Attualità Palermo 15/03/2016 20:29 Notizia letta: 2164 volte

I dipendenti delle ex province, senza un domani

In mezzo al guado
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Palermo - I dipendenti delle 9 ex province siciliane hanno protestato oggi pomeriggio davanti a Palazzo dei Normanni, sede del parlamento siciliano, in concomitanza con l'inizio dei lavori di aula, per sensibilizzare la deputazione regionale ad approvare la legge di riforma sui liberi consorzi comunali che ha lasciato gli enti di area vasta in mezzo al guado dopo l'impugnativa del Governo alla norma approvata dall'Ars lo scorso mese di luglio.

Senza l'approvazione della nuova legge, la situazione finanziaria delle 9 ex province siciliane è pesante perchè è previsto un prelievo forzoso di 120 milioni di euro da parte dello Stato. Il braccio di ferro tra Roma e Palermo rigaurda tre norme: il voto ponderato per l'elezione del presidente del libero consorzio comunale, la non eleggibilità della giunta e che non sia automatica la scelta dei presidenti dei liberi consorzi comunali con i sindaci delle città metropolitane. Il parlamento siciliano si è bloccato su una questione elettorale, insomma se far far per legge il presidnete della citta metropolitane di Palermo, Catania e Messina rispettivamente a Orlando, Bianco e Messina. E mentre all'Ars si litiga per una poltrona, 6500 dipendenti provinciali non sanno quale sarà il loro futuro e cosa ancora più grave servizi di primaria importanza come l'assistenza ai disabili, la manutenzione delle scuole e l'illuminazione delle strade provinciali non sono assicuarti perche tutte le province siciliane sono vicine al fallimento. I dipendenti chiedono che la riforma si chiuda al più presto, ma all'Ars per ora sono in altre faccende affacendate...

"La legge sulle Province c'è: c'è un problema di governance". Così il presidente dell'Ars, Giovanni Ardizzone, durante la seduta parlamentare. Ardizzone ha aggiunto: "C'è stata una impugnativa su quattro punti, il governo ha risposto a tre punti - ha affermato - rimane l'ultimo punto cioè la coincidenza tra il sindaco della città metropolitana col sindaco del comune capoluogo. Ma se non si condivide l'impostazione nazionale, allora il governo faccia ricorso alla Consulta".

Redazione
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