Cultura Ragusa 23/02/2016 18:39 Notizia letta: 2487 volte

Lo sguardo sull'anima di Giuseppe Nifosì

Un percorso tra i secoli in dieci tappe
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Ragusa -  Pubblico folto e giovane quello accorso sabato a San Vincenzo Ferrer per la conferenza del Prof. Giuseppe Nifosì sul tema “Uno sguardo sull’anima”. Lo storico dell’arte, che la mattina aveva già tenuto un incontro al Liceo Scientifico, ha aperto l’edizione 2016 del Festival delle Relazioni.
Gli artisti, ha esordito Nifosì, guardano la realtà, noi, loro stessi e poi raccontano con immagini: via quindi alla carrellata di opere nella storia, dagli affreschi di Giotto a Padova, alla performance dell’Abramović al Moma di New York nel 2010. Un percorso tra i secoli in dieci tappe, a partire dagli affreschi nella Cappella degli Scrovegni di Giotto (1303), dove nello sguardo tra Madre e Figlio è racchiuso il mistero stesso dell’Immacolata Concezione, che preoccupa Maria, rassicurata dal Bambino. Da Padova ci si sposta a Firenze, con l’Annunciazione del Beato Angelico (1444), dove nuovamente Maria, appena quindicenne, risponde timorosa ma affermativa a Gabriele. Da Firenze al Vaticano con la Pietà di Michelangelo (1497), in cui la Madre offre il corpo senza vita del Figlio, quel figlio di cui è figlia e che difatti sembra suo coetaneo. Si rimane a Roma, a Santa Maria del Popolo per La conversione di San Paolo di Caravaggio (1601). Saulo, abituato a guardare dall’alto del suo cavallo, solo ora, disarcionato e umiliato nella polvere, apre le braccia per accogliere Dio. Nifosì ha quindi lasciato l’Italia verso nord, per toccare le Fiandre di Rembrandt, la Germania di Friedrich, la Francia di Millet, la Norvegia di Munch, l’Austria di Schiele fino ad arrivare Oltreoceano con la Lange e l’Abramović. Con Rembrandt ancora un tema sacro, Il ritorno del figliol prodigo (1668), dove le sue esperienze personali, la perdita dei figli, si intrecciano nell’abbraccio del padre in cui il figlio si immerge. Con Friedrich si lascia la Bibbia ma si mantiene “il divino”: nella visione romantica la natura dominante è la manifestazione di Dio. La grandezza inafferrabile però produce reazioni contrastanti: mentre la si contempla -come fanno Uomo e donna davanti alla luna (1818) che, sebbene di spalle, invitano a fare altrettanto- ci si sente piccoli e inadeguati. Guarda e interrogati, sembra dirci Friedrich. Ci si sposta quindi nei campi francesi con L’Angelus di Millet (1859) dove i due contadini, realisticamente ritratti nella loro povertà, commuovono per la loro semplicità: interrotto il lavoro, recitano la preghiera e, nel farlo assieme, ottengono tutto quanto serva a vivere. Persone sole di Munch (1899) spezza brutalmente l’incantesimo: i due protagonisti di spalle, come quelli di Friedrich, assumono qui tutt’altro significato. Sono assieme ma ciascuno è solo e inoltre lei respinge lui. L’uomo è solo, urla Munch, e Schiele, col suo Autoritratto nudo (1910) gli fa eco col suo corpo emaciato, mettendosi in gioco come solo l’artista del XX secolo riesce a fare. Il corpo è malato perché l’anima è malata, mostra Schiele.
Nifosì ha concluso con Madre migrante (1936), la foto di Dorothea Lange: la forza della fotografia che coglie e cristallizza lo sguardo di una madre sola con sette figli e in cerca di lavoro. Infine, lo sguardo oggi: la performance The Artist is present (2010)di Marina Abramović ha svelato la triste realtà. Non siamo più abituati a guardare, né a essere guardati dentro: Nifosì e Tonino Solarino -pres. della Fondazione San Giovanni Battista, promotrice del festival- hanno quindi salutato auspicando un ritorno a “guardarci di nuovo”.

La Sicilia

Anna Terranova