Cultura Scicli 20/03/2016 20:06 Notizia letta: 4403 volte

I bambinelli dell'Addolorata

La grazia
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Scicli - La prima volta che scoprii a che cosa servivano tutti i bambinelli e le diverse forme anatomiche di cera, corredo processionale indispensabile del fercolo dell’Addolorata di Santa Maria la Nova, ero davvero piccolino.
Mia madre mi vestì a festa e mi affidò alla mano di sua sorella.
Mia zia aveva espressamente chiesto la mia compagnia per sciogliere un voto e impetrare un aiuto.
Mi prese la mano, chiusa come ancora usava a quel tempo in uno scialle nero di seta.
Una domenica delle Palme un po’ grigia. Risalimmo in silenzio il Corso San Michele.
Nell’ultramarino dei Ragusani comprammo una grossa “intorcia” di sego con un bel fiocco rosso, continuammo la strada fino alla Consolazione.
Nel piazzale molti venditori di palma intrecciata, di ramoscelli di ulivo.
Costeggiammo il torrente scoperto di Santa Maria La Nova, dopo aver superato la strettoia prodotta dal parapetto dell’argine proprio quasi all’altezza della porta laterale della Consolazione.
I nostri passi erano incerti su un acciottolato già lucido.
Tra mezzanotte e l’alba molta gente, infatti, aveva sciolto il suo voto trascinando a piedi nudi ceri accesi per poi entrare ginocchioni nel tempio fino a toccare con un gesto liberatorio la vara.
Erano grazie importanti che si chiedevano o che già erano state ottenute.
Un vero popolo saliva al santuario di Santa Maria La Nova e noi con esso.
Entrammo in chiesa.
Subito a destra, nel vestibolo, un capannello di gente attirò la mia attenzione.
Mia zia mi disse che dovevamo aspettare il nostro turno.
Vedevo persone che compravano, come in una macelleria speciale, oggetti di cera: gambe, braccia, pance, teste, bambinelli.
Quando arrivò il nostro turno mia zia comprò una testa di cera, una testa grandezza naturale.
Lasciammo il vestibolo ed entrammo nel tempio vero e proprio. Con un po’ d’acqua benedetta mi segnò la fronte.
Una nuvola di fumo e un odore sgradevole di sego m’investirono.
La chiesa mi apparve enorme, gremita di gente.
A fatica ci spingemmo verso il fercolo, dove a stento il volto della Vergine Addolorata era visibile, sommerso com’era dai fiori e dalla cera.
E subito capii dove andavano a finire i bambinelli e le forme strane.
A una persona incaricata mia zia consegnò la “intorcia” e la testa che aveva comprato. Mi trovò un angolo dove poter sostare.
La messa era quasi alla fine.
Guardavo con un senso di sacro timore i bambinelli sospesi come angeli prigionieri ai quattro lati del fercolo e lungo le aste laterali del baldacchino.
Senza sapermi spiegare il motivo di quella strana rappresentazione. O di quell’immeritato castigo.
Da grande molte cose mi furono chiare.
Dopo un po’ mia zia mi prese per mano, mi disse di segnarmi col segno della croce perché era tempo di tornare.
Fuori dal tempio scendemmo per una scorciatoia che ci portò alla cavuzza.
-Andiamo a far visita a Zia Concetta. – Mi disse.
Zia Concetta era cognata della nonna, una donna dall’età venerabile ma ancora perfettamente lucida.
Era tra le più attive consorelle dell’Addolorata.
La visita era d’obbligo.
Ebbe per noi tante attenzioni. Mi regalò una formina di cotognata raffigurante l’agnello pasquale.
Con lei recitammo tre volte il “credo” dell’Addolorata. Un’orazione antichissima che la mamma mi aveva quasi costretto a mandare a memoria.
Mia zia non guarì del suo male alla testa.
In momenti di profondo sconforto rimproverava alla Vergine Addolorata quella grazia negata ma volle comunque essere rivestita del suo ’”abitino” nel letto di morte.
Quando vedo sfilare per le vie di Scicli il fercolo dell’Addolorata carico di cera penso sempre a lei, al suo ingenuo patto col divino e all’inevitabile giro di soldi che lo alimenta. E non posso fare altro che sorridere di quella religiosità popolare che ha saputo coniugare nel tempo fede e attese.

Foto di Alessia Scarso 

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Un Uomo Libero.