Cultura Comiso 13/01/2016 20:25 Notizia letta: 5965 volte

Il castello aragonese di Comiso, scrigno di tesori

Un luogo fuori dal tempo
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Comiso - E' iniziato nei mesi scorsi, ad opera dei privati proprietari, un percorso di apertura e fruizione al pubblico di uno dei tesori d'arte più importanti della provincia iblea. 

Il Castello dei Naselli d’Aragona, si trova al centro della città di Comiso; detto anche “Palazzo del Conte” è una signorile dimora fortificata.

Costruito sopra i resti di un precedente castello, o secondo altre tesi addirittura su una villa romana della quale sembrano essere testimoni i due busti collocati nei timpani delle finestre del mastio quadrangolare, risalente al 1576 come testimonia la data incisa sotto l’edicola dello stemma in pietra della famiglia Naselli, collocato nell’angolo nord della torre.
Già in documenti del XIII – XIV secolo (Diploma di concessione della contea a Bernardo Cabrera, firmato da Re Martino - 1 ottobre 1406 -) si parla del Castello di Comiso, e si descrive come “ ... cum aliis fortiliciis et edificis ...” quindi già prima della fine del ‘300 Comiso era cinta di solide mura per tutto il perimetro, e aveva torri e Castello con antistante fossato.

Intorno al 1392 la proprietà del Castello passò da Federico Speciaro ai Cabrera, forse usurpandolo con l’inganno e nel 1453 fu venduto a Periconio Naselli, barone della Mastra, il cui lontano discendente Gaspare Naselli fu nominato conte di Comiso nel 1571 da Re Filippo I° di Sicilia. Comiso nel 1500 ebbe una “Casa Giuratoria“ contenente interessanti e preziosi documenti, proprio in alcuni locali del castello e solo nel 1680, la sede fu trasferita a Palermo.
La parte più antica del Castello è il Battistero dedicato a san Gregorio Magno, con resti di affreschi di epoca bizantina e risalente intorno all’anno mille, è una delle nove cappelle dedicate al santo in Sicilia. Di forma ottagonale, il battistero, alla sommità diventa di forma cilindrica ed è coronato da una elegante cupola; ma secondo alcuni storici, ha origini molto più antiche, infatti ritengono che si tratti di una” Cuba “araba". Recentemente, durante un saggio di scavo, effettuato dai funzionari della Sovrintendenza di Ragusa, sono venuti alla luce alcuni cocci ed un’anforetta proprio di quel periodo.
Un tempo al Castello si accedeva da un ponte levatoio e oggi rimangono due portali ogivali, e uno dei quali ha una massiccia porta ferrata a grosse bugne, risalente al 1400.
Nel territorio di Comiso sono state trovate numerose iscrizioni su pietra, che confermano la presenza di probabili comunità ebraiche fra il IV – V secolo D.C.
Alcuni membri di queste comunità praticavano anche forme di magia.
Anche in due blocchi di pietra a lato dell’altra porta d’ingresso al Castello, sono riconoscibili alcune let- tere che fanno riferimento ad un formulario magico. Questi reperti furono probabilmente rinvenuti durante la costruzione del castello e riutilizzati a scopo decorativo, essi presentano caratteri arabi e greci, la cui interpretazione è ancora un mistero.
Il terremoto del 1693 fece crollare gran parte del Castello ad eccezione della torre. I lavori per restaurarlo continuarono fino agli inizi del ‘700, ma la trasformazione a palazzo signorile si ebbe quando arrivò in visita e dimorandovi per qualche tempo con tutto il suo seguito, il Vicerè Cristoforo Fernandez de Cordova.
La parte nord del Castello è caratterizzata da un’elegante Trifora o Serliana, meglio conosciuta come “Loggetta “, di sapore cinquecentesco, presenta le due pareti affrescate con paesaggi e voli di uccelli; fu aggiunta al Castello nel 1728, su progetto del genovese Michelangelo Canepa.
Al tempo dei Borboni rimase abbandonato finchè nel 1841, una parte di esso venne trasformato in Teatro passato successivamente al Comune, e la parte bassa fu trasformata in carcere mandamentale. In essa spicca una splendida fontanella inserita nella parete e risalente intorno al 1500 attribuita al Gagini o alla sua scuola. Nel cortile interno si conserva un fusto di fontana del 1600 circa in pietra locale riccamente scolpito.
Ai giorni nostri il Castello è di proprietà della famiglia Nifosì, discendente dai baroni di Canalazzi, che attualmente ancora lo abita.

Busti romani
Secondo una leggenda, i due busti apparterrebbero al console Attilio Calatino e al tribuno Calpurnio Flamma, protagonisti di una battaglia, combattuta nei pressi della vicina Camarina durante la prima guerra punica. Ad avvalorare la tesi che il Castello sia stato costruito su una villa di epoca romana, si possono osservare inoltre, sullo scalone d’ingresso i tipici mattoni romani che continuano nella base inferiore della torre (la “Fossa“), dove in epoca medievale, erano gettati, dal Signore del tempo, gli ospiti sgraditi, come vuole la leggenda, ma che molto probabilmente si tratterebbe di una grande cisterna romana.

La Cuba araba
Nel 1933 cadde la cupola originaria facendo venire alla luce degli affreschi palinsesti, che dopo un restauro pittorico fecero ritenere all’archeologo Biagio Pace che il monumento potesse essere interpretato come un battistero bizantino, prima di essere trasformato in cappella e in torre di difesa.
Tali affreschi erano realizzati su più strati, quelli più antichi vennero lasciati, invece quelli più recenti, furono distaccati, montati su teli lignei e trasferiti altrove, forse a Roma.
Durante i restauri fu scoperta, sulla superfice di un concio, una croce ansata con accanto delle sigle. All’interno sono presenti due aperture con inferriate, probabilmente da ricollegare all’utilizzo nell’ 800 dei locali contigui come carceri.
La porta d’ingresso, potrebbe essere antica e forse potrebbe essere l’ingresso originario della cuba.
Al Castello sono associate altre leggende, una delle quali narra che un membro della nobile Famiglia Naselli, assediato nel castello, allontanò il nemico facendosi credere ricco di provviste.
Una gran quantità di ricotta sarebbe giunta miracolosamente in seguito ad un’apparizione del Patrono San Biagio; mentre il castellano vagava per le sale buie e fredde, il Santo lo avrebbe confortato e consigliato di gettarne fuori gran parte fuori le mura.
In realtà probabilmente il conte si procurava i viveri uscendo dal castello da un passaggio segreto, recandosi in aperta campagna nella località detta appunto “Vigna ’o Conti“ (Vigna del Conte).

Redazione