Attualità Ragusa 16/03/2016 18:14 Notizia letta: 5191 volte

In morte di Don Mario Pavone

Aveva 74 anni
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Ragusa - La campanella d’entrata suonava alle 8.20 perché all’istituto magistrale “Giambattista Vico” di Ragusa c’erano le ore ridotte. Ma il professor Mario Pavone arrivava sempre in ritardo, non prima delle 8.35. Non ci amava molto come classe, pur essendo stato nostro insegnante di filosofia per tre anni, dal terzo anno in poi. In quel periodo il magistrale si era già suddiviso in due licei: liceo socio psico pedagogico e liceo di scienze sociali. E la terza B (poi quarta e quinta B) del liceo socio psico pedagogico che si era battuta profondamente per restare nei locali della succursale di Piazza Croce invece di tornare alla sede centrale nonostante gli insegnanti detestassero quella sistemazione, era una classe strana. Il professore Pavone arrivava in mezzo ad un baccano infernale. 27 ragazze che cicalavano ininterrottamente e non alzavano neanche lo sguardo per dire “buongiorno”.

Si sedeva malamente alla cattedra, già infastidito per il chiasso e per la scarsa considerazione. La cosa però che il professore Pavone non sapeva è che non era qualcosa di personale: la scarsa considerazione era un trattamento riservato a tutti gli insegnanti. Almeno, durante le prime ore del mattino e lui aveva sempre le prime ore del mattino. Poi, dopo aver fatto l’appello, iniziava la sua lezione. Era un professore vecchio stampo Mario Pavone: rigoroso fino all’inverosimile nel metodo d’insegnamento, aveva le sue “fissazioni” così come tutti i professori: ci costringeva, letteralmente, a non usare il libro di testo durante la lezione ma a prendere appunti e poi chiedeva a qualcuno a caso di rileggerli. Adorava i filosofi greci, in particolare Socrate e Aristotele, e di questo gliene sarò sempre grata visto che l’insegnamento della sua logica ha avuto poi ripercussioni anche nella mia vita pratica. Era un estimatore del concetto degli universali e del neoplatonismo, soprattutto per le inevitabili conseguenze che ha avuto, poi, nella filosofia cristiana. Ammetto di non sapere se ancora oggi è previsto a scuola l’insegnamento della Scolastica e della Patristica, ma Padre Pavone ha fatto anche questo: darci i rudimenti che potrebbero essere insegnati in un seminario. Sapevamo tutto di Agostino e del suo concetto del male vissuto come mancanza di bene, della “scommessa divina” di Anselmo D’Aosta e soprattutto della grandissima Summa di San Tommaso D’Aquino. Nonostante la sua formazione religiosa, il professore Pavone era un grande estimatore del metodo scientifico, pur avendo l’abitudine di italianizzare i nomi dei filosofi. Ed ecco allora le prove di Francesco Bacone e di Cartesio. In tempi di positivismo, diventava un tutt’uno con Mills e Comte. Ma il filosofo che forse amava in maniera incondizionata era Emmanuele Kant (come lo chiamava lui). E lo dico con certezza, visto che conosceva dettagli biografici non particolarmente noti agli studenti: “Kant era talmente meticoloso da fare una passeggiata sempre alla stessa ora. Quando lui passava, la gente sistemava gli orologi”, ci raccontava. Ma il professore Pavone ci ha anche instillato quella che veniva chiamata “filosofia del dubbio” con lo studio approfondito di Kirkegaard, Freud e Nietzsche, pensatori lontanissimi dalla sua visione religiosa ma molto vicini, evidentemente, alla sua sensibilità umana.

Non era molto largo di voti, il professore Pavone, e amava molto poco le ragazze che gli rispondevano con aria di sufficienza. Agli esami di maturità è stato severo e non si è lasciato commuovere da nessuno, non aveva importanza che quello fosse un momento cruciale della vita. L’ho rivisto solo una volta dopo il diploma, ma la sua memoria era di ferro, nonostante il trascorrere degli anni. Durante una prima comunione di una parente, mi ritrovai seduta nel sottoscala di un palazzo: mi dissero che la parrocchia San Pio X era in costruzione e la messa veniva celebrata lì. Rimasi molto colpita quando vidi che la messa era officiata da lui. Mi avvicinai per salutarlo e mi chiese in quale università fossi iscritta. Gli dissi che ero a Lettere Moderne e lui mi rispose: “Me l’aspettavo. Eri pessima in matematica”. Non l’ho più rivisto, non essendo una grande frequentatrice di chiese.

Si è spento all’età di 74 anni, prima che il suo progetto, quello della costruzione della nuova chiesa San Pio X in corso Europa si realizzasse. Una volta, in uno dei rarissimi momenti un cui si “confidava” con le sue allieve, ci disse: “Mi piace tantissimo l’insegnamento, talmente tanto che verrei a scuola anche se non mi dessero lo stipendio”.

Irene Savasta
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