Cultura Silvana Grasso racconta 06/04/2016 19:35 Notizia letta: 101 volte

Mimmo Lucano, il sindaco di Riace, tra i 50 leader del mondo

Un articolo apparso su La Sicilia
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«Mimmo». A Riace, il suo paese, Domenico Lucano è solo Mimmo per tutti, calabresi, senegalesi, curdi, afghani, senza distinzione d’origine né di lingua. Tutti lo chiamano Mimmo, il calabrese sindaco di Riace, un paesello, il cui nome si legava solo a una fortunata scoperta d’archeologia marina, degli anni’70, fino a quando questo suo testardo figlio di Calabria non ne ha fatto un simbolo mondiale d’«accoglienza».
Accoglienza sana, incontaminata, immune da quei pachidermici centri, che legittimano la «disintegrazione» sociale, psicologica e umana di chi, per onda di mare, arriva vivo, con la disperazione negli occhi, la ferita del ricordo sulla carne, e la fiaccola della speranza nel cuore.
Mimmo ”scrive” da sé il suo ra conto di vita, magnifico, suggestivo, tornando in patria, dopo anni di “emigrazione” al Nord, con la vampariglia mai spenta nell’anima del suo mare, gravido d’arte e mito. Tornando in patria da Torino contro ogni buonsenso, apostata dichiarato rispetto alla logica del quieto e sicuro vivere altrove.
Sperimentando, come cavia su se stesso, l’«accoglienza», Mimmo si è accolto da immigrato di “lusso”, arrivato in autostrada o in aereo, rispetto a immigrati, sbarcati tra onde assassine o materne, a seconda della stagione e della tyche.
Il sindaco Mimmo è, oggi, tra gli uomini più potenti al mondo, secondo la rivista americana “Fortune”, in compagnia di Papa Francesco, Angela Merkel, Bono degli U2, Tim Cook, ad di Apple.
Non sapevamo quasi nulla di questo impavido Ulisse dei nostri giorni che, espatriato per ragioni di necessità e di lavoro, non hai mai messo altrove quelle radici che erano là, in Calabria, ad aspettarlo, là nella sua Riace-Itaca, fedeli come il fedele cane d’Ulisse, Argo, che per vent’anni aspettò il suo padrone amato.
Il paese Riace sarebbe scomparso, straziato da una politica straziante che ostracizza e deporta chi nasce al Sud. I suoi nativi sarebbero partiti col trolley mentre i loro padri erano andati via con la valigia di cartone o vil pelle, pur sempre via. Via da un cielo materno, conosciuto e amato, via da uccelli amici che nidificano nel sorbo dell’orto, via da stelle ammiccanti e ballerine, via da una parentela di sangue e di sensi. Sensi primordiali, mitologici, liane del cuore mai recise.
Mimmo ha accolto lo «straniero», ruttato dal Mare, col buonsenso d’un padre di famiglia. Tutti devono lavorare, nessuno deve oziare al benedetto sole di Calabria, progettando delitti. Solo agli ulivi è permesso oziare.
In virtù di questo principio elementare, tramandato nei secoli da padre in figlio, mestieri, destinati allo sradicamento e al naufragio della memoria, sono passati da mani bianche a mani nere, che li hanno nutriti come una madre amorevolmente nutre un figlio neonato.
Così, semplicemente così, chi arrivava a Riace, scampato al mare, ha imparato a vivere da calabrese tra calabresi, disseppellendo manufatture, reziose e avite, di ceramica tessitura panetteria, e tanto altro. Così, semplicemente così, chi arrivava a Riace, stremato ma risparmiato da Nettuno, ha vissuto in una casa sua, ha mangiato in un piatto suo, ha dormito in un letto suo, non in un mucchio, come altrove, ai limiti della ferinità.
Mimmo, da studente, ci credeva in mondo migliore, ma solo da sognare, non sperava certo di poterlo progettare il suo mondo migliore, e proprio assieme a chi non ce l’aveva nella sua patria un mondo migliore, a chi non aveva nemmeno un mondo decente.
Per questa ”integrazione” vera seria umana, Mimmo non ha frequentato stage seminari workshop, luoghi oziosi, in cui si chiacchiera tra un pranzo e una cena luculliani, a spesa dell’ente pubblico di turno, con dopocena turistici in piazzetta, tutto spesato.
Da “emigrato” li aveva sperimentati, Mimmo, gli ingredienti giusti, infallibili per l’integrazione, Condivisione, Collaborazione, Comunione, Comunicazione, parole che nascono da una magnifica preposizione latina «Cum» cioè insieme, con, e «Cum» fa fratellanza. Non ha fallito Mimmo e, senza spocchia d’inglesismi, col suo nativo vigoroso dialetto calabrese, con la sua faccia paterna e affidabile, ha semplicemente operato, come una persona seria e lavoratrice, abituata a un’economia familiare, sudata e sana, che si intende far prosperare, e c’è riuscito in pieno.
Sarebbe piaciuto Mimmo Lucano a un altro grande figlio di Calabria, Corrado Alvaro (1895/1956), che, con la
ua potente scrittura, seppe dare al Sud una sferzata di rinnovamento e denuncia civile. Antonello Argirò (Gente in Aspromonte) si fa brigante come atto estremo di ribellione, l’unica possibile, alle condizioni di miseria e sfruttamento in cui da sempre vive. La prepotenza, la sopraffazione lo fanno brigante da buon ragazzo che era, educato a princìpi sani in una famiglia sana, da un padre onesto e lavoratore, percosso umiliato licenziato da un padrone disumano, quando gli annuncia la morte dei buoi.
E’ un bravissimo bambino Antonello «stava a guardare in piedi accanto a suo padre, appoggiato alla porta. La ragazza che tostava il caffè lo guardava di sotto in su per poi abbassare repentinamente gli occhi sui suoi piedi nudi». Suo padre gli è padre
e mentore. Suo padre gli insegna come diventare un uomo, senza che sia mai stato veramente bambino. E’ una vita di stenti, la loro, ma non gli manca il calore della famiglia, il calore della stalla, dei vitellini che aiuta a nascere nati, e poi sta anche per nascere il suo fratellino.
Antonello non è mai stato nella casa dei padroni che odora di cibo, di salumi, di pane fresco «l’odore del pane era tenero come quello del latte, cominciò a diffondersi mentre la pala infornava, e i pani stavano in quella profondità come creature vive, o come semi nell’urna d’un fiore», di ricchezza. Se avesse letto anche solo una favola, Antonello avrebbe pensato d’essere giunto alla reggia del re, invece quella è la casa del padrone e ne fa suo ogni odore, ogni arredo, ogni dettaglio per poterne poi raccontare, rievocare, una volta tornati a casa.
«E’ pane bianco, gli disse il padre tentando di sorridere», quando una delle serve dà al bambino Antonello una ciambella, sconosciuto oggetto, di cui sente «il calore forargli i panni, il calore sullo stinco con un senso piacevole e nuovo». Non ha mai visto una ciambella, ed è il padre a svelargliene il mistero. Sempre e solo il padre, perno della sua vita, gli insegna quello di cui ha bisogno, il resto non serve per vivere da cristiani onesti.
Antonello «che seguiva il padre come un’ombra» assiste alla vestizione del grasso e alto padrone Filippo Mezzatesta. Ci vogliono due serve per vestirlo «alto, grosso, enorme, si puntellava con la mano alla testa di una delle due donne come su un bastone, mentre l’altra lo abbottonava».
Per la prima volta Antonello sente chiamare suo padre «Zuccone» dal padrone, mentre lo «vede avanzare a capo chino, ripiegare la beretta nera e mettersela in tasca», un attimo prima d’ annunciare al padrone la morte dei buoi, un attimo prima di vederlo cadere a terra «colpito in pieno petto da una scarpa chiodata, gialla, enorme» da quel «padrone di mezzo paese», per cui è ininfluente la perdita, mentre gravissima fatale è per suo padre «io facevo affidamento sulla vendita della fiera per avere la mia parte, per me è un disastro, io sono rovinato non voi. Che interesse avevo a rovinarmi con le mie mani? ».
Non sente ragione l’ottuso Mezzatesta, lo caccia «Va’ via, e non mi comparire più davanti». A nulla vale la sua fedeltà al padrone, a cui le bestie stanno più a cuore che i cristiani «Signore mio, io faccio il pastore della vostra casa fin dalla nascita, sono come questo ragazzo che vedete, anche lui creatura innocente, pastorello vostro.... non potreste darmi da custodire i maiali o le pecore? La sfortuna non si ostinerà per sempre contro di me... così mi rovinate...».
E di fronte al potente crudele Mezzatesta, che lo rovina e gli nega il danaro dovuto «non ti do un soldo», non resta al pastore Argirò che appellarsi alla giustizia divina, non resta che il Signore, cui nulla sfugge «Se non la darete a me la mia parte, la darete a Dio, ecco al Signore Iddio che vede questa ingiustizia».
Questa ingiustizia vede anche un figlioletto che adora suo padre. Questa ingiustizia farà di lui un brigante.

Silvana Grasso
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