Cultura Silvana Grasso su La Sicilia 13/04/2016 12:53 Notizia letta: 2511 volte

La Ministra, il quasi marito e i Tag dell'amore

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«Gianluca Gemelli è solo il padre di mio figlio».
Questa lapidaria dichiarazione di Federica Guidi, ex ministra dello Sviluppo economico, è quantomeno inquietante sotto il profilo psicologico e, forse, in modo subliminale, sottace un certo compiaciuto matriarcato.
Purtroppo, in questo caso specifico, la nostra ipotesi soccombe alla realtà dei fatti. Realtà molto misera e miserabile. Solo un altro, l’ennesimo, capitolo di quell’enciclopedia della corruzione, i cui tomi non si contano più.
Una dichiarazione, dunque, priva di sottintesi, di retroguardie psicologiche, di larve psicoanalitiche, che avrebbero potuto, in qualche modo, riscattarne la crudezza e, a un tempo, l’insipienza del dettato.
Insomma questa frase è “solo” l’ingenua rude apologia di sé, messa in atto da una donna che, da quello scranno, ha perso prospettiva, tridimensionalità e, d’un ipotetico bel “dipinto”, ha fatto un imperdonabile scarabocchio, imbrattando la sacra tela dello Stato.
Il rigagnolo lucano “olii dell’Eni” è diventato flumen, e “solo” in pochissimi giorni; ormai le sue acque, limacciose, appestanti, ammorbanti, sono espatriate in Sicilia, terra di quel Gemelli che la ministra, fino a qualche giorno fa, considerava «a tutti gli effetti marito», mentre ora “solo” serbatoio riproduttivo, oasi genetica.
Al di là di qualunque esito abbia, giudiziariamente, la brutta vicenda, resta l’evidenza che lo Stato è, di fatto e di diritto, amministrato da chi palesemente dimostra gravissime lacune nell’“Etica” del Lavoro, nell’“Etica” della genitorialità, se non nell’“Etica” dell’onestà, ma queste ultime sono ancora da dimostrare in virtù di sentenze, passate in giudicato.
Oggi è sentenza passata in giudicato per i cives italiani che il timoniere di turno (gubernator rei publicae), la Guidi, viva in un caos di significati e significanti, all’interno del quale caos scazzottano - non duellano, duello rimanda alla nobiltà dell’epos – interessi pubblici e privati, ignobilmente, promiscuamente o, peggio, inconsapevolmente impastati, a danno di figli della patria e di figli di sangue.
Ma chiudiamo qua la faccenda privata, in quanto Etica ci impone, sempre e comunque, la tutela dei figli, soprattutto se minori, a prescindere da chi ne abbia, anagraficamente, la paternità o la maternità.
Bisogna diffidare dell’“Amore” di Letteratura, ingenuamente pensando che, ipso facto, rifletta Amore di Vita.
La letteratura, il verso, la rima, sono deterrenti di quel silenzio, di quella cupezza, di quella sciatteria che nella vita, fatalmente, dopo il tempo di Cupido, ghigliottinano Amore e amori.
Il poeta/scrittore, invece, perde di vista la realtà della persona amata, smarrisce anche la sua fisicità oggettiva, che viene, dalla sua arte, ridestata, inventata, scolpita, enfatizzata, sublimata, ben oltre la realtà effettuale dell’anatomia, ben oltre le inflessibili leggi del metro e della bilancia, che spesso pronunciano amare sentenze di morte sul rapporto medesimo e lo conducono, per lividi e livori, coltellate e cortilate, al capolinea.
Scremato, dunque, il magnifico dolo del Poeta e della Poesia, resta assolutamente inconfutabile non come l’uomo-poeta ama quotidianamente, nella sua relazione sentimentale di vita vera, ma come vorrebbe amare nella sublimazione di vita poetica. E solo questo tipo d’Amore, non contaminato dall’acido della gelosia, della ritorsione, non lazzariato dall’estorsione del controllo, dalla recriminazione del vittimismo, può avere il tempo mitico dell’Eternità.
L’impiegato-poeta Paul Verlaine (1844/1896) ebbe un triste, faticoso, brevissimo, matrimonio con Matilde,
giovane donna, capricciosa e viziata. Da lei, nella realtà della vita, si liberò in appena tre anni, ma non si liberò mai, perché mai lo volle, nella finzione della Poesia, dove questo molesto Amore e questa insopportabile Donna divennero magnifici suggeritori di Bellezza e Poesia.
L’assenza di Matilde che, nella vita coniugale, era una vera benedizione per Paul Verlaine, una boccata d’ossigeno, in Poesia diventa strazio, fermentazione, flagellazione, cilicio, conta dei giorni«quindici lunghi giorni ancora, più di sei settimane / ormai! È vero tra le angosce umane / la più dura è quella di essere lontano. / Ci si scrive, ci si dice “ti amo”, si ha cura / di evocare ogni giorno la voce, gli occhi, il gesto / dell’essere in cui si fonda tutta la felicità e si resta / ore ed ore a discorrere, da soli, con chi è assente. / Oh l’assenza! il meno clemente d’ogni male! / consolarsi con frasi e con parole/ attingere nel mesto infinito dei pensieri / per rinfrescarvi, o stremate speranze, e trarne solo sorsi inutili e amari! » (La bonne chanson, X).
La fermentazione del dubbio in gelosia è un topos letterario ben noto a Catullo, Properzio, Ovidio, e a questo topos non rinuncia Verlaine. È ancora sua la donna lontana e amata? È ancora integro l’amore di lei, ora che «sono trascorsi i giorni dell’affanno / quando fino alle lacrime ero triste…. / tutto il mio essere e tutto il mio cuore / acclamano il fortunato giorno / in cui-unico sogno e unico pensiero - la fidanzata tornerà da me» (Ibidem XI).
Nessuna importanza ha per il “canzoniere” la stagione sentimentale, se di fidanzamento o matrimonio, perché altro è l’impulso, impulso poetico. Il vero interlocutore non è mai il partner anagrafico della coppia, bensì quella “scaletta” poetica, emblematica del genere, che prevede turbamento, gelosia, tormento, flagellazione: «In realtà ho quasi paura / a tal punto sento la mia vita allacciata / al pensiero radioso/ che mi ha preso l’anima la scorsa estate / a tal punto la vostra sempre cara immagine / risiede in questo cuore tutto vostro / questo cuore ch’è solo geloso / d’amarvi e di piacervi / e tremo (perdonatemi / se con tanta franchezza ve lo dico) / nel pensare che una parola, un sorriso / vostro sono ormai legge per me / e che vi basterebbe un solo gesto / una parola o un battere di ciglia / per immergere il mio cuore nel lutto / della illusione sua celeste» (Ibidem XIV).
La sudditanza stilnovistica alla donna amata non è affatto dell’uomo Verlaine, ma solo del Poeta Verlaine, ossequioso vate del topos. È il tumulto amoroso che conta, è lo Sturm che una passione letteraria può suscitare in chi scrive, rivangandone le viscere come un campo fecondo di rossi papaveri, che si voglia seminare a grano. Mentre in poesia Verlaine vive l’idillio con la sua Matilde, un vero paradiso sulla terra «a dispetto di stolti e di cattivi / che saranno certo invidiosi della nostra gioia / andremo, gai e lenti, per la via / senza badare che ci ignorino o ci vedano. / Isolati nell’amore come in un bosco nero, / i nostri due cuori, esalando serene certezze, / saranno due usignoli che cantano a sera/ Quanto al mondo, sia dolce o irascibile/ con noi cosa importa? » (Ibidem XVII), nella vita reale, ci litigava ferocemente, scappava il più possibile lontano da lei, si ubriacava tanto che poi, ancor giovane, morì di cirrosi. Quello che la Letteratura vuole tradere, cioè consegnare alla Letteratura presente o futura, è ben più complessa quaestio che non un “bisticcio” amoroso di vita coniugale.
Nel lessico sentimentale, di vita e letteratura, non mancano, in qualsiasi lingua escusse, parole ricorrenti, assillanti «cuore, amore, anima, ti amo, occhi, baci, coeur, amour, ame, je t’aime, yeux, cor, amor, anima, amo, oculi».
Parole che, affidate alla virtù d’un grande Poeta, che ne usi come tessere d’un mosaico, pur se stereotipi anche di bassa letteratura, segnano tappe poetiche straordinarie, da “hapax legòmenon”: «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi / questa morte che ci accompagna / dal mattino alla sera, insonne / sorda, come un vecchio rimorso / o un vizio assurdo. I tuoi occhi / saranno una vana parola / un grido taciuto, un silenzio…. » (Cesare Pavese).
«Per più fiate li occhi ci sospinse / quella lettura, e scolorocci il viso; ma solo un punto fu quel che ci vinse. / Quando leggemmo il disiato riso / esser basciato da cotanto amante, / questi, che mai da me non fia diviso, / la bocca mi basciò tutto tremante» (Dante, Inferno, V).
Vita e Poesia hanno a disposizione, dunque, un medesimo lessico amoroso, da cui tutti attingono, tutti ma non quei due, la Guidi e il Gemelli, suo “quasi marito”, velocemente poi declassato e scaricato. I due, infatti, amoreggiavano e si corteggiavano – sms, messenger, telefono, whatsapp – per parole affatto estranee al linguaggio amoroso «Emendamenti, Eni, petrolio, reflui liquidi, pozzo Costa Molina 2, Tempa rossa». Parole orrende alla sensibilità, ma evidentemente proficue come terapia di coppia!

Silvana Grasso