Cultura Longevità 03/02/2016 22:38 Notizia letta: 2257 volte

La santa e la prostituta

Silvana Grasso su La Sicilia
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Macrina non scriveva post su facebook né twitt su twitter come il ministro Maria Luisa Boschi, il presidente della Camera Laura Boldrini o la francese Christine Madeleine Lagarde, avvocato, direttore del Fondo monetario internazionale (Fmi).

Macrina visse nel IV sec. d. C. in Cappadocia e, pur senza conferenze stampa, senza overdose mediatiche, senza foto con ritocco e promo televisivi, la sua fama, il suo nomen, si avviano speditamente ai duemila anni di storia. Non formuliamo medesime ipotesi di “longevità” riguardo alle tre signore della Politica nostrana e quasi nostrana, gemelle nella sdrucita camicina di forza, ossimoro perfetto, che si chiama CE. La nostra ipotesi non va oltre il decennio, ed è ipotesi molto generosa.

Così è. Si vive di brevitas, quando nella Politica, alludiamo al panorama generale, si transita solo come “rifugiati”, provenienti dalla disoccupazione, dal gregariato, se non dal fannullonismo. Quando nella Politica si transita come domiciliati, sia pur domiciliati a Palazzo Montecitorio, a Palazzo Chigi, Palazzo Madama. Palazzi augusti, nei quali però non si lascia signum, se si esclude la cartastraccia nel cestino o un’impronta di fango sul tappeto.

Così è, quando si ha il ruolo, ma non la caratura per averlo ed esercitarlo. Così è quando la Politica crea pletore di sudditi senza creare Capi. Sudditi/famuli che eseguono imperata/ordini, coatti e invisibili sotto la copertura del ”gioco di squadra”, rassicurante protettorato, che divide i fallimenti, in par condicio, tra tutti i giocatori.

Moltissimi dell’ultima Repubblica, la nostra attuale e sciagurata, rivendicano il “gioco” di squadra perché giocando sempre nella vita, sono arrivati, ludicamente, per gioco di porcellum, a onorevole ruolo, senza insegne di merito né titoli.

La francese Lagarde si crea il suo quarto d’ora mediatico, esorcizza la sospensione del trattato di Schengen per la libera circolazione delle persone in Europa, paventa il dietrofront della Gran Bretagna dall’Unione. I migranti sono scomodi, scomodissimi, molesti anzi per l’Europa, ben oltre il disagio reale. Soffre in dispnea politica la vecchia Europa, oggi solo «un pasticciaccio», direbbe il grande Gadda, di Paesi più che un’intesa seria di programmi, tesi a progettare il Futuro. Soffre, va in fibrillazione, va in asma, e non sa che pesci pigliare, perché ognuno (Italia Austria Danimarca Norvegia Grecia et et) recita a soggetto il copione del moribondo Schengen.

Della Lagarde, ove non venga riconfermata per un secondo mandato al Fmi, non sentiremo parlare mai più, come delle due nostre italiane, a fine mandato. Quando si è solo «braccianti» della Politica, non demiurghi, breve è la strada, e ancor più breve il ricordo, che si estingue come il lumicino d’una candeletta al sospirare lieve della brezza. Anche a non essere don Abbondio, si dirà tra meno d’un decennio «Boschi? Chi è costei? Boldrini? chi è costei? ».

Di Macrina, invece, non si è spenta l’eco, né si spegnerà. Il suo ricordo è già da tempo rimembranza, e il passaggio, dal ricordo alla rimembranza, lo segna quel lievito di virtù che dà al transeunte il tratto dell’immortalità, della perennità.

E’ immortale Macrina, e solo a sé deve l’immortalità. Non a manovalanza di partito né ad accordi elettorali, presi a “cottimo”, come per la ristrutturazione d’una stalla o d’un fienile.

Ma chi è Macrina? Come conquistò tanta grandezza lei nata femmina in un mondo per maschi? Era Macrina la sorella di Basilio, uno dei tre grandi teologi (Padri cappadoci) del IV secolo, assieme a Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa.

Oggi, a pieno titolo, possiamo dire di Basilio che fu il fratello di Macrina. Fu Macrina infattia “condurlo” al battesimo nel 356, fu sempre lei, Macrina, che gli snudò la miseria della ricchezza, e lo rese “vedente” da “cieco” che era, tanto che Basilio vendette tutto e tutto donò ai poveri, tenendo per sé solo una vita essenziale ed eremitica.

Macrina fu lievito di conversione profonda per il fratello, per quel cammino di virtù e fede che lo portò a essere prete nel 364, poi vescovo di Cesarea, dopo la morte del vescovo Eusebio.

Questo Basilio risorto fu grande condottiero della Chiesa, ed efficacemente si oppose a quell’imperatore Valente, che cercava di imporre, anche in Cappadocia, la sua politica anti-ortodossa. Tant’altro di nobile e umanitario fece Basilio ma, senza Macrina, avreb- be, come chiunque, affrontato la sua mortalità, l’oblio, magari il disdoro del disonore, magari lo stigma dell’infelicità.

Solo in virtù della sua parola, di cristiana e di sorella, Macrina lo fece traghettare oltre quel pezzetto di vita, disadorna ingannevole illusoria, che comunemente si indica come hic et nunc. Oltre quel guado, infatti, c’era l’immortalità ad attendere il suo amatissimo fratello. C’era il grande mistero dell’ universo creato che Basilio spiegò con la leggerezza di chi non ha dottrina, eppure lui ne aveva moltissima. Ma spiegare le leggi del Mondo a chi non sa leggere, a chi non sa scrivere, a chi non ha fede, a chi vive nella cecità del peccato, giustifica l’abbandono di ogni prosopopea, l’azzeramento di ogni retorica «l’universo deriva i suoi principi non dalla sapienza del mondo, ma dagli insegnamenti che Dio diede al suo servo parlandogli in chiara visione e non per enigmi.... se mai in una notte serena, fissando lo sguardo sulle indicibili bellezze degli astri, hai pensato all’artefice dell’universo, chiedendoti chi ha ornato il cielo, se durante il giorno hai osservato le meraviglie del giorno e attraverso le cose visibili hai dedotto l’invisibile.... io farò da guida a voi quali forestieri verso le meraviglie nascoste di questa grande città. In questa città, dov’era la nostra patria, dalla quale ci ha cacciati il demonio omicida rendendo l’uomo schiavo con le sue seduzioni, in questa città vedrai la prima genesi dell’uomo.... conoscerai te stesso, terrestre per natura, ma opera uscita dalle mani di Dio» (Omelie sull’esamerone).

Anche la fanciulla Filenio «piccina e bruna» vive l’immortalità che le dà il Poeta, Filodemo di Gadara (Ia. C.). Senza il suo amante Poeta non avrebbe avuto storia Filenio, avrebbe dormito, lei come tutti, l’eterno sonno della dimenticanza, assai più duro della morte stessa.

Pur bruna, ricordiamo che nella società greca era un difetto avere la pelle bruna, Filenio è bellissima agli occhi del suo amante. Ha infatti «i capelli più ricciuti del prezzemolo, la pelle più tenera della prima lanugine, la voce più magica del cinto d’Afrodite: tutto essa offre e molte volte non chiede. Tale è Filenio, cui desidero voler bene fino a quando io ne trovi un’altra più perfetta, o Cipride d’oro». (Filodemo, A.P.V121)

E’ una meretrice Filenio, giovanissima bruna e generosa. Molte volte lo squattrinato poeta giace con lei che, paga di passione, non chiede il danaro che le spetta, non chiede altro che ardere in quella brace, ustionante come ghiaccio. Le basta amare, essere amata. Desiderare, essere desiderata. Un epigramma indimenticabile, solo 6 magici versi, solo 3 coppie di distici elegiaci, un’indimenticata indimenticabile fanciulla, dai capelli ricci come il prezzemolo e la pelle di seta.

Fuori da una prospettiva “etica”, che giudica e tipizza, Macrina e Filenio, l’una “santa”, l’altra puttana, sono entrambe immortali in quella Patria della Santità e della Letteratura, che non sono affatto dissimili. Macrina operò come lievito di Fede sul fratello Basilio, Filenio operò come lievito d’Amore sul suo squattrinato Poeta amante. Generose entrambe nel dare, nel darsi, concupite solo dall’Amore, sacro o profano che fosse, poco importa.

Silvana Grasso