Cultura Modica 19/03/2016 18:18 Notizia letta: 3868 volte

Modica. Arte e Architettura

Una recensione del prof. Colombo, già presidente del Liceo Convitto
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Modica - Il 18 dicembre 2015 è stato presentato, nell’Auditorium “Pietro Floridia” di Modica, il volume di Paolo Nifosì “Modica. Arte e Architettura” (ed. D. M. Barone S.p.A., Modica 2015; pp. 373; vol. cartonato, formato cm 25x34). Oltre ad Autorità civiche sono intervenuti all’evento numerosi Cittadini che gremivano l’ampia ed elegante Sala, a testimonianza del rilievo culturale dell’opera presentata nonché della stima sentitamente avvertita per l’Autore.

Paolo Nifosì è nato a Scicli nel 1946. Laureatosi presso l’Università Statale di Milano in Lettere moderne con una tesi su “Urbanistica e Architettura a Noto”, è stato per decenni Docente di Storia dell’Arte presso il prestigioso Liceo Classico e Artistico “Tommaso Campailla” di Modica oltre che presso l’Università degli Studi di Catania. Durante i predetti anni d’insegnamento (ma iniziando ricerche archivistiche e pubblicazioni già dai suoi anni universitari) è stato, non solo partecipe della vita culturale dell’angolo sud orientale della Sicilia, bensì pure presente attivamente nell’ambito politico locale. Partecipando come relatore a convegni di studio, ha fin da giovane portato contributi decisivi per la Storia dell’arte siciliana (sua è stata, ad esempio, la prima attribuzione di opere architettoniche significative a fra Alberto Maria di S. Giovanni Battista, eccellente – ma prima poco noto – progettista del secondo Settecento siciliano). Intensa la pubblicazione di studi in riviste specializzate nonché su periodici locali. Opere monografiche, più cospicue per ampiezza ed analisi di trattazione, sono: Mastri e Maestri nell’architettura iblea (1985); La chiesa di S. Giorgio di Modica (1993); Scicli, una città barocca (1997); Ibla delle meraviglie (1997). (Per un’ampia intervista al Prof. Nifosì e per una sua bibliografia [alquanto] completa, v. Archivum Historicum Mothycense, n. 9/2003, pp. 149-160). Nell’attuale elegante volume su Modica, attendendo responsabilmente pure all’opportunità di contribuire a suscitare – in primo luogo nei Cittadini di questo territorio cui prioritariamente è indirizzata l’opera – intenti severamente critici, la preoccupazione dello Studioso si volge a segnalare ciascuna fonte archivistica (fonti principali: Modica, Archivio di Stato e Archivi parrocchiali). Talvolta infatti tale consapevolezza “critica” appare non avvertita in estensori di narrazioni storico-artistiche (anche per pubblicazioni a diffusione regionale o nazionale…): non che tradizioni orali (o mere “descrizioni” di opere) vadano snobbate con saccenteria, ma permane l’esigenza di passarle al vaglio di controlli documentali nonché di lettura ed analisi del “contesto cumulativo”: di una Società in determinate epoche. Ed è sul preciso itinerario di laboriosa indagine circa le vicende costruttive (o ricostruttive) delle plurisecolari testimonianze artistiche di questo territorio sud orientale della Sicilia che si pone l’assiduo impegno di Nifosì, invitandoci alla serietà d’informazione, anzi ad “onestà intellettuale”, al di là di avventatezza di indicazioni storiche oltre che di affrettati entusiasmi. Non perciò Egli, attendendo ad imprescindibili dati archivistici, rifugge da “valutazioni” pur preferendo (anche nell’estensione di sue Note critiche di presentazione di artisti attuali…) un contenimento ponderato e schivo da enfatici “trasporti”. Si voglia ad esempio attendere (nell’opera in esame) alla presentazione di una chiesa “minore”: quella di S. Martino (pp. 238-245), ove lo Studioso, mentre illustra, con la consueta chiarezza espositiva che rifugge da ermetismi, componenti strutturali e tempi di loro realizzazione, invita di fatto anche alla “emozione estetica”: a cogliere con partecipazione il fascino degli stucchi – unificante ed “informante” l’aula con purezza e splendore – sull’onda della diffusa grazia e della “poíesis” di festoni e di “putti sognanti” presenti nella sua Scicli (e perciò forse da Lui intimamente evocati…). Occorre evidenziare anche la puntuale citazione di studi effettuati da altri Studiosi. Non è raro rilevare infatti, in alcuni “dilettanti” redattori, l’obliterazione di studi, con fatica e generoso impegno operati da Altri: ogni modesto parziale contributo, ogni passo seriamente portato avanti, va infatti correttamente richiamato e segnalato. L’umiltà del “Maestro” implica il volgersi, con nobile senso della “continuità”, ad altri Studiosi siano questi di antica data o contemporanei o anche più giovani di noi stessi (o addirittura allievi…). Certo, quanto a studi severi su “arte e architettura” a Modica, purtroppo non se ne possono citare numerosi; del resto, su questo angolo sud orientale della Sicilia solo in questi ultimi decenni si è cominciato a far luce. Come più consistenti studi del passato nel merito possiamo accennare a Mothuca illustrata di Placido Carrafa (stamp. N. Bua, Palermo, 1653; ed. critica P. Wander, Lione 1725; tradotto in italiano nel 1869), i cui pur preziosi dati esigono verifiche (comunque sempre di positiva rispondenza); all’opera di G. Di Marzo su I Gagini e la scultura in Sicilia, nei secoli XV e XVI (1880 e 1883); a Il Comune di Modica (1904), ove l’autore Paolo Revelli dedica, in quanto egregio geografo, a testimonianze artistiche solo poche pagine in cui tuttavia si coglie l’istanza a ricerche documentali; allo storico dell’arte E. Mauceri, che nel 1914 segnala ed evidenzia, nella rivista “L’Arte”, il complesso architettonico di S. Maria di Gesù (nota: la denominazione “del” Gesù è propria, non delle chiese di Francescani – qual è quella di Modica -, bensì delle chiese gesuitiche, con riferimento alla chiesa “del Gesù” di Roma; G. Aquilina, storico dell’Ordine dei Minori Osservanti); a Modica antica dell’archeologo Salvatore Minardo, che effettua pure un’ampia esposizione (1a ed. 1952; 2a ed. 1998) del patrimonio artistico modicano, con attenzione a non azzardare attribuzioni e perentorie indicazioni di date; a Pina Belluardo, che nel 1953-54 produce una tesi di laurea (guidata dal prof. Maganuco) su La chiesa madre di S. Giorgio; a Stefano Bottari, La cultura figurativa in Sicilia (1954); ai cenni, volti a confronti con l’architettura europea, di Anthony Blunt, Barocco siciliano (trad. it. 1968). Una citazione affettuosa e grata richiede Franco Libero Belgiorno, che pubblica nel 1954 (2a ed. 2007) un’ampia (pp. 218) rassegna – Modica e le sue chiese. Dalle origini del Cristianesimo ad oggi - : opera effettuata con premurosa cura, benchè la documentazione resti limitata per le date all’indicazione (non verificata ) prevalentemente di “Messe fondate” per ciascuna delle 156 chiese (o monasteri) censite.

* * * Paolo Nifosì tiene ad illustrare analiticamente due edifici (di epoche diverse) che costituiscono i “perni strutturali” della vita civica: il Castello (nei limiti in cui di esso si possono evidenziare i resti sull’alta rocca e fornire fondate indicazioni sul passato) e il Palazzo Comunale, fra i pochi riscontrabili seicenteschi palazzi comunali siciliani e della cui progettazione (1630) e successiva realizzazione l’Autore ha individuato preziosa documentazione. Pur attendendo poi anche ad altri edifici civili (specie settecenteschi), Nifosì si volge a chiese e monasteri, che caratterizzano e qualificano la stessa configurazione urbanistica della Città. Prescindendo dai luoghi cristiani di sepoltura e di culto - edificati, rupestri o semirupestri - che fin dai primi secoli dell’evangelizzazione dei popoli segnano l’agro modicano, e affidando agli archeologi tale compito, l’Autore illustra il progressivo sviluppo – in particolare dal sec. XV – di cospicue o modeste sedi edilizie conventuali e di chiese. Seguendo l’itinerario costruttivo (oltre che richiamando alla memoria alcune chiese scomparse), possiamo individuare i Nomi e la circolazione di una dinastìa di qualificate maestranze edili di Modica, Noto, Scicli, Ragusa, Siracusa, Avola, Messina, di altri Comuni vicini o distanti, e, senza far torto a nessuno, i nomi di alcuni fra i più esperti anche a guidare grandi opere con sicura idoneità progettuale e padronanza delle tecniche di costruzione, nonché quelli di argentieri, orafi, pittori, scultori, organari…, e, interagenti con questi, quelli più celebrati dei Gagini, di Laurana, Paladino, Juvarra, Fra Marcello D’Amico, L. Bernini (è documentata una sua opera già presente a Modica…), Gagliardi, Labisi, Sozzi, D’Anna, Padùla, Gianforma, Giuliano, Civiletti… Il fervore costruttivo, la responsabile avvertenza della proprietà liturgica e della qualità estetica delle opere manifestano il tenore anche culturale di Membri di insigni Confraternite, del Clero, di Maggiorenti della Città, di Mecenati informati dei movimenti culturali italiani ed europei, oltre alla decisiva presenza di dotti Religiosi nelle Istituzioni conventuali locali e nei loro ambienti anche di studio (in alcune loro biblioteche è stata registrata la conservazione di testi qualificati pure di architettura). Coesa la partecipazione della Popolazione; basti accennare alla cura costante – lungo i secoli – per l’arredo dei templi: paramenti sacri, merletti, candelabri, “giogali” vari, croci processionali, lampadari… vengono realizzati con profusione d’impegno e di ricerca qualitativa (e non dozzinale), con entusiasmo e convinzione e fierezza per le opere da realizzare e realizzate; e le corporazioni – di muratori, sarti, jurnatari, picurari… - vogliono lasciare la propria (anche munifica) firma collegiale su pannelli e su componenti decorative d’argento o in calcare. Veniamo pertanto a conoscere con dovizia di documentazione il procedere graduale (anche lungo il susseguirsi di secoli) delle minori o grandi costruzioni: un “procedere”, caratterizzato da attitudine organizzativa nei ceti dirigenti della Contea (secc. XVI-XVII-XVIII-XIX), da una ricerca costante, negli interventi delle maestranze che si avvicendano, di “coerenza” costruttiva – pur nel contributo di stili alquanto diversi secondo le epoche storiche -, dal permanere, anzi dal concrescere del “senso della Città” quale “Comitatus caput”, Capitale di una Contea “vetustate, opulentia et civium frequentia florentissima” (Emanuele Aguilera, 1740). Dall’analitica narrazione circa gli sviluppi nell’edificazione dei templi si può inoltre dedurre quanto siano stati (o siano) pregiudiziali talune interpretazioni storiografiche (oltre quelle di matrice rivoluzionaria francese e quelle ottocentesche, recenti sono quelle di marca sessantottesca del ’900…) secondo cui la costruzione di tanti edifici di culto o conventuali sarebbe stata motivata da “proiezione di potere” da parte di Potenti di turno o da (banali) manovre per “comprarsi il Paradiso”, ecc. Emerge piuttosto il proposito corale dei vari ceti sociali: tutti consideravano le chiese come “luoghi propri” (“civium elemosinis restituta”, resta inciso sul prospetto di S. Matteo a Scicli…); qui, nella discreta presenza di chiese sparse per “vanelle” o nella magnificenza dei più elevati templi, essi si nutrivano dell’appartenenza al quartiere e alla Città, e, nella celebrazione di solenni riti secondo una visione altissima di Dio e della Chiesa, si introducevano quasi in un anticipo della liturgia celeste; né vanno omesse emergenti necessità pratiche (talvolta anche civiche) per il raduno delle larghe ekklesíe. A tutto ciò aggiungasi che, non esistendo a quel tempo cimiteri fuori porta, i più abbienti solevano costruire, in onore di qualche Santo, cappelle funerarie di famiglia: queste, predisposte in serie e secondo progettualità rigorosamente coordinata, davano luogo progressivamente ai più grandi templi (quello di S. Maria di Betlem ne è un esempio eclatante); chiese minori assolvevano al medesimo compito laddove venivano edificate in periferia anche allo scopo di ospitare i resti mortali in cripte comuni o in attigui campi dei Morti (vedasi, ad esempio, la chiesetta di S. Andrea Ap. o quella di S. Francesco di Paola, in periferie modicane). Il rapporto fede/cultura, poi, conferiva espressione e volto agli edifici secondo istanze socioculturali e modalità stilistiche coerenti con il “sentire” delle varie epoche storiche. Alcuni edifici conventuali erano peraltro anche sede di antiche e qualificate Istituzioni scolastiche o luoghi di accoglienza per indigenti secondo molteplici finalità benefiche: a Modica, a metà Ottocento vengono censite ben 62 Opere istituzionalizzate di assistenza e beneficenza, alcune operanti da secoli (cfr. G. Poidomani, Le opere pie in Sicilia, ed. Bonanno, Acireale-Roma 2005, p. 105).

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Mentre cogliamo preziose convergenze fra i contributi recenti del Prof. Nifosì e quelli del Prof. Marco Rosario Nobile, altro ch.mo storico dell’arte anche di questo territorio, circa le (non sempre note) espressioni del peculiare Rinascimento siciliano (secc XV-XVI; cfr. M. R. Nobile, Un altro Rinascimento, 2002, ed altri suoi studi monografici o su riviste specializzate), Nifosì conferisce decisivo impulso per la riscoperta di opere sviluppatesi a Modica nel Seicento. Grande secolo, infatti, il Seicento anche a Modica, ma non sufficientemente indagato dagli Storici dell’arte locale preferendo conferire risalto prevalentemente alla ricostruzione settecentesca seguita al sisma del 1693. E’ negli anni 1642-1674 che fra Marcello d’Amico progetta e ristruttura a Modica l’interno di S. Giorgio, con le sue sicure ed elegantemente rastremate colonne a vista ed il suo arioso intercolumnio ( ...sono gli anni in cui Lorenzo Bernini progetta e realizza[1656-1673] il colonnato romano di S. Pietro); e Nifosì segnala pure la progettazione (1666) di una monumentale fontana e alcune grandi tele con raffigurazione di edifici dai volumi architettonici equilibrati e classicheggianti (che fanno da monumentale scenografia a martirî di Santi), già esposte presumibilmente nel Castello o nel seicentesco Palazzo comunale: opere pubbliche, dipinti con riferimenti a contesti urbanistici ricchi e colti, che lo Studioso ha opportunamente non obliterato a testimonianza delle dotte coordinate culturali del tempo, puntualmente avvertite nella Capitale della Contea. A futuri studi (suoi o di altri…) l’A. affida poi l’Ottocento. Questo secolo, mentre con passo costante ed invitto porta a conclusione i prospetti di alcuni grandi edifici ecclesiastici cinque/sei/settecenteschi, vede (oltre al diffondersi di decine di ville sull’altopiano) lo snodarsi di neoclassici palazzetti borghesi sia nella parte alta che in quella bassa di Modica, disposti secondo l’intento – che caratterizza assetti urbanistici europei dell’epoca – di conferire continuità lineare ai margini delle principali arterie stradali. Si darà pure vita nel primo ’800 ad un elegante Teatro comunale (alla cui illustrazione Paolo Nifosì non si è voluto fin d’ora sottrarre…). In un presepe (datato 1882), infine, sviluppato con rara ampiezza scenografica ed alta perizia nella realizzazione delle statue in terracotta, si colgono le istanze di recupero etnografico a testimonianza delle atmosfere “veriste” dell’epoca. Individuati pertanto documentalmente i graduali momenti di realizzazione delle opere - architettoniche civili ed ecclesiastiche, scultoree, pittoriche, di argenteria… -, messi in luce Nomi noti o meno noti di Committenti di rango o umili e di artisti/artigiani, e nell’apertura a sempre ulteriori ricerche, Nifosì ha posto precise premesse per evidenziare ulteriormente, con futuri studi, raccordi e confronti sia fra opere, committenti e maestranze operanti nell’area sud orientale della Sicilia sia loro rapporti anche di respiro europeo. In realtà verifichiamo che alcuni studi in tale direzione da qualche decennio vanno emergendo da parte di Studiosi siciliani; quanto a Nifosì, Egli si è già mosso in tale direzione in varie occasioni, ma possiamo attestare come più ampiamente l’abbia comunicato – sia pure surrettiziamente e oralmente – nelle sue lezioni come docente del corso pluriennale di Storia dell’arte della Sicilia sud orientale, promosso per la prima volta negli anni ’90 del Novecento e nel primo decennio dell’attuale secolo dalla Fondazione Culturale “Liceo Convitto” di Modica (le “dispense” di tali lezioni, con relative “Introduzioni” ai vari periodi storici, sono state pubblicate in tre volumi di complessive circa 900 pagine, e sono reperibili presso il Palazzo S. Anna, sede del Predetto Ente). Né va omesso l’implicito invito agli storici ad ulteriormente indagare, anche in virtù dei dati comunicati con l’attuale studio, sulla vita di una Società nei vari ambiti della vita civica e perciò tesa non soltanto a “costruire”, e ad un affascinante espandersi urbanistico all’infinito (P. Revelli, 1904), ma a “produrre cultura” tout-court. * * *

L’opera su Modica trova “monumentale” vigore - documentale e di realizzazione tipografica - anche in virtù della dotazione di un prestigioso apparato illustrativo del maestro della fotografia Luigi Nifosì, collaudato autore di qualificati servizi anche per rassegne e volumi d’arte. Le riproposizioni fotografiche interpretano i testi mediante, non solo l’oculata segnalazione delle opere, bensì pure le scelte di angolazione di ripresa e l’illuminazione delle medesime nonché l’uso di obiettivi idonei ad evidenziare ambienti anche notevolmente ampi o articolati perché talora indicazione della compresenza, nel medesimo sito, di espressioni stilistiche diacroniche dialetticamente compaginate.

Alla Dott.ssa Marilena Agosta Poidomani, amministratrice delegata della D.M. Barone S.p.A. di Modica, la gratitudine per l’opera di nobile mecenatismo che ha reso possibile la pubblicazione di tale cospicuo volume (stampato da Priulla srl di Palermo), che onora il mondo culturale siciliano e arricchisce a pieno titolo la conoscenza del patrimonio artistico italiano.

Giorgio Colombo
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