Cultura 38 anni fa 20/03/2016 20:25 Notizia letta: 3397 volte

Quel fagotto è Aldo Moro

Un articolo de La Repubblica del 9 maggio 1978
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Roma - Questo fagotto gettato dietro il sedile posteriore della Renault color amaranto parcheggiata in via Caetani è il corpo di Aldo Moro.
È un fagotto informe, avvolto in una coperta di lana color cammello, con un bordo di raso, una coperta come ce ne sono in tutte le nostre case.
Il sedile è leggermente inclinato verso l'avanti. La macchina ha gli sportelli aperti.
A pochi metri ci sono il ministro Cossiga, i sottosegretari Darida e Lettieri, il procuratore capo Giovanni De Matteo, il capo della Polizia, Parlato, il generale Corsìni comandante dei carabinieri.
Sono le 14,15.
Giancarlo Pajetta passa attraverso il cordone di carabinieri, rivolge uno sguardo interrogativo a Cossiga: «Sì, è Moro» - risponde il ministro degli Interni a voce bassissima. La Renault è parcheggiata contromano, il muso rivolto verso via dei Funari, sotto una impalcatura metallica che protegge i lavori di restauro della Chiesa di S. Caterina. È una vecchia macchina, impolverata, maltenuta, la vernice della carrozzeria in qualche punto è scrostata. Contro le transenne controllate dalla polizia, che isolano via Caetani dalla parte di via dei Funari e dalla parte delle Botteghe Oscure preme, silenziosa e cupa, la folla di abitanti del quartiere, giovani soprattutto.
Alcune donne si allontanano, correndo. Una, prendendo in collo un bambino, grida: «C'è una bomba, c'è una bomba!». Non è vero. Ma attorno alla macchina abbandonata c'è il vuoto.
«È meglio non avvicinarsi» avverte Cossiga, «aspettiamo gli artificieri. Ci sono molti bossoli».
C'è qualche istante d'irreale silenzio attorno a quella bara di metallo dentro la quale è rinchiuso Moro. Poi qualcuno si avvicina alla porta posteriore della macchina. Oltre a Cossiga, ci sono Bonifacio, Pecchioli. Un ufficiale di polizia alza un lembo della coperta di lana giallino: s'intravede la faccia di Moro, gli occhi semi-chiusi, la barba lunga, bianchissimo il collo della camicia.

Da via delle Botteghe Oscure, chiusa al traffico, giunge un rumore di grida e imprecazioni.

C'é gente arrampicata sulle macchine in sosta, abbarbicata alle inferriate dell'Istituto Pontificio Santa Lucia. C'è gente che arriva correndo, chiedendo notizie, premendo contro i cordoni dei reparti della Guardia di Finanza, della polizia e dei carabinieri.

Arriva Gonella, e sembra piccolissimo, le labbra tremanti. Arriva un vecchio sacerdote, la stola violetta gettata di traverso su una tonaca consunta, l'ampolla dell'olio santo tra le mani.

Si chiama padre Damiani, è stato avvertito da due agenti di Polizia, pochi minuti fa arrivati a prelevarlo nella sua chiesa di Piazza del Gesù.

Sono le 14,45, padre Damiani traccia un segno di croce sulla fronte ghiaccia di Moro e gli impartisce l'assoluzione.

Alle 15, a sirene spiegate arriva un ambulanza dei Vigili del Fuoco mentre la folla ondeggia, preme pericolosamente e scoppia qualche piccolo incidente. Bastano pochi minuti, poi l'ambulanza scortata dal mezzi della polizia, parte in direzione dell'Istituto di medicina legale dove avrà luogo l'autopsia. La folla adesso rompe i cordoni: sotto la palizzata dove era parcheggiata la Renault color amaranto, trasportata in Questura, viene posata una bandiera bianca della Dc, tre rose, e alcuni cartelli scritti a mano: «Moro siamo tutti con te». Una telefonata anonima pervenuta poco dopo le 13,30 al centralino della Questura aveva avvertito «In Via Caetani c'è un'auto rossa con il corpo di Moro». Immediatamente scattava l'allarme, mentre nella zona, invasa da poliziotti e carabinieri, si diffondeva la voce che una bomba stesse per scoppiare.

Il ritrovamento del cadavere è avvenuto poco dopo. Qualche minuto prima delle due, i segretari di tutti i partiti politici sapevano che il cadavere gettato nel porta-bagagli della Renault targata Roma N56786 (una vecchia targa che era appartenuta a un'Alfetta dell'Ati e che era stata restituita un anno fa all'Ufficio della Motorizzazione di Napoli) era quello di Aldo Moro.

Via Michelangelo Gaetani è una strada molto frequentata, in cui è estremamente difficile trovare posto per parcheggiare: è possibile quindi - e lo confermano alcune testimonianze- che la macchina sia stata portata sul posto nelle prime ore del mattino, tra le 7 e le 8. E lì sia stata lasciata, con il suo tragico carico, fino a quando gli assassini hanno ritenuto opportuno avvertire.

In un angolo del bagagliaio, dalla parte dove è sistemata la ruota di scorta, sulla quale poggiava testa di Moro, c'erano anche le catene da neve, e qualche ciuffo di capelli grigi. Questo particolare può far pensare che la macchina con il cadavere abbia percorso un tragitto accidentato, durante il quale il corpo avrebbe subito dei sobbalzi. Ai piedi del cadavere c'era una busta di plastica contenente un bracciale e l'orologio. Il corpo di Moro, quando è stato estratto dagli artificieri, era ripiegato e irrigidito. Indossava lo stesso abito scuro che aveva il giorno del rapimento, un abito blu, con la camicia bianca a righine, e la cravatta ben annodata. L'abito era macchiato di sangue; sul petto di Moro erano stati premuti alcuni fazzoletti per impedire che il sangue sgorgasse dalle ferite. Nei risvolti dei pantaloni è stata trovata una notevole quantità di sabbia o terriccio. La morte risaliva certamente a molte ore prima, forse all'alba di ieri, martedì, forse addirittura al pomeriggio del giorno precedente. Sotto il corpo e sul tappeto della Renault c'erano alcuni bossoli dì proiettile 7,65 o 9 corto. La presenza dei bossoli faceva pensare, in un primo momento, che l'esecuzione fosse avvenuta all'interno stesso della macchina, ma i primi rilievi, effettuati in serata all'istituto di medicina legale, sembrano suggerire una sequenza se possibile ancora più spietata e agghiacciante. Moro sarebbe stato ucciso con una raffica di pistola mitragliatrice, calibro 7,65 o 9 corto dotata di silenziatore. (Potrebbe trattarsi di una CZ modello 61, più nota come Scorpion, arma di fabbricazione cecoslovacca con cui è già stato ucciso nel giugno del 1976, a Genova, il giudice Coco). Almeno undici i fori che hanno squarciato il petto del prigioniero inerme. Moro è stato ucciso in piedi, la faccia rivolta agli assassini; d'istinto ha portato al cuore la mano sinistra, un dito era lacerato da un proiettile. Indossava la canottiera e la camicia, non aveva le scarpe. Tracce di sabbia sono state trovate infatti non soltanto nel risvolto dei pantaloni ma anche sui calzini, mentre le scarpe appaiono pulite. Il cadavere presenta un'altra ferita, su una coscia, una piaga purulenta mal curata. E' possibile che si tratti dì una lesione dovuta a un colpo che ha raggiunto di striscio Moro la mattina del 16 marzo, nell'agguato di Via Fani. I killers hanno poi trascinato il cadavere su un terreno sabbioso e con qualche ciuffo di vegetazione: piccole spighe d'erba di campo — i cosiddetti forasacchi — sono rimasti infatti impigliati nei calzini. Poi, gli assassini lo hanno rivestito, con il gilet, la cravatta, la giacca; gli hanno infilato le scarpe. Hanno recuperato i bossoli gettandoli all'interno della vettura, e dal luogo della feroce esecuzione si sono avviati fino al centro di Roma, fino alla strada — non certo scelta a caso — a poche decine di metri dalla direzione comunista e da quella democristiana, quasi un macabro avvertimento e un'ultima sfida alle forze di polizia che controllano giorno e notte la zona.
 

Miriam Mafai