in allergia, in dispnea, attore e comparsa, a un tempo medesimo, d'una Politica che fa affari, indifferentemente sulla pelle nera di migranti e sulla pelle bianca d'ospitanti. Arrivano, vivi o morti, arrivano da una guerra, ma anche da una simulazione, o solo da un’illusione.
Centri d'accoglienza, nati in una notte, accolgono, senza distinzione d'origine e “razza”, danaro legittimo e illegittimo, sorretti dall'intramontabile principio pecunia non olet, non ha odore il danaro, mentre giovani migranti, cupidi novi, imparano lo smartphone e i suoi linguaggi come prima e unica integrazione, come primo e unico sussidio linguistico. Non comunicano più nemmeno tra loro i migranti di questa generazione, come più non comunicano tra loro i nativi di questa generazione. Ognuno è isoletta nell'affollato isolamento dei social. Lo Stato non vigila sull'etica come non vigila sulla sicurezza, oltre la messinscena della solita facciata, né discrimina i migranti delinquenti dai migranti sventurati. La retta giornaliera d'un migrante delinquente, pregiudicato, potenziale omicida è comunque pari a quella d'un migrante onesto. Così è se vi pare.
E' in tilt il semaforo della solidarietà, della fratellanza, come è in tilt il semaforo della sicurezza, cui indistintamente, cittadini e migranti hanno Diritto. In Sicilia entrano tutti, solo che tocchino costa, solo che non restino insepolti cadaveri tra squarcio d'onde e corolla d'alghe. Dalla Sicilia scappano quasi tutti, arrabbiati, traditi, delusi, perché intollerabile è lo iato tra la Sicilia ideale, raccontata a colori dalla televisione, o su skype dal connazionale, e la Sicilia reale. Non c'è la ricchezza sognata, non c'è nemmeno una nuova patria, seppur surrettizia della precedente. Giocare a pallone, nelle lunghe mattinate di sole siciliano, è l'unico progetto possibile, realizzabile, nei cosiddetti Centri d'accoglienza. Così, in mancanza di progetti di vita, si progettano fughe, reati, violenza, disintegrazione sociale ed esistenziale, mentre l'integrazione resta solo a ingrassare pleonasmi scritti o declamati nei salotti televisivi di tutte le reti, tra apologie e insulti, risse e sputi, demonizzazione e cristianesimo.
“Ridicolo è chi afferma che si possa insegnare a tirare con l'arte e a combattere da oplita, mentre l'arte della strategia e del guidare gli eserciti si acquisiscono a caso e da chiunque. E ancor più ridicolo é chi voglia dimostrare che solamente la saggezza non si può insegnare, quella saggezza senza la quale non si può trarre nessun profitto e nessun giovamento dalle altre conoscenze” (Ibidem).

Se non fosse tutto così terribilmente tragico, sarebbe solo tanto ridicolo ridicolo ridicolo.

Silvana Grasso