Cultura Libri 04/04/2016 11:36 Notizia letta: 1454 volte

Pitrè, un pozzo di saperi

300 fiabe popolari siciliane illustrate
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“Il pozzo delle meraviglie”: è questo il nome di un progetto iniziato nel 2013 dall’editore Donzelli e che ha visto la luce in occasione del centenario della morte del grande medico e folklorista Giuseppe Pitrè. Per la prima volta, le 300 fiabe in dialetto siciliano ottocentesco sono state tradotte in italiano e corredate da tavole grafiche. 4 volumi  di fiabe, novelle e racconti popolari con testo siciliano a fronte: l’opera è introdotta dal massimo studioso internazionale della fiaba, Jack Zipes,  illustrata dall’argentino Fabian Negrin e tradotta da Bianca Lazzaro. 2875 pagine in tutto. Un vero e proprio restyling della fiaba popolare che così diventa quasi un graphic novel. Se non fosse stato per Italo Calvino, forse di Pitrè  ci si sarebbe completamente dimenticati. Eppure Giuseppe Pitrè è stato il più grande raccoglitore di fiabe popolari d’Italia: sono oltre 300, infatti, i “cunti” raccolti dal medico e folklorista palermitano, vissuto tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900. Andava in giro con un calesse ammaccato e raccoglieva le storie e le fiabe raccontate da quella classe popolare che, secondo lui, deteneva la “verità”: sono storie di regine e re, di fate, di draghi, di diavoli e maghi. Sono le storie di Giufà e di Cola Pesce. Sono storie di travestimenti e fughe e di basilico, ricotta, zafferano e giardini segreti. E’ la raccolta di fiabe popolari più estesa d’Italia. Peccato che è quasi sconosciuta, visto che è stata scritta in dialetto siciliano ottocentesco. Se è particolarmente difficile leggere quest’opera  per un siciliano, è praticamente impossibile per tutto il resto d’Italia. 

A Pitrè si sono ispirati autori come Vitaliano Brancati e Giovanni Verga: lo scrittore verista, infatti, aveva grandissima ammirazione per Pitrè, così come suggerisce nella prefazione ai Malavoglia. Di lui, ammirava soprattutto il fatto di aver saputo tratteggiare a “tinte schiette”, la società popolare-contadina. Per Pitrè, infatti, il dialetto siciliano è la memoria collettiva ed è nelle parlate popolari che risiede la “verità”. A Verga, il merito di aver saputo sublimare il “cunto” siciliano nei romanzi, a Pitrè, la felice intuizione di aver raccolto in un’opera senza tempo le tradizioni popolari.

Irene Savasta
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