Cultura Ragusa 12/01/2016 17:11 Notizia letta: 37 volte

I Caminanti in un film

Sicilia nascosta
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Ragusa - La donna sta a casa, l’uomo decide per entrambi, il capofamiglia è responsabile di una decina di persone, le ragazze si sposano a quindici anni, a vent’anni perdono prestigio e pretendenti, ci sono le “fuitine”, le fughe di amanti che implicano il matrimonio al ritorno, c’è un codice d’onore, non scritto ma considerato legge, ci sono i bambini che scorrazzano liberi a giocare per strada, c’è la famiglia intesa come intera comunità.

Sembra la Sicilia di qualche decennio fa ma non lo è. O meglio lo è come lo è sempre stata, una fetta di Sicilia nascosta che, senza tempo, continua a vivere in parallelo a quella considerata “normale”: è la comunità dei Caminanti, i cosiddetti “zingari”.
Sabato pomeriggio è stato proiettato in anteprima nazionale al cinema Ideal di Ragusa il documentario “Il segreto dei Caminanti” di Rita Mirabella e Giuseppe Tumino, prodotto da Extempora col sostegno della Sicilia Filmcommission – Regione Siciliana, Assessorato Turismo, Sport, Spettacolo. Nonostante l’argomento praticamente sconosciuto e al contrario la diffusa diffidenza nei confronti di questa comunità, Ragusa ha reagito in modo incredibilmente partecipe, al punto che l’altissimo numero di spettatori ha costretto gli organizzatori a un inaspettato bis, con una seconda proiezione fuori programma.
Coraggiosa la scelta di aprire il documentario con un dialogo in “baccàgghiu”, l’incomprensibile lingua dei Caminanti, rigorosamente senza sottotitoli, che ha sorpreso e, ammettiamolo, preoccupato il pubblico presente, subito rincuorato dalle parole in italiano del primo Caminante. Parole che dichiarano i tre fili rossi di cui è intrecciato il lavoro: l’orgoglio di essere un Caminante come il padre e il nonno, la miseria della loro condizione, la fierezza di essere “gente d’onore”. Il documentario si snoda, senza voce narrante, tra testimonianze dirette, passando tra le varie generazioni, i loro diversi approcci e le problematiche legate all’età e al genere: ci sono i bambini che corrono liberi per le strade, gli anziani, detentori della memoria storica della comunità e poi ci sono i giovani, che oscillano tra l’appartenenza a un gruppo con regole rigide e le ambizioni della loro età, come il sogno del posto fisso o quello della carriera nello spettacolo. Ci sono poi le ragazze che, pur non rinnegando né la famiglia, che è la comunità tutta, né le sue regole centenarie e mai scritte, scelgono un “gadjio”, un non-Caminante, come compagno di vita, imponendolo alla famiglia con la “fuitina”.
I Caminanti sono nomadi, inseguono il lavoro da una parte all’altra dell’Italia, sono le voci degli arrotini, degli stagnini, dei riparatori di ombrelli e di cucine a gas, degli ambulanti, dei venditori di palloncini alle feste patronali. Sono persone “normali”, ci tengono a sottolineare, costrette alla strada da quella miseria che tuttavia sembra talmente parte del loro essere da non rappresentare un problema quanto piuttosto un carattere identitario. La diffidenza innegabilmente c’è e non è poi così immotivata: è una comunità che ribadisce fieramente di essere diversa, con un codice di leggi non scritte che viene rispettato più di quelle italiane, a cui tuttavia rispondono. Molti sono stati in carcere più volte perché, come loro stessi ammettono, “santi non sono”: conoscono i furti, la strada e le sue leggi a volte spietate che impongono che si abbia un coltello in tasca e che si sia pronti a usarlo per sopravvivere. È un mondo in netta controtendenza, nel bene e nel male, rispetto a quello “normale”: i pochi beni che possiedono sono condivisi con tutta la comunità, si aiutano tra loro in modo gratuito e spontaneo perché “un Caminante non ti lascia mai e non ti farà mai mancare niente”, ammettono di essere semianalfabeti ma consapevoli di avere quel bagaglio di esperienze fondamentale per sopravvivere e quei valori divenuti sacri, di generazione in generazione, perché necessari. È un gruppo chiuso che in quanto tale è facile ignorare, ancora più facile tenere a distanza e temere. Tuttavia, spiegano consapevoli loro stessi nel documentario “non è che la gente non ha cuore, è che non è informata ma più tiri pietre al cane randagio più lui diventa randagio”.

La Sicilia

Anna Terranova
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