Cultura Intorno al sisma 08/02/2016 23:47 Notizia letta: 3996 volte

Terremoto e paura

La memoria del 1693
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Madrid - Il 25 gennaio del 2016 la televisione spagnola interrompeva i suoi programmi del mattino per dare la notizia di un forte terremoto a Melilla e in tutta l’Africa settentrionale.
Un terremoto di magnitudo 6.2 che ha provocato circa quindici vittime e fatto parecchi danni materiali.
Mi stavo preparando, come ogni giorno, per sottopormi alla mia normale routine quotidiana. Mi fermai. Ascoltai con trepidazione i primi commenti a caldo, sperando ardentemente che tutto si fosse risolto in una gran paura.
Le cronache, ahimè!, nei giorni seguenti diedero dati meno rassicuranti e più tristi.
È inutile dire che il mio pensiero volò subito alla Sicilia, alla mia Terra minacciata da sempre dal terremoto.
Non è facile convivere con una spada di Damocle sospesa sulla testa come da secoli capita ai siciliani. Ho trovato, infatti, negli archivi spagnoli tante notizie relative a terremoti verificatisi nel Cinquecento, nel Seicento e anche nel primo Settecento subito dopo il disastroso evento del 1693 che sotto le macerie non solo seppellì i corpi ma anche le memorie.
Nei giorni passati ho letto con interesse sulla stampa locale siciliana le notizie riguardanti piccole scosse di terremoto negli Iblei e subito ho messo in correlazione questi leggeri eventi sismici con il precedente di Melilla.
Qualcosa, è ovvio, sta accadendo sotto i nostri piedi e noi continuiamo a far finta di niente come quegli orchestrali che continuavano a suonare mentre il Titanic colava a picco.
Una volta il terremoto era annunciato, nella fantasia popolare abilmente manipolata da cinici uomini di chiesa, da segni straordinari; era additato da predicatori incoscienti come il giusto castigo di Dio per un’umanità peccatrice e indolente.
Oggi abbiamo i sismografi che misurano le intensità delle scosse, la profondità, la natura dei fenomeni tettonici.
Eppure nulla è cambiato da allora a oggi. Anche nella nostra Protezione civile, a dispetto di tutti gli addestramenti e di tutte le simulazioni.
Se il terremoto di oggi, 8 febbraio 2016, invece di durare il tempo di un respiro fosse durato quanto quello del 1693 il tempo di un Credo, sicuramente non starei qui a scrivere e non ci sarebbero più giornali in grado di pubblicarmi.
Quando nel pomeriggio mi sentii strattonare dalla scossa, avvertii il senso del vago e, per la prima volta in vita mia, il corpo udì il sibilo sinistro della terra ferita e ne provò paura.
Forse è arrivato il momento di fare esami di coscienza, come nelle antiche cronache; d’interrogarci su questi eventi; di capire la natura di questi fenomeni: se, cioè, sono legati a un’attività naturale della crosta terrestre o se, invece, non siano conseguenze nefaste di politiche suicide e scellerate (trivellazioni inutili e selvagge, per es.) che, nonostante tutto, si ostinano nella loro miope cultura di morte.
Temo, però, che, rientrato l’allarme, tutto ritorni come prima.
Ma fino a quando tutto questo potrà durare?
Fino a quando il tempo della follia distruggerà le timide ragioni della speranza?

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