Cultura Scicli 22/03/2016 22:49 Notizia letta: 3 volte

La Pasqua secondo Polizzi

Un'iconografia inedita
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Scicli - Emerge drammatico dal nero il Cristo di Franco Polizzi. Rapidissimi tocchi delineano in estrema sintesi il corpo Crocifisso, ingoiato quasi dai toni bui del fondo e definito in una potente allusività rispetto alla iconografia consegnata dalla tradizione. Polizzi la rivisita, riedita il tema sacro, convocando il cuore scuro dell’immaginario che popola la personale anima.
In questo volto reclinato definitivo c’è la memoria di Che Guevara, del suo viso di morto ammazzato e deposto sopra il sudario della storia. C’è un dramma vero, nel ganglio centrale del volto del Cristo polizziano, nervoso di ogni tragedia che corre la contemporaneità, chiusa a ogni apertura felice.
Si concentra sul particolare del volto di Cristo, risolto in un nucleo quasi informale, la carica espressiva massima dell’olio di Franco Polizzi. L’artista visita questo simbolo quale medium conciso, significativo e moderno, per rendere le complessità e le profondità dell’uomo, per tradurne e comunicarne i valori durevoli, per esorcizzare, in un archetipo universalmente valevole, il senso del precario, del dramma, lo stato di crisi.
È un quadro atipico per il pittore, che impianta la sezione più consistente del suo corpus sulla pittura di paesaggio, sulla interpretazione delle immagini di natura, alle quali si accosta con un’adesione ai sentimenti primi dell’esistenza, il vitalismo, la bellezza, il dramma. Condotta nel solco della tradizione paesaggistica, l’arte polizziana ha trovato nella poesia della natura siciliana, nella luce deflagrata nei gialli delle distese infinite di grano, nella tavolozza cromatica isolana, nel luminoso lirismo, un dizionario ampio per esprimere la panica partecipazione a cicli e stagioni e umori della campagna, e pure la spiritualità del mondo. Spazi pregni d’una luce che diparte dall’intimità del quadro, forti di un cromatismo espressivo, che respirano una sensualità cifrata, che imbeve cieli, mari, nuvole, facendoli essere cieli e mari e nuvole, scenari suggestivi del tramonto che irradia il terrazzo a San Marco, la bouganvillea appena rifiorita, la fragranza della primavera nei suoi verdi, nel suo fiore, i vapori della terra e dell’estate che esala bruciante splendore, ma anche esaltazione piena dei valori pittorici.
Ma oggi implode l’urlo, nel Cristo di Polizzi. È agghiacciante la pittura silente di questo personaggio che, al di là della narrazione specifica, imputabile a un dato credo, è paradigma di dolore, è emblema bruciante di sacrificio. È, paradossalmente, verifica esistenziale, simbolo sovrastorico della sofferenza e della salvezza.
Polizzi tratta il tema su una duplicità di livelli, quello concettuale e quello sensoriale, ovvero quello del soggetto nella figura e quello della materia. Nessuno svolgimento narrante, in questo Cristo, che ha perso anche la necessità del racconto della croce, smaterializzata e rifusa nel corpo denso della materia. Eppure sa compendiare gli affanni e le fragilità, questo Cristo senza racconto, sa denunciare con forza inedita lo scandalo del martirio dell’innocente.
Stilisticamente, l’opera è perfettamente coerente allo specifico dell’artista. Le meditazioni formali di Polizzi lo hanno condotto a tracciare una propria identità nitida e riconoscibile, in risposta a un’esigenza esistenziale e a un’urgenza estetica, e ciò scavando nel profondo della propria ispirazione, in una concezione della pittura quale gestualità di pennellata, quale colore, quale fisicità di rapporti tra occhio e mano e griglia strutturale del telaio e della tela, ovvero campo fisico e pittorico del quadro. L’opera polizziana ha trovato identità propria altresì all’interno della cultura figurativa europea e americana, mettendo a nudo, degli artisti che hanno innamorato il pittore all’arte, gli elementi confacenti al proprio temperamento lirico e appassionato, al sapore memoriale, al senso del tempo come durata e come istante, alla volontà di celebrare la bellezza in un racconto che si fa e si appanna, fino a disfarsi nelle campiture larghe in cui l’artista spinge la figurazione fino alle porte dell’astrazione. La costruzione spaziale squisitamente pittorica di Diebenkorn, la forza piena di Corot, la sua plasticità e la sua pennellata innovativa, lo sfondo voluttuoso, parcellizzato di Bonnard, il lusso di Matisse, ma anche la terribilità di Grünewald, immaginiamo, sedimentata nell’energia e nel gemito di questo Cristo: sono non circoscrivibili i precipitati della grande tradizione, che confluiscono nell’opera di Polizzi, che può guardare all’arte come chiave d’accesso a tematiche cardinali quali la luce, l’impaginazione, la riflessione critica sul proprio lavoro. «Nella mia vita ho avuto molte fascinazioni per i maestri della tradizione – spiega l’artista –. Limitandomi solo a cinque pittori, indicherei Velasquez, in quanto incarnazione della pittura; Corot, per la sostanziale innovazione di molti suoi paesaggi, antecedenti le rivoluzioni impressioniste; Matisse, quale punto di apertura verso il contemporaneo; Hopper, per i suoi silenzi, per i suoi tagli, per la malinconia della sua luce americana; Diebenkorn, per come conduce la pittura; Guccione, artista a me vicino, perché la sua reinvenzione del paesaggio ci ha aperto gli occhi».
In realtà la Pasqua è visitata da Polizzi con un Crocifisso che non si lascia circoscrivere, un dipinto intimo, esitato da una guerra all’ultimo sangue con la pittura. E se, concordando con Jean Cocteau, riteniamo che i più grandi pericoli che corra l’arte siano legati al culto dell’immediatezza, allo schiacciamento sul presente, questo Cristo atemporale con cui Polizzi ha azzerato la storia, ci porta per mano sulla soglia dell’infinito.
Nella perfetta fusione di colore e materia e luce, Polizzi lascia indovinare, sotto il nero del suo Cristo, uno scintillio sommesso di bagliori che trapunta la pelle opaca dell’olio, che conosce l’ictus del grumo e la rabbia del graffio. Dal colore sensitivo, steso compatto in velature corpose, mentre la croce disfatta può diventare un abbraccio d’amore al mondo, all’uomo, un barlume cromatico è la gloria dentro la vergogna, nella caduta è il trionfo.

Fotocolor di Gianni Mania

Da La Sicilia

Elisa Mandarà