Cultura Pensieri ad alta voce 09/01/2016 02:02 Notizia letta: 2716 volte

Silvana Grasso: la vera famiglia? E' quella dei social

Silenzi familiari. Un articolo apparso su La Sicilia
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“Nell’anno della Misericordia ogni famiglia cristiana possa diventare luogo privilegiato in cui si sperimenta la gioia del perdono... non perdiamo la fiducia nella famiglia, è bello aprire il cuore gli uni agli altri, senza nascondere” (Papa Francesco).
Ancora una volta il Papa fa centro, è proprio questa la crux desperationis della famiglia, ma più della società, globale e globalizzata, di questo inizio millennio: il nascondimento. Criptici sono i linguaggi, criptici i significanti e i significati, criptici i sentimenti, se e quando ci sono, se e quando ci siano. La famiglia anagrafica soccombe alla famiglia dei social. La famiglia di sangue soccombe alla famiglia dei fuggitivi, degli sbandati, degli occultati, degli occultanti, che nascondono e si nascondono. La famiglia, come l’ha conosciuta il Papa o solo idealizzata, non c’è più, o non c’è mai stata, a seconda se il punto di vista sia laico o cattolico, e proprio il suo appello alla virtù familiare sembra esserne la ratifica.
Nella fabula del Mito, che è profezia e, a un tempo medesimo, speculo di Vita, ci sono figli che uccidono i padri, ci sono padri che uccidono i figli, secondo quel “complesso di Laio”, finemente individuato dalla psicanalisi, che ha sciolto ogni enigma, squarciato ogni congettura, spacciata per tesi. È il padre ad essere geloso e potenzialmente “omicida” del figlio maschio, soprattutto se primogenito, con totale rovesciamento dell’ipotesi primaria, millenaria e scorretta, del figlio geloso e parricida. L’esemplificazione mitologica dell’intuizione psicanalitica è in quella vicenda Laio/Edipo, padre/figlio, di cui abbiamo in passato già scritto. Il cristianesimo e la cristianità conducono il Papa a considerare luogo di resurrezione morale la famiglia, messa in discussione solo in queste ultime decadi. Ma la Letteratura dice altro, molto altro e in altra direzione, quasi che il cancro di famiglia e società siano congeniti a famiglia e società, che, prima o dopo, ne manifesteranno i sintomi. Questione solo di tempo. La necrosi è inevitabile.
Ne “La cantatrice calva” (1950), atto unico del romeno Eugène Ionesco, il paradosso di una situazione paradossale diventa la lente correttiva per leggere la vacua esistenza quotidiana di corpuscoli, per convenzione detti uomini, che si adattano passivamente al non senso, lo incistano, tanto che alla fine il non senso diventa senso. I padroni di casa, gli Smith, la loro cameriera Mary, i loro amici Martin, recitano la messinscena del dialogo, fino alla violenza verbale, quando ormai non c’è più nulla da dire, da dirsi, se si escludono stereotipi vecchi ma rassicuranti del fatto che ancora si esiste, ancora si è, solo che si ruttino suoni versi, simili a parole. Quando, invece, tutto, ogni singola gesto, ogni obsoleta battuta dell’obsoleto co- pione-famiglia-società conduce all’amara, ma unica verità, che non si esiste più, se non come manichini, se non come marionette. Ci sono gli arredi, la tavola, i cibi, il fritto, il lardo, il maschio, la femmina, i figli, la servitù, gli amici, ma non c’è più traccia d’Uomo.
Emblematico del nulla dirsi è il dialogo / monologo tra le insulse chiacchere della Smith: «Già le nove. Abbiamo mangiato minestra, pesce, patate al lardo, insalata inglese. I ragazzi hanno bevuto acqua inglese... le patate sono molto buone col lardo, l’olio dell’insalata non era rancido. L’olio del droghiere dell’angolo è di qualità assai migliore dell’olio del droghiere di fronte, ed è persino migliore dell’olio del droghiere ai piedi della salita. Non voglio però dire che l’olio di costoro sia cattivo. Ad ogni modo l’olio del droghiere dell’angolo resta il migliore» (La cantatrice calva) e l’assordante silenzio di suo marito, il signor Smith, che continuando a leggere, fa schioccare la lingua. Dunque, già, le radici di questa famiglia sono malate, guaste. Marito e moglie non parlano più, pur se la donna continua, senza sosta, nel suo vaniloquio, una gimkana linguistica tra cibi e condimenti, senza nemmeno più l’aspettativa d’una qualsiasi risposta.
Ad ogni altro argomento affrontato dalla Smith: «Il pesce era fresco, mi sono leccata i baffi. Ne ho preso due volte. Anzi, tre. Mi farà andar di corpo. Anche tu ne hai preso tre volte. Però la terza volta ne hai preso meno delle due precedenti, mentre io ne ho preso molto di più.... tutto sommato però la minestra era forse un po’ troppo salata. Aveva pure troppi porri e troppo poca zucca e cipolla. Mi spiace di non avere suggerito a Mary di aggiungere un po’ di anice stellato», il marito continua a leggere, facendo solo schioccare la lingua.
Il matrimonio è morto, flagellato da silenzi, crocifisso da ipocrisie. Quelle della moglie sono parole in fuga, sono addizioni di sillabe, note, suete, inconsuete, riguardo a un esistere biologico, fatto di cibi, olii, cipolle e porri. Ben altra cosa rispetto a quell’esistere sostanziale, spirituale, duale e, a un tempo, universale, cui richiama il Santo Padre.
Jonesco, a metà del Novecento, registra efficacemente, quasi crudelmente, lo sfascio della famiglia, luogo nient’affatto privilegiato, ma disadorno dannato disperato, fatto di noia, silenzi, chiacchiere, imbarazzi, reiterazioni.
Lo scrittore può essere bastardo, feroce, crudo e crudele. Può anche fare, per bisturi affilato, autopsie sui vivi, cui chiedere conto della dannazione, dell’infezione, della suppurazione, di famiglia e società. La Letteratura, infatti, non ha come suo fine salvare l’anima, ma scoprirne il marcio, la setticemia, l’unzione, spesso solo a fini narcisistici, nient’affatto di redenzione o resurressi.
Sigismondo e Lovisa hanno superato contrasti non facili per sposarsi, essendo «la famiglia della sposa superiore a quella del marito per lignaggio e ricchezza» (L’anello, Karen Blixen). Il loro sembra amor perfetto, eppure cede, eppure Lovisa rifugia nella menzogna, nel nascondimento provvidenziale, naturale, quando incontra un altro uomo, un assassino, quando incontra un’esaltante sconosciuta peccaminosa vita, non progettata, non perfezionata, non prevista. È stata una sposa fedele, in tutto ubbidiente al marito, bravo onesto lavoratore, ha creduto ciecamente nel suo matrimonio, nel suo ruolo di sposa, nei valori dell’onestà, della lealtà, della fedeltà, bruciati tutti nell’istante in cui trasgressione, passione, incursione agiscono come benzina sulla paglia dei suoi valori. Valori trasmessi passivamente da generazioni, quasi per contagio, come la varicella o la tubercolosi.
L’altro è un delinquente, un ladro, un assassino «aveva il volto coperto di lividi e graffi, le mani e i polsi imbrattati di scuro. Era vestito di stracci, scalzo, con le caviglie fasciate di pezza... ciò che accadde secondo l’orologio durò quattro minuti». Quei quattro minuti sono però rivelatori d’un matrimonio condito di sane autoconvincenti menzogne. Quei quattro minuti saranno il fuoco segreto con cui accendere una noiosa vita coniugale, che durerà fino alla morte, mentre è già morta. E il segreto, il nascondimento, ne è la tomba. Il marito s’accorge del silenzio, premuroso chiede cosa sia successo ed «ella si frugò nella mente alla ricerca di qualcosa da dire, e alla fine disse. Ho perso l’anello. La fede nuziale» (ibidem). «Ti troverò un altro anello, disse suo marito. Tu e io siamo uguali a com’eravamo il giorno delle nozze..... il suo viso era tanto fermo ch’egli non sapeva se ella aveva udito, ma lo commuoveva che prendesse tanto a cuore la perdita del suo anello. Le prese la mano, gliela baciò, era fredda». Due perfetti estranei, uniti nel giogo del santo matrimonio.

Silvana Grasso