Attualità Ragusa 03/01/2016 19:03 Notizia letta: 2151 volte

Gianni Amelio, consigli di cinema

Al Costaiblea Film Fest
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Ragusa - Si mette comodo nel salottino caldo del Lumière, dove è l’ospite d’onore del Costaiblea Filmfestival, e comincia a raccontarsi, risalendo la sua carriera fino al ’65, alle prime esperienze compiute senza che il suo nome apparisse sullo schermo, ai generi attraversati, compreso il pornosoft. Ma poi Gianni Amelio celebra il suo legame con Ragusa, con Pasquale Spadola, direttore organizzativo del festival, tanto da considerarlo uno spartiacque nel novero dei propri lavori, dagli anni ottanta. In una conversazione lieta con Vito Zagarrio, direttore artistico, compartendo la scena con Enrico Lo Verso, interprete forte di lavori quali Ladro di bambini e Lamerica, Amelio si intrattiene sulla crisi economica e sul consequenziale abbassamento della conoscenza, sulla sacralità della scuola e sulla sua vocazione mancata di insegnate, ma anche sulla boutade, incoraggiando l’adolescente che gli chiede consigli e dedicando il Carrubo d’oro appena ricevuto al lavoro dei Baciamolemani e Danilo Schininà.

Chiediamo quindi ad Amelio quale sia lo sguardo del cinema sulla realtà, il rapporto tra volontà di vero e invenzione.
“In realtà il cinema racconta la verità quando è onesto. Questa verità non è soggettiva, né parziale, perché il regista respira l’aria del suo tempo. Quindi quando cerca di capire questo suo mondo, racconta le cose anche come viste dagli altri. Ci riporta questa specie di aria che gira intorno a tutti noi e che lui riesce a captare con i suoi mezzi, con la macchina da presa, mentre altri li capta con uno strumento musicale, o con un quadro: si tratta sempre di comunicare con qualcuno qualcosa che si condivide”.

Il suo cinema ha affrontato direttamente o trasversalmente tematiche sociali come il terrorismo – pensiamo a Colpire al cuore – e urgenze quali l’emigrazione – e qui il pensiero corre alla potenza del film Lamerica. L’arte deve essere un’espressione civile, o consentire, a chi guarda il grande schermo, l’accesso all’isola del sogno?
“Il cinema deve essere tutto. Perché non servono dei messaggi che vengono dall’alto, non servono prediche. Il cinema è fatto di sentimenti che sono condivisi quando sono autentici. Io credo che anche attraverso uno spettacolo apparentemente non impegnato si possa arrivare a raccontare delle cose serie. Vedo che tanti grandi registi hanno fatto dei grandi film che ancora noi amiamo facendoci ridere. Ma con un magone dentro”.

 

Tra i suoi nuclei d’ispirazione vi è anche la letteratura. Porte aperte, come noto, ha visitato l’opera omonima di Sciascia. Quanto il cinema deve conservare della pagina letteraria e quanto scompigliarla?
“Se un regista sceglie un libro di Sciascia da portare sotto un’altra forma, è chiaro che vi ha trovato qualcosa dentro che lo ha catturato. È evidente che non può sbarazzarsi del libro. Deve semplicemente rileggerlo secondo il proprio linguaggio e non si tratta di tradimenti o di cancellare delle cose, ma di prendere atto che una cosa è la pagina, un’altra è lo schermo. Ho incontrato e conosciuto Sciascia, proprio prima di fare Porte aperte e poco dopo avere concluso I ragazzi di via Panisperna, un film che era molto vicino a lui, che aveva scritto La scomparsa di Majorana. Disse di me che pensava di essere capitato in buone mani, perché veniva interpretato da un regista che aveva le sue idee. Un complimento indimenticabile”. 

La Sicilia

Foto di Gianni Mania

Elisa Mandarà
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