Cultura Chiaramonte Gulfi 10/01/2016 14:06 Notizia letta: 2861 volte

L'occhio, delicato e indagatore, di Ariane Deschamps

Fotografa? No, ritrattista
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Chiaramonte Gulfi - Riuscire a cogliere l’emozione di un momento, fermare il tempo attraverso un ritratto in bianco e nero e dare un volto all’attesa, allo stupore, all’inquietudine, alla felicità. Ariane Deschamps non ama definirsi una professionista della fotografia, ma sicuramente è una ritrattista: 41 anni, laureata in giurisprudenza alla Panthéon-Sorbonne, da vent’anni vive in Sicilia, precisamente a Chiaramonte Gulfi. La passione per la fotografia è nata sin da quando era piccola ma ultimamente i suoi ritratti hanno ricevuto sempre più consensi. I suoi scatti sono stati esposti durante una mostra collettiva a Gela ed è in arrivo anche un’altra mostra a Catania prevista fra qualche giorno. Ma com’è nata la passione per la fotografia? Perché predilige il seppia o il bianco e nero? Che cosa si cerca di cogliere con la semplicità di uno scatto? In parole povere: che cosa rende lo scatto di Ariane Deschamps così apprezzato?

Com’è successo che sei arrivata a Chiaramonte?
“Mi sono trasferita da Parigi per amore. Abito a Chiaramonte da vent’anni e non ho mai abitato in un altro posto in Sicilia, anche se ho viaggiato molto. Lavoro come impiegata amministrativa in un’azienda ma ho sempre amato la fotografia, sin da piccola. Anche quando ero in Francia visitavo spesso le mostre fotografiche: mi stimolavano, mi incuriosivano. Cercavo di capire il messaggio che il fotografo voleva lanciare. Ho sempre avuto un misto di fascino e curiosità non solo per ciò che era visibile, ma anche per la tecnica adoperata. Man mano, questo interesse è cresciuto. Allora, ho cominciato ad acquistare libri di scatti d’autore e con il tempo mi sono resa conto di una cosa: la fotografia che mi interessava era quella umana”.

Molti ti hanno definito una ritrattista. Sei d’accordo con questa definizione?
“Si. I volti umani sono al momento il mio unico interesse. I volti della gente comune hanno molto da raccontare. Naturalmente, ci sono volti e volti: non tutti suscitano in me qualcosa. Alcuni, ad esempio, sono esteticamente perfetti ma a me non dicono nulla. Quello che mi piace cogliere è l’emozione di un momento quando non si accorgono di essere fotografati. In quell’istante, mi sembra di poter cogliere l’essenza, un attimo di naturalezza. Quando le persone si mettono in posa, c’è già in atto una forzatura. Naturalmente, poi, gioco con la luce”.

Tu prediligi il bianco e nero o il seppia. Come mai?
“Mi sembra che il bianco e il nero o il seppia, il non-colore, dia alla foto un senso di “intemporalità”. Aggiungo ogni tanto il colore quando noto che nella foto originale si crea un contrasto efficace fra il volto umano e l’ambiente. Il colore, infatti, non deve contrastare con l’armonia dell’insieme: trovo, infatti, che il colore possa distrarre lo spettatore dal volto umano, distogliendo lo sguardo ai particolari del volto”.

Quali sono i fotografi a cui ti ispiri?
“Mi piacciono molto le opere di artisti come Henry Cartier-Bresson, Robert Doiesneau, Robert Cappa, Diane Arbus”.

Ti definisci una fotografa professionista?
“Questo mi sembra un titolo troppo onorifico. E’ vero che ho fotografato moltissimi volti, soprattutto ad eventi organizzati da amici e spesso mi hanno chiamata per questo lavoro. Ma ci sono tanti grandi artisti in questo mondo e davanti a loro bisogna fare un passo indietro. Stiamo con i piedi per terra. Per me è già una grande soddisfazione il fatto che la gente apprezzi. Mi piace molto anche il fatto che il soggetto che si vede ritratto in una mia foto si guarda come mai aveva fatto prima”.

Hai già esposto qualche tuo scatto?
“Si, ho partecipato ad una mostra collettiva a Gela il 9 settembre all’interno dell’Arte Speron Festival. Ho esposto circa quindici scatti. Adesso, è in programma l’esposizione di altri miei scatti il 13 gennaio a Catania”.

Cosa ti deve colpire di un volto per essere fotografato?
“Può essere tutto: l’attesa, lo stupore, l’inquietudine, la malinconia, la felicità. Anche quando fotografi un volto per diverse volte non è mai lo stesso. Un volto è come un paesaggio, una terra da esplorare. Deve esserci un rapporto quasi d’amore fra il soggetto e il fotografo e attraverso il non-colore cerco di creare una sorta di atmosfera protetta, una morbidezza che il colore vero non può rendere”.


Che cosa vorresti fotografare in futuro?

“Mi piacerebbe dedicarmi alla street-photography. In quel settore, c’è un mondo senza fine”.

Irene Savasta